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Maurizio Calibani: la mia odissea con il Covid
«Grazie a medici e infermieri che rischiano la vita»
«Videochiamata con la nipotina, potente medicina»

CORONAVIRUS - Il grande alpinista ascolano fa una emblematica cronaca della sua battaglia contro la malattia. In ospedale un reparto modello: «Resta lo sconcerto per la mancata assistenza domiciliare: se soltanto avesse funzionato, io e tanti altri saremmo potuti guarire a casa, evitando di sottrarre posti ai casi più gravi e alle patologie ordinarie»
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Maurizio Calibani sulla via del canalino al Monte Vettore

Maurizio Calibani, 84 anni, ex insegnante, storico e straordinario alpinista, protagonista di memorabili imprese sulle montagne di tutto il mondo, autore di guide dei Sibillini che hanno fatto scuola, racconta la sua esperienza di fronte al Coronavirus che l’ha colpito e dal quale è uscito vincitore. 

La sua è un cronistoria emblematica che tocca tutti gli aspetti sia umani sia assistenziali: dalla paura per la malattia alle cure ricevute. Emerge una cronaca che mette in risalto soprattutto la qualità e i sacrifici degli operatori ospedalieri ma che fa anche notare, in riferimento alle Usca, a suo giudizio, qualche debolezza.  

di Maurizio Calibani

La mia odissea Covid inizia il 28 ottobre 2020 quando accuso tosse e affaticamento dopo un’escursione in montagna, attività per me abituale. Mi accordo con il mio medico per controllare ogni giorno la temperatura e, con il saturimetro, l’ossigeno nel sangue.

Il 2 novembre il tampone rapido dice che sia io che mia moglie siamo positivi: l’ossigeno nel sangue scende agli allarmanti valori di 86-90 e la temperatura sale a 38 gradi. Il mio medico chiama una squadra Usca (Unità speciali di continuità assistenziale che svolgono attività domiciliari).

Alla prima chiamata rispondono che la richiesta non è congrua, alla seconda che mi mettono in lista. Non mi garantiscono una pronta visita a casa, comincio ad avere paura per i miei polmoni, finiscono le mie speranze di essere curato a casa. Il mio medico chiama il 118 che mi porta al Pronto soccorso dell’ospedale dove una Tac conferma che ho una polmonite bilaterale Covid-19. Siccome in Pneumologia non ci sono posti liberi, mi trattengono per 2 giorni nel Pronto soccorso, con un bagno impraticabile, dove i ricoverati non sono considerati degenti e perciò non hanno diritto ai pasti. Riesco ad ottenere qualche pasto solo dietro mia insistenza.

L’ospedale “Mazzoni” di Ascoli

Il 10 novembre mi trasferiscono in Medicina d’urgenza dove finalmente si mangia a colazione, pranzo, cena e c’è il bagno in camera.

Qui mi forniscono ossigeno in forti quantità h 24 che saranno progressivamente ridotte fino alla dimissione. Incontro con molto piacere due mie ex alunne che lavorano qui ed una dottoressa con la quale ho fatto uno dei trekking più impegnativi sulle Alpi.

Il 12 novembre finalmente entro in Pneumologia trasformata in eccellente reparto Covid. Siamo 18, ricoverati in 9 stanze. Il mio ottimo compagno di camera ha perso la moglie per Covid 10 giorni fa a San Benedetto del Tronto. A Pneumologia tutto funziona. Con un sincronismo che stupisce si alternano i medici, che oltre a fare le visite giornaliere sono costantemente a contatto con gli infermieri, gli operatori socio sanitari, che curano la pulizia degli ammalati, gli addetti alle pulizie ed alla sanificazione del reparto. L’essere collegato quasi tutto il giorno con l’ossigeno mi rende molto nervoso perché tutte le terapie sono gestite dai medici dai quali sono totalmente dipendente. Chiedo ogni giorno se possono dichiararmi fuori pericolo, ma la risposta è sempre negativa. Un giorno però le cose cambiano radicalmente.

Il primario mi dice che posso aiutare i medici gestendo personalmente una terapia di sicuro effetto scoperta in Cina: stare più ore possibili con la pancia in giù, posizione che ostacola l’attacco del virus ai polmoni. Se lo farò bene, aggiunge, potrò uscire dall’ospedale qualche giorno prima, come in effetti accadrà. Mio figlio mi ha collegato in videochiamata con le persone a me più care, tra cui la nipotina di 3 mesi che mi riconosce regalandomi grandi sorrisi. Solo e lontano da tutti quel collegamento è stato per me una medicina potentissima.

La giornata inizia poco dopo le 5 con gli infermieri che fanno i prelievi. Lavorano 8 ore al giorno così divise: 4 ½ con gli ammalati, le altre per vestizione, svestizione, doccia, preparazione dei medicinali. Durante il turno indossano la tuta, completamente impermeabile (alla fine sono zuppi di sudore), 3 paia di calzari, 3 di guanti con i quali fanno anche difficili prelievi di sangue arterioso, non possono andare al bagno, né bere, mai. Chi ritiene di non poter resistere porta il pannolone. Rischiano la vita, hanno tutti laurea triennale, professionalità, attaccamento al lavoro, ma nonostante questo solo 12 hanno il contratto a tempo indeterminato, gli altri 13 sono precari.

La morte di un paziente nel reparto, poco prima di lasciare l’ospedale, mi sconvolge. A tutto il personale medico e infermieristico, che con notevole professionalità mi ha aiutato ad uscire da una situazione pericolosa, va la mia più grande stima e riconoscenza.

Resta lo sconcerto per la mancata assistenza domiciliare: se soltanto avesse funzionato, io e tanti altri come me saremmo potuti guarire a casa, evitando di sottrarre posti in ospedale ai casi Covid più gravi e alle patologie ordinarie.




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