Abbiamo visto, nel precedente articolo, propedeutico a questo, che l’iscrizione del Sator è un palindromo quadruplo (leggibile dall’alto verso il basso, dal basso verso l’alto, da sinistra a destra e da destra a sinistra). La scritta, leggibile anche in maniera bustrofedica rispetto alla parola-perno TENET, palindromica a sua volta, è composta da cinque parole: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS.

Il Sator graffito (ph Paggese.it)

I cinque vocaboli, ognuno di cinque lettere, possono essere disposti su cinque righe e su cinque colonne, formando un “quadrato magico” che facilita la lettura del testo. La lettura bustrofedica (dal greco bous, bue e strepho, voltare, perché ricorda i solchi lasciati durante l’aratura di un campo) oggi appare astrusa per il suo andamento serpentiforme ma non era rara nell’antichità.

Il fatto che la stragrande maggioranza dei reperti sia stata rinvenuta in ambito ecclesiastico ha indirizzato la soluzione dell’enigma verso una spiegazione legata alla religione cristiana primitiva ma questa, come vedremo, potrebbe essere una soluzione semplicistica.

 

Analizziamo ora i singoli termini della frase.
La parola SATOR in latino significa “seminatore” e, in senso figurato, può essere associata al “Figlio dell’uomo” (Mt 13,37). La metafora agricola si completa nell’Apocalisse, dove Cristo, alla fine dei tempi, regge la falce messoria («La mietitura è la fine del mondo», Mt 13,39; Ap 14, 15-16). Una breve ricerca permette però di associare la parola anche a epoche pagane: Cicerone attribuisce l’epiteto di caelestum sator a Zeus, padre degli dèi.

Secondo altri autori, il Sator indicherebbe Saturno, dio romano dell’agricoltura (le mèssi in latino erano denominate sata), spesso raffigurato con un falcetto in mano.

Il secondo termine, AREPO, è il più misterioso: in linguistica, è un hapax (legomenon), termine rarissimo che compare una sola volta in letteratura. Pertanto, è assai difficile tradurlo o, comunque, attribuirgli un significato. Alcuni pensano sia un nome proprio, Arepo o Arepone; altri lo associano alla parola latina (medievale) aripus, la roncola, ma questo contrasterebbe con l’antichità del Sator. Altri autori lo ritengono derivato da arepos, vocabolo che, nella Gallia romana, indicava un carro agricolo.

Per le altre parole del misterioso quadrato – TENET, OPERA e ROTAS –  non si sono problemi: vengono interpretati come “tiene”, “con cura” e “ruote”. Queste ultime potrebbero essere le ruote del carro o le ruote celesti (le stelle, gli avvenimenti).

 

La lettura lineare porta alla frase SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS; nell’antichità classica era più diffusa la formula inversa (il primo termine era ROTAS) ma il fatto non cambia i termini della questione. La traduzione potrebbe essere: «Il seminatore [AREPO] tiene con cura le ruote»: una frase banale che non giustificherebbe una diffusione (geografica e temporale) così ampia del Sator.

 

Si può ipotizzare una lettura anfibologica, cioè che il Sator abbia volutamente diverse chiavi di lettura, legate alla sensibilità e alla cultura del lettore. In questo caso, oltre alla lettura “agricola” ce ne sarebbe un’altra (ricca di metafore: seminatore/creatore; tiene/governa; ruote/destino), legata alla filosofia e alla religione. In quest’ultimo caso, l’identificazione del Sator come simbolo cristiano si basa su due assunti. Il primo è quello che la riga e la colonna del TENET formano una croce greca (cioè, con i bracci della stessa lunghezza), un’interpretazione avvalorata dal fatto che, a volte, le due parole sono dipinte di rosso, quasi per evidenziarle.

 

Quella descritta sarebbe una crux dissimulata, un simbolo cristiano “nascosto”, frequente tra i cristiani ai tempi delle persecuzioni, anche se la croce diventò un emblema popolare di Cristo solo più tardi, dopo il sec. II. La presenza del simbolo religioso favorì la diffusione del Sator in epoca medievale, quando lo si ritrova su pergamene e addirittura sulle campane, come nel caso, citato nel precedente articolo, di Fabriano. Il valore apotropaico attribuito al Sator permetteva di usarlo come protezione dai fulmini, dagli incendi, dalle malattie e per il buon esito del parto: la credenza era quella che la sua esposizione allontanasse le negatività.

C’è, poi, una ulteriore interpretazione simbologica. Felix Grossner, un pastore evangelista, negli anni Venti del Novecento anagrammò le lettere del Sator e ottenne due scritte PATERNOSTER, più due coppie di A e di O, che interpretò come l’alfa e l’omega dell’alfabeto greco (Grossner la intese come una citazione dell’Apocalisse di San Giovanni, «Io sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine, colui che è, che è stato e che sarà»): un anagramma perfetto per la nostra sensibilità moderna ma questa spiegazione escatologica, paradossalmente, cònfuta l’interpretazione cristiana, perché all’epoca del Sator più antico (quello di Pompei, 79 dC) non era ancora conosciuta l’Apocalisse di San Giovanni, la cui diffusione avvenne solo nel tardo sec. II.

 

Conclusioni. Nonostante tutte le speculazioni, il senso del Sator e il suo significato rimangono oscuri e il mistero che lo accompagna da duemila anni è ancora insoluto.
Una possibile (moderna) interpretazione di questa antica scritta palindroma è quella magico-apotropaica: sarebbe, in altre parole, una scritta con funzione protettiva contro le disgrazie e le avversità.

Il Sator sulla facciata di San Pietro ad Oratorium (modif., ph I luoghi del silenzio)

Il concio con l’incisione del Sator (spiegazione nel testo, ph I luoghi del silenzio)

 

Questa spiegazione trova vigore nel fatto che spesso il Sator si rinviene posizionato in punti “strategici”: un caso di questi è l’esemplare di San Pietro ad Oratorium, murato sulla facciata della chiesa, ad altezza d’uomo, quasi per essere letto e per proteggere l’edificio. Anche il Sator di Pompei (il più antico tra quelli finora rinvenuti) era posizionato in maniera simile – quasi per essere letto, su una colonna di un edificio pubblico, una frequentata palestra.

 

 

 

 

L’affresco di Paggese (spiegazione nel testo, ph Cat. Gen. Beni Culturali BCS)

Il Sator di Paggese è composto da una griglia di venticinque caselle, con una sobria decorazione (quattro linee curve) in basso. È un graffito non databile, realizzato sulla pellicola cromatica dell’affresco citato nel testo: gli altri graffiti presenti sono datati tra il 1600 e il 1907; il Sator di Paggese è ricordato in uno scritto degli anni ’30 del Novecento, quindi è antecedente a quella data.

Purtroppo, non c’è altro: oltre alla data mancante, non si conosce l’autore e perché è stato fatto; probabilmente è stato realizzato da qualcuno per imitazione, quindi… un altro mistero.

 

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