I borghi delle nostre montagne nascondono spesso autentici tesori di architettura sacra, all’interno dei quali si trovano (o si trovavano) opere pittoriche preziose, mirabili testimonianze d’arte e di devozione. Vediamo alcune di quelle che decoravano le chiese della Valle Castellana.
Le chiese di montagna, in genere, hanno una struttura architettonica semplice e non paragonabile a edifici consimili presenti nelle città ma sono state, nel corso del tempo, importanti punti di riferimento territoriale e sociale, testimoni silenti della devozione popolare. La costruzione di chiese e oratori in luoghi anche isolati tra i monti risale all’Alto Medioevo, in un contesto economico povero e legato al territorio: è la prova che la circolazione di idee e di mano d’opera legate alla realizzazione di opere d’arte per la decorazione degli edifici religiosi è stata capillare.
Una volta realizzato l’edifico religioso si passava all’ornamento e spesso venivano chiamati, con sacrificio economico dei fedeli, artisti di chiara fama, sia per motivi devozionali (gli affreschi e le opere d’arte costituivano un supporto didattico-visivo per chi non sapeva leggere) sia per ragioni di prestigio sociale: alcune chiese dei territori montani vicini hanno ospitato opere d’arte di maestri famosi. In questo articolo, ne vengono analizzate brevemente alcune appartenute a chiese del territorio della Valle Castellana, ora conservate in siti museali.
I trittici come opere d’arte. Il termine “trittico”, una realizzazione tipica dell’arte sacra medievale, deriva dal greco triptychon (piegato in tre) e indica l’insieme di tre dipinti legati tra loro per argomento, formato e cornice. Specificatamente, il trittico nasce come decorazione d’altare richiudibile, in cui le ante laterali coprono lo scomparto centrale. Ciò serviva sia per esigenze liturgiche (non sempre veniva mostrata la parte centrale) sia per favorire il trasporto (un esempio è dato dai piccoli altari da viaggio, richiudibili, conosciuti con il temine “pace”). I trittici utilizzati nelle nostre chiese erano fissi e decoravano l’altare principale.
Qui di seguito vedremo opere dell’Alemanno e di Carlo Crivelli; per inciso, oltre a quelli di Valle Castellana, anche l’altare di una chiesa più vicina alla città, quella di San Bartolomeo alle Piagge, era decorato da una pala d’altare (del Crivelli).

Il trittico di Santa Rufina (cat. BBCC)
Il trittico di Santa Rufina. Santa Rufina è una minuscola frazione del comune di Valle Castellana, alla quale Cronache picene ha dedicato un articolo (leggilo qui). La personalità a cui è intitolata la chiesa del centro è la protettrice del luogo, Santa Rufina, vergine e martire spagnola (è la patrona di Siviglia). L’edificio religioso è dotato di un’alta torre campanaria, probabilmente integrata, in passato, nel sistema difensivo della città picena.

Il tritico di Santa Rufina dell’Alemanno (Mus. Naz. Abruzzo, L’Aquila)
Il trittico cui facciamo riferimento, conservato presso il Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila, è un’opera di Pietro Grill da Göttweig, detto Pietro Alemanno o l’Alemanno, cioè “il tedesco” anche se, in realtà, era austriaco).
L’opera ricalcava un modello tipico di questo autore: al centro del trittico è raffigurata la Madonna in trono col Bambino sulle ginocchia; a sinistra Santa Rufina, figura dedicataria della chiesa; a destra Sant’Antonio Abate, personaggio molto amato nelle aree rurali, con la sua classica iconografia (il bastone, il simbolo del Tau). Il trittico ha una cornice di legno intagliato dorata e policroma, e la parte inferiore dell’opera (la predella) è anch’essa intagliata a trafori.

La chiesa di Santa Rufina, nella contrada omonima di Valle Castellana (ph D. Cornacchia)
Il dipinto, commissionato nel settembre 1497 da Giacomo e Simone, procuratori della chiesa di Santa Rufina – e consegnato a Pasqua dell’anno successivo – fu pagato 16 ducati d’oro e rappresentava «Al centro la Vergine cum camorra azzurri fini et toto manto auri alla destra la Santa Titolare e a sinistra Sant’Antonio Abate»; il Fabiani scrisse (1951) che le figure richiamano altre opere del Maestro presenti in Ascoli Piceno.
I trittici di San Vito. L’autore è il veneto Carlo Crivelli, un importante artista operante, nel periodo rinascimentale, nella città picena e nel territorio del bacino adriatico. I due trittici sono conservati presso la Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno.

Il primo trittico di Valle Castellana
Nel primo trittico è rappresentata la Madonna col Bambino, un santo domenicano e San Giacomo della Marca, i committenti, l’apostolo San Pietro, San Sebastiano Martire; sulla cuspide (la parte superiore) del trittico, il Padre Eterno benedicente.
Una breve digressione sulla presenza frequente di San Sebastiano nelle opere d’arte sacra (nella chiesa di San Bartolomeo alle Piagge, è dipinto, sulla stessa parete, ben tre volte e nella stessa posa). Il martire è raffigurato nell’atto del suo sacrificio, seminudo e con il corpo segnato da numerose ferite: era stato scelto come protettore contro le terribili pestilenze che, all’epoca, colpivano la popolazione, lasciando nel corpo piaghe simili a quelle del santo.
L’opera (una témpera su tavola di legno, con fondo d’oro, databile tra il 1470 e il 1492) proviene dalla chiesa, ormai diruta, di San Pietro (a Case Coletti di San Vito di Valle Castellana). Fin dal 1916, per il suo cattivo stato di conservazione (ha infatti subìto diversi restauri), il trittico è conservato presso la Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno. Il motivo della dislocazione di un’opera d’arte, sita in territorio abruzzese, in una Pinacoteca della limitrofa regione marchigiana deriva dal fatto che Valle Castellana e le sue frazioni, nonostante siano in provincia di Teramo, fanno parte della diocesi ascolana.

Il secondo trittico di Valle Castellana
Il secondo trittico raffigura, nella formella al centro, la Madonna col Bambino e, ai lati, Sant’Antonio Abate (con, in mano, un altro dei simboli a lui associati, la piccola campana) e San Sebastiano. L’opera, dislocata nella chiesa di Santa Maria Assunta e risalente alla fine del Quattrocento (1470-73), è “firmata”: OPVS KAROLI CRIVELLI VENETI (Opera del veneto Carlo Crivelli).
L’opera subì gravi danni nel 1861 quando l’area fu la sede di violenti scontri nel corso delle operazioni per la repressione brigantesca. I soldati piemontesi spesso pernottavano all’interno degli edifici religiosi e utilizzavano gli arredi sacri per altri scopi (i trittici, di solito, erano “trasformati” in tavolini).

Particolare del San Sebastiano del secondo trittico del Crivelli di Valle Castellana (spiegazione nel testo, pd)
Nell’opera di Carlo Crivelli, un artista attento ai particolari, colpisce la figura del San Sebastiano raffigurato in modo inatteso, in abiti rinascimentali e mentre mostra, con un gesto elegante, una freccia, cioè lo strumento del suo martirio. La figura dipinta del santo, davvero splendida, è stata utilizzata più volte, per lavori editoriali e manifesti.

La chiesa di Santa Maria Assunta, a San Vito (ph F. Mosca)
Alcuni autori ipotizzano l’esistenza di un terzo trittico crivellesco a San Vito di Valle Castellana, probabilmente asportato dai soldati piemontesi e mai più ritrovato.
Si tratta di un’ipotesi verosimile, se si considera che la chiesa principale di San Vito era situata al centro del paese e anch’essa era dotata, con grande probabilità, di un adeguato arredo sacro, al pari delle due chiese presenti nella frazione (San Pietro e Santa Maria).
- Le case di San Vito viste dall’eremo di Sant’Angelo a Settentrione (o in Volturino, ph D. Cornacchia)
- I resti della chiesa di San Pietro, a Case Coletti di valle Castellana (ph D. Cornacchia)
















