Gli Stati Uniti restano un obiettivo per le calzature marchigiane, anche nell’incertezza dei dazi. Per trasformare le opportunità in ordini, però, la qualità del prodotto deve accompagnarsi a una presenza stabile, reti commerciali organizzate e prezzi finali senza sorprese per chi acquista. È il messaggio emerso al Micam durante “Usa, la prossima mossa”, il confronto ospitato nello spazio di Confindustria Fermo, Macerata e Ascoli Piceno con istituzioni, rappresentanti del settore, buyer ed esperti di export. A mettere a fuoco le esigenze delle imprese è stato Gianni Gallucci, presidente della sezione calzature di Confindustria Fermo: «Quello americano è sicuramente un mercato che rappresenta una grande opportunità, perché è uno dei più importanti al mondo. Non è però semplice da affrontare: richiede pazienza, una presenza fisica costante sul territorio e grande attenzione al prodotto».

 

Un percorso che richiede tempo anche per costruire il rapporto con i compratori. Lo ha sottolineato Giovanna Ceolini, presidente di Assocalzaturifici: «Serve continuità negli Usa. Il mercato è lento, ma non per questione di comprensione, ma di fiducia. Iniziano ordinando poco, quindi serve pazienza». Il tema è dunque come accompagnare le aziende oltre la partecipazione alle fiere. Assocalzaturifici, Regione e Camera di Commercio lavorano alle rispettive strategie, mentre le associazioni territoriali portano al tavolo le necessità dei produttori. «Il confronto permetterà di non sbagliare le prossime mosse», ha osservato Gallucci.

 

L’assessore regionale Giacomo Bugaro ha richiamato la necessità di un’azione comune di fronte alle tensioni internazionali: «Facciamo squadra, solo così possiamo resistere di fronte a tensioni internazionali che rischiano di vanificare anche gli sforzi». Sul fronte degli strumenti, Bugaro ha distinto il sostegno alla partecipazione fieristica dagli interventi destinati a rafforzare l’organizzazione delle imprese sui mercati esteri. È in arrivo, ha annunciato, un bando per sostenere showroom e reti commerciali all’estero. Una misura che, nelle parole di Gallucci, potrà servire «per creare un vero atterraggio e non una tentata vendita».

 

A illustrare l’impegno della Camera di Commercio delle Marche è stato il presidente Gino Sabatini: «Per le fiere abbiamo stanziato 2,4 milioni di euro, il voucher per il Micam è di 4mila euro». Sabatini ha inoltre riferito del lavoro sul credito insieme alla Regione e delle 500 domande già presentate per ottenere risorse destinate a finanziamenti e riqualificazione del capitale umano. «È un segnale, non si cerca più solo la liquidità», ha commentato.

Un prossimo appuntamento con il mercato americano è previsto ai primi di ottobre nel Piceno. Francesca Orlandi, presidente di Linea, l’azienda speciale moda della Camera, ha annunciato un’iniziativa con le Camere estere, tra cui Miami e New York, per consentire agli imprenditori di avviare contatti e confrontarsi con esperti.

 

Dal lato degli acquirenti, la buyer americana Maria Magdalena Molnar ha indicato due condizioni decisive: qualità e certezza del costo finale. Molnar ha riferito una crescita del 35% del proprio business e ha spiegato l’interesse per l’offerta italiana, chiedendo però alle aziende di presentarsi con il «landed price», un prezzo che tenga conto di trasporti, dazi e altri oneri. «Io pago il prodotto, per cui in fiera chiedo il prezzo reale, non possiamo avere sorprese».

 

Sulla necessità di rafforzare l’organizzazione commerciale è intervenuto anche Riccardo Achilli, presidente di Confindustria Macerata. Le imprese, ha osservato, dispongono di prodotti e collezioni adatti a un mercato diversificato come quello statunitense, ma devono strutturarsi meglio e saper raccontare il valore dei propri marchi: «Non esportiamo solo prodotti, ma brand». Da qui l’esigenza di far conoscere anche ai giovani americani la storia del made in Italy.

 

Per Gallucci la sfida riguarda l’intero sistema produttivo. Il calzaturiero, ha ricordato, rappresenta il 70% dell’export del comparto moda. «Non chiediamo assistenzialismo, ma supporti reali». Le imprese familiari, pur realizzando prodotti eccellenti, possono incontrare difficoltà nell’affrontare da sole gli Stati Uniti. «L’unione fa la forza, serve presenza», ha concluso. «Pensiamo al prodotto e siamo abituati alla compravendita. È ora di cambiare».

 

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