
Chiara Poli in azione
di Marzia Vecchioni
Esistono sport maschili e sport femminili? Quanti pensano che una ragazza che pratichi uno sport considerato maschile annulli la sua femminilità e sia da considerare “maschiaccio”?
Fin da piccoli ci viene inculcato che il maschio deve fare calcio e la femmina danza, ma non è così. È una visione limitata e limitante, piena di pregiudizi e stereotipi. È l’imposizione di una società retrograda che vuole confinare in ruoli predefiniti uomini e donne, anche nel loro tempo libero.
Oggi ne parliamo con Chiara Poli, 35 anni, ascolana, giocatrice di calcio a 11 e beach soccer che oggi milita nella Sambenedettese.

Cosa fai nella vita?
«Per quanto riguarda il lavoro sono esperta in Comunicazione e Marketing e sono una Digital Strategist. Lavoro sia come libera professionista collaborando con diverse aziende sia come formatrice e consulente per la Camera di Commercio delle Marche; in questo ultimo ambito formo le aziende sul Digital Marketing attraverso eventi formativi. Inoltre, sono una giornalista e in particolare mi occupo di redigere articoli sul calcio ascolano. Oltre a praticarlo quindi, questa passione posso viverla anche dall’altro lato, raccontando questo sport attraverso cronache live ed interviste. Abito ad Ascoli ma per lavoro sono sempre in giro tra le varie regioni d’Italia».
Quando hai iniziato questo sport?
«Praticamente da quando sono nata. Già da piccolissima avevo sempre il pallone con me. A 8 anni mia madre mi ha iscritto alla prima Scuola di Calcio a Folignano; ero l’unica bambina e dovevo farmi rispettare. Non era facile dato che parliamo del 1995».
Perché hai scelto proprio questo sport?
«Semplicemente perché per me il calcio è tutto. Non ho mai avuto passione per altri sport, volevo sempre e solo giocare a calcio in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Ricordo che anche alla mia comunione ho convinto tutti i bambini invitati a giocare».

Chiara da piccola già in campo
L’hai praticato sempre nella zona in cui hai vissuto?
«Ho avuto la fortuna a 14 anni dopo tutta la trafila nei settori giovanili maschili di essere chiamata dalla Picenum, che militava in serie A e aveva una seconda squadra in serie C, quindi sono potuta rimanere in zona e giocare subito in una prima squadra con cui ho vinto due campionati. Successivamente, ho giocato tanti anni in serie B, anni meravigliosi, e la cosa più bella era poterlo fare con una squadra a pochi passi da casa».
Ti sei dovuta spostare? Se sì, dove? Come l’hai vissuta questa esperienza?
«Mi sono spostata per due stagioni al Montecassiano, sempre in serie B, perché frequentavo l’università a Macerata e mi sono trovata molto bene con la squadra; poi sono tornata a casa e ho iniziato a giocare a calcio a 5 e l’ho praticato per molti anni, rimanendo sempre tra Ascoli e Grottammare. Lo scorso anno sono stata chiamata dalla Vis Civitanova calcio a 11 e ho accettato, per poter fare ancora un Campionato di livello nazionale; attualmente sono con la Sambenedettese perché ho scelto sempre di rimanere nelle Marche nonostante in tutto questo tempo siano arrivate proposte anche da molto lontano».
Sei stata sostenuta e accompagnata in questo percorso?
«La mia famiglia mi ha sempre accompagnato e sostenuto. Soprattutto mia madre che ora non c’è più, mi ha dato sempre la spinta per inseguire la mia passione e non mollare mai».

Beach soccer
A che livello sei arrivata?
«Ho giocato per tanti anni in serie B, dal 2019 ho iniziato anche a giocare a beach soccer, in cui ho vinto due scudetti e ho avuto l’opportunità di essere stata convocata in Nazionale, il mio sogno da sempre. Inoltre, nel mese di dicembre 2021 ho ottenuto due riconoscimenti molto importanti. L’Ascoli Sport Awards al Galà dello Sport di Ascoli Piceno al Teatro Ventidio Basso per aver dato lustro alla città di Ascoli attraverso lo sport e i campionati vinti e il Diploma al merito sportivo dal Coni che mi è stato consegnato al Palazzo dei Capitani, entrambi per il beach soccer».
Come è considerato il ruolo femminile in questo sport?
«Direi che negli ultimi anni la percezione verso le donne che giocano a calcio è cambiata molto; prima venivamo discriminate e prese in giro, ora invece, a livello mediatico, vedo più rispetto anche per quanto riguarda certi stereotipi o pregiudizi anche a livello tecnico-tattico. Forse si è capito che tutti possono giocare a calcio, semplicemente in maniera diversa, rispettando quelle che sono le caratteristiche e le differenze fisiche e fisiologiche come in tutti gli sport».
Hai trovato difficoltà nell’essere donna praticando questo sport?
«Devo dire che non ho mai trovato difficoltà, anche se a volte in passato quando mi trovavo in contesti diversi dal campionato, come per esempio, facendo partitelle con gli uomini, c’è sempre stato il momento iniziale in cui ti senti osservata come a dire: “Che ci fa una ragazza in campo?”. Inoltre, devi sempre dimostrare di più per farti accettare».

Hai visto cambiamenti nel tuo sport da quando hai iniziato? Se sì, quali?
«È cambiato molto, ora si cura molto di più il livello atletico e vedo meno tecnica. Spero che giocare a calcio non diventi una moda o solo un modo di fare sport per le bambine che iniziano. Soprattutto non sono d’accordo con le divisioni maschile e femminile, fino ai 14 anni bambini e bambine devono giocare insieme: in quella fascia di età si impara molto e più velocemente si apprendono i fondamentali se ci si confronta con il sesso opposto. Se le bambine giocano solo tra di loro non miglioreranno e tutto il movimento nel lungo termine ne risentirà con un livellamento verso il basso».
Quali strumenti potrebbero essere utilizzati per far avere più visibilità alle donne negli sport considerati esclusivamente maschili?
«Gli strumenti sono in primis i media e i mezzi di comunicazione. Si dovrebbe creare un circolo virtuoso nel quale più si dà visibilità, più le persone si interessano, più si attirano sponsor e così via».
Come fai a gestire lavoro e sport? Quando hai le competizioni come ti organizzi?
«È dura perché il mio lavoro non ha degli orari fissi, per cui gestire tutto non è facile. Fortunatamente, gli impegni con gli allenamenti sono serali e la domenica riesco a giocare tranquillamente».
Parlaci un po’ del tuo sport: se è suddiviso in categorie; se c’è differenza di stipendio per quanto riguarda il sesso degli atleti; quando si è professionisti e quando dilettanti…

«Il calcio è lo sport principale in Italia e da sempre considerato maschile. C’è una netta differenza come tutti sappiamo nelle retribuzioni: per le donne nelle categorie minori non esistono nemmeno i rimborsi spesa, anzi spesso è tutto a carico delle ragazze. Ci sono società che non mettono a disposizione neanche i mezzi per le trasferte e ci sono società più strutturate che invece riescono a sostenere le ragazze in tutto, anche con rimborsi consistenti, fino ad arrivare in serie A in cui ci sono dei veri stipendi. Dalla stagione 2022/23 la serie A diventerà professionistica ma se devo dire la mia, sarà un boomerang perché credo che certi costi saranno sostenibili solo da poche società che hanno dietro una serie maschile importante, e il calcio femminile, invece che di tutti, sarà solo per una élite. Bisogna lavorare sulle fondamenta e sostenere le società dilettantistiche che lavorano sui territori, ricreare i movimenti regionali, cercando di aumentare i numeri di squadre e tesserate e solo allora l’élite si potrà considerare davvero tale».
Cosa diresti a una ragazza che volesse intraprendere il tuo stesso percorso ma ha paura dello stigma sociale?
«La figura femminile nel calcio è cambiata. Ai giorni nostri, i genitori non si creano più problemi ad accompagnare una figlia a praticarlo. Nonostante le difficoltà che si possano incontrare, qualsiasi sport si voglia iniziare, la cosa fondamentale è che ci si metta impegno e passione».
Cosa pensi delle ultime novità per la pratica dello sport?
«Vorrei aggiungere un mio personale pensiero sull’obbligo del super green pass per praticare sport sopra ai 12 anni; non sono d’accordo perché penso che lo sport a tutti i livelli e a tutte le età sia fondamentale per il benessere psico-fisico delle persone. Dopo due anni di pandemia non posso credere che molte persone debbano abbandonare l’attività fisica, con risvolti deleteri per il benessere proprio e della società civile senza alternative quali certificazioni o auto-certificazioni».
Quando lo sport è di tutti Aida Xhaxho si racconta: «È il futsal che ha scelto me»
Quando lo sport è di tutti Maria Francesca, giocatrice e arbitro: «Rugby, un mondo inclusivo»
Quando lo sport è di tutti, Fabiola Berardi racconta l’hockey: «Sui pattini mi sento libera»
Quando lo sport è di tutti, Barbara Alesi e la kickboxing: «Mi ha dato più sicurezza in me stessa»














