
La maestra Traini alla presentazione del libro scritto dalla figlia su di lei
di Walter Luzi
La casa della maestra Maria Vincenza Cantalamessa Traini è piena di libri. Colpiscono la lucidità e la dolcezza di questa novantaduenne che ha saputo trasmettere ai suoi figli, e a più generazioni di scolari, l’amore per la Conoscenza, per l’incontro. E l’importanza della parola. «Più ne conoscerete, più sarete liberi», amava ripetere loro. Oltre la vuota retorica e i luoghi comuni, ma con l’azione, che deve, necessariamente, seguire.

Con i suoi scolari
Lei è una delle poche capaci di andare oltre il triplice impegno pedagogico: Istruzione, Formazione, Educazione. Ha spinto ad amare il bello, in ogni sua forma ed espressione, e il pensiero critico. Autos nomos. Pensare con la propria testa. Volare alto. Mettere l’essere umano sempre al centro, ben oltre la sua dichiarata militanza cattolica, che mai è stata ideologica. Senza granitiche certezze, ma con i dubbi legittimi che furono già quelli di Sant’Agostino. Sollevando domande, e attendendo risposte dai suoi allievi, secondo quella maieutica cara a Socrate. Un lavoro lento e costante il suo, teso principalmente a conferire coscienza interiore ai suoi allievi, ben sapendoli come larve presto destinate a diventare farfalle. Bambini e bambine discenti prossimi a diventare uomini e donne, i migliori possibili, nella nostra società civile.
Grazia Maria, la sua ultima figlia, ha voluto raccogliere i lunghi dialoghi con la mamma degli ultimi tempi su questi argomenti, in un libriccino. “Storia del quaderno rubato e altri racconti” si intitola, edito da Fas. Come a riportare indietro le lancette della vita della maestra Traini a quel quaderno sottratto, e mai più ritrovato, ove aveva annotato ogni sua riflessione di studentessa adolescente con già chiara la propria missione in animo. In tanti, figli, fratelli, nipoti, amici, ex scolari soprattutto, hanno dato il proprio personale contributo di memoria.

La maestra Traini in classe
Sono venuti tutti alla presentazione ufficiale del libro alla Fortezza Malatesta. Un pienone di festoso entusiasmo, di gratitudine e nostalgia, di orgoglio, e unanime apprezzamento. C’era anche lei, la maestra Maria. Che non ha mai smesso di dipingere. Fiori, alberi e torri soprattutto. A carboncino, pastelli e olio. «Pittrice è una parola grossa – ci tiene a precisare – faccio solo qualche disegnetto».
Defilata e schiva, come suo costume, ma, comunque, prima protagonista dell’evento. Che vuole celebrare lei, il suo impegno, la sua energia empatica, mai venute meno. È bello stare, ancora, ad ascoltarla. Anzi. Pendere dalle sue labbra, dalle quali, è certo, mai sono uscite banalità, o cattiverie. Il suo parlare lento, deciso e sommesso insieme, sempre accompagnato dal sorriso, così come i suoi lunghi silenzi, testimoniano della sua saggezza antica. Che ha radici profonde, mura forti e sguardo sempre rivolto verso la grandezza del Cielo. Come il campanile della chiesa di Trisungo, intitolata alla Madonna delle Grazie, sotto il quale la sua lunga storia ha inizio.
Il testo prosegue dopo le immagini

Alcuni disegni della maestra


La presentazione del libro
Una famiglia di sarti
Maria Vincenza Cantalamessa è nata qui, a Trisungo di Arquata del Tronto, in pieno Anno Santo, quello del 1933, il Giubileo straordinario della Redenzione indetto da Pio XI. Il nonno, Vincenzo, è originario di Colli del Tronto. Terra “nobile”, in quegli anni, quella arquatana, popolata com’era di notabilità. Medici, farmacisti, avvocati e maestri.
Il papà di Maria Vincenza, Felice, aveva ereditato laboratorio e le arti del cucito, specializzandosi nel confezionamento su misura dell’elegantissimo frac, o più grossolanamente definito dal volgo come “battichiappe”. Lui, pur molto bravo a scuola, aveva dovuto presto abbandonarla per raccogliere l’eredità della bottega, la sartoria di famiglia. Ma Felice amava la Letteratura, e sapeva a memoria i versi della Divina Commedia. Discendeva da una famiglia possidente e benestante, a cui sono appartenuti, in passato, molti religiosi.
Sarto che ricamava, oltre che, con ago e filo, le stoffe, con la penna anche versi poetici. Il primo, lui stesso, forse, ad essere tradito dalle sirene di una ideologia abbracciata con sognatrice convinzione, ma nelle cui successive infamie del regime mai saremo disposti a riconoscere uno spirito puro come il suo. La mamma di Maria Vincenza, Francesca, come lei, aveva potuto studiare in Ascoli, dalle suore Concezioniste, dove aveva imparato anche l’arte del ricamo. Presto soprannominata in famiglia “poetessa dei fornelli” per le sue grandi doti creative, sempre dimostrate anche in cucina, era stata sempre in casa il faro per ogni componente della sua numerosa famiglia.

La famiglia di Felice Cantalamessa a Trisungo

Maria Traini da piccolissima. A sinistra la sorella maggiore Elsa
Un punto di riferimento per tutti, che diverrà poi, crescendo, anche Elsa, la figlia primogenita, nata nel 1930. Maria Vincenza era stata più fortunata di Ester, nata subito dopo di lei. La piccola Esterina era morta a neanche due anni, falciata da una delle tante epidemie virali di quegli anni. Letali, perché la penicillina, inventata da poco, non era ancora disponibile per tutti. La più minuscola delle tre campane della chiesa di Trisungo, intitolata alla Madonna delle Grazie, aveva rintoccato, così, più volte a gloria in quel 1938, per annunciare a tutto il paese, tristemente, l’uno dopo l’altro, i tanti piccoli volati in Cielo. Vincenzo, Elisa e Vittorio arrivarono poi, dopo Ester, a completare quella famiglia numerosa, e molto unita.
Gli studi
Maria Vincenza Cantalamessa frequenta fino alla quarta elementare a Trisungo. Erano le maestre poi a decidere, in base alle capacità dimostrate fino a quel momento, chi potesse, come lei, proseguire negli studi, e chi no. Per frequentare la quinta classe deve salire ogni giorno da Trisungo fino ad Arquata. A piedi. Tre chilometri ad andare e tre a tornare. In inverno anche con la neve alta. Pomeriggi, salvo il giovedì, compresi. Il frugale spuntino, fatto di frittatine, pane e salame, portato da casa nella cartella, consumato in uno stanzino adiacente all’aula, nelle due ore della pausa pranzo concesse. Esce da scuola con la sua compagnetta, Silvana Petrucci, sfollata da Roma presso i parenti di Trisungo, alle sedici. Quando, in inverno, con il brutto tempo, comincia quasi a far buio. La sua maestra, Elisa Pulcini, se la ricorda ancora, come i suoi giudizi trancianti verso gli scolari meno predisposti allo studio.

La maestra Traini con la sua divisa da collegiale insieme al papà Felice
«Non ci sprechi i soldi per far studiare suo figlio – era la sua formula preferita parlando con i loro genitori – gli pesa più la penna della pala ».
Lei, Maria Vicenza, invece, sarà sempre della convinzione che i bambini devono sempre sentirsi vincenti, anche quando non vincono. La sconfitta è solo una vittoria rimandata. All’esame di quinta elementare porta il libro che ha amato di più. Cuore. Scritto da Edmondo De Amicis mezzo secolo prima. La piccola vedetta lombarda è il suo racconto preferito. Che la fa commuovere ancora, anche davanti alla commissione d’esame, come ognuna delle mille volte che è tornata a rileggerselo.
Le righe di un altro, invece, la emozionano. Sono quelle de “La scuola”, alle quali non cesserà mai di ispirarsi. Da studente prima, e, soprattutto, da insegnante dopo. Ne ricorda ancora, a memoria, il passo più significativo: «… pensa, Enrico, agli innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell’ora vanno a scuola in tutti i paesi… se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. Coraggio, dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana».
Le scuole medie, Maria Vincenza Cantalamessa, le frequenta sempre in Ascoli, dalle Suore Concezioniste. «Lì ho avuto delle insegnanti davvero eccellenti – ricorda – qualificate, appassionate, come Suor Maria Cristina, la preside, e bravissima insegnante di latino. E poi suor Maria Santa, che discendeva da una nobile famiglia teramana».
Le sue materie preferite rimarranno sempre le stesse, Italiano e Disegno. Le Magistrali le frequenta, per quattro anni, all’Istituto “Elisabetta Trebbiani”, all’epoca rigidamente femminile, sempre restando in collegio dalle suore Concezioniste.
«Eravamo una novantina di ragazze – ricorda – il giovedì era il giorno delle Confessioni. Padre Demetrio, un frate francescano, veniva apposta dalla vicina chiesa dedicata al santo di Assisi. La domenica, invece, le suore ci accompagnavano nella rituale passeggiata in città. Ci facevano uscire in doppia fila, con le nostre belle divise e i cappelli sotto gli ombrellini. I giovanotti ci aspettavano ai bordi delle strade per fare apprezzamenti e, magari, iniziare qualche timido corteggiamento con le più grandicelle di noi. Le suore che ci scortavano, in coda al gruppo, lo sapevano bene. E all’occorrenza, per prevenire e neutralizzare… la minaccia, ci ordinavano: ombrellino a destra! oppure ombrellino a sinistra! a seconda del lato della strada più insidioso. Ombrellini usati come scudi, a protezione dagli sguardi indiscreti, e a scongiurare anche eventuali, e inopportune, sbirciatine da parte nostra verso i ragazzi».
Gianni e Maria
Il primo concorso pubblico per una cattedra lo sostiene poche settimane dopo il conseguimento del diploma. A vent’anni è già insegnante di ruolo. Il primo ottobre 1953 varca il portone della prima scuola a cui è stata assegnata. Quella di Piedilama. La sua prima classe è una quinta elementare, ma di pari passo, insegna anche in una scuola serale riservata ad allievi un po’ più cresciuti. “Devo dire – confessa Maria Vincenza Cantalamessa – che affrontai quell’esperienza con un po’ di timore. Ero giovanissima e mi sarei dovuto rapportare con degli adulti, per lo più agricoltori, pastori e boscaioli, ma, per fortuna, andò tutto bene”. Quindi arriva il trasferimento nella scuola della sua Trisungo, e, contemporaneamente, anche un giovane maestro di Castignano arriva per insegnare ad Arquata. Si chiama Giovanni “Gianni” Traini. Galeotte furono le riunioni dei docenti che vedono incrociare i loro primi sguardi reciprocamente interessati. Si sposeranno nel 1959.

Gianni Traini con la moglie Maria Vincenza Cantalamessa

La festa del suo matrimonio con Gianni
Vanno ad abitare in una nuova casa appena edificata dall’impresa Pavoni a Porta Maggiore. Aperta campagna della periferia ascolana, la prima ad essere cementificata in quegli anni. Laureato, Gianni, inizia ad insegnare nelle scuole di Avviamento prima di diventare preside di circoli didattici dell’interno. Giuseppina “Pina”, che porta il nome della nonna paterna, arriva nel 1960. Sandro, oggi valente architetto e amante della Storia, nel 1961. Grazia Maria nel 1963.
Maria Vincenza insegnerà successivamente nelle scuole di Giustimana e poi, finalmente, di Ascoli. Alle Caldaie, in via Speranza. Gianni e Maria sono una coppia di quelle che lascerà il segno nei ricordi di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incrociarne e condividerne il cammino. Genitori ed educatori, all’apparenza severi, portatori di regole ineludibili, ma in realtà sensibili e aperti, dal grande cuore. Le figlie, Pina e Grazia, ci aiutano a conoscerli meglio, con le loro dotazioni di una umanità non comune, evidenziata nelle sue mansioni di dirigente scolastico, il primo, e di insegnante la seconda.
«La mamma è stata una grande insegnante – ammettono con orgoglio – ma anche una grande educatrice, riuscendo ad incidere profondamente sulle vite di tanti suoi alunni. Papà le riconosceva questo suo “primato”. Fosse vissuta in altre epoche, sarebbe diventata qualcuno precorrendo i tempi, con un genio didattico veramente fuori dal comune. Il papà apriva la scuola insieme ai bidelli la mattina presto – raccontano ancora – assumendo i connotati di una figura quasi deamicisiana, da libro Cuore, concentrando in sé il rigore del dirigente e una profonda umanità che veniva sempre fuori. La mamma, dal canto suo, aveva sempre, da insegnante, un occhio sempre più attento, vigile e bendisposto per i bambini più svantaggiati, provenienti da contesti famigliari difficili, quindi più bisognosi di cura per la mente, ma, soprattutto per l’anima».
Proprio in onore del marito, scomparso poi nel 1999, Maria Vincenza Cantalamessa, diventerà, per tutti, la maestra Maria Traini.
L’anima al centro
La preside Luciani, delle Medie, usava dire: «I ragazzi che hanno avuto alle elementari la maestra Traini sono, da sempre, i migliori». La voce corre fra i genitori, che cominciano a preferire lei per i loro figli. Che non sono solo i figli di, ma spesso anche i figli degli ultimi. Lei, la maestra Traini, che aggiunge, di sua sponte, materie nuove ai programmi ministeriali.

La maestra Traini con una delle sue tante classi

Al centro, con la sorella Elsa, la mamma Francesca e il fratello Vincenzo
Straordinarie per l’età dei discenti e per l’epoca, ma straordinariamente utili a rapirli, affascinarli e aprire loro, tenendoli per mano, il mondo immenso e magico del bello e del buono in ogni ambito. Culturale e non. L’arte, la musica e la poesia, la letteratura, il teatro, la Natura, come i buoni sentimenti e l’amore universale. Aggiungendo, di suo, il latino e il francese, il disegno e la musica classica. Istruzione come una strada percorsa a piccoli passi, verso la Conoscenza che, invece, è volo. Contagia ai suoi piccoli allievi la sua passione per l’etimologia, il peso, delle parole, e l’etica coerente di trasformare poi queste in fatti concreti, in azione. La pazienza, l’ascolto, l’accoglienza, la tolleranza. Persino la grammatica e la punteggiatura, con lei, cessano di essere materie antipatiche.

Lezione ai suoi alunni sull’importanza degli alberi

La maestra Traini con il figlio Sandro
Dirà la figlia Grazia: «Ricordo di aver fatto, da piccola, l’analisi grammaticale anche ai fumetti di Topolino, ma il dono più grande della mamma è stato quello di riuscire a saldare insieme, ogni giorno, in classe e in casa, la logica e la fantasia. Elementi, questi, solo apparentemente in antitesi fra di loro, dimostrandone, invece, con il suo metodo di insegnamento, l’interazione e l’intersezione».
Ma la maestra Maria sa cogliere anche il più piccolo rossore, o velo di tristezza, sui volti dei suoi bambini. Ama discutere, tutti insieme, di ogni loro minimo turbamento, di qualunque natura esso fosse. Senza reticenze, senza voltarsi dall’altra parte. Oggi hanno inventato l’educazione all’affettività. Lei, con semplicità, ha spontaneamente precorso i tempi, mettendo sempre al centro le anime e i sentimenti.
Aprendo persino la sua casa di via Siena, fuori dall’orario delle lezioni, ai suoi allievi, desiderosi, con lei e grazie a lei, di continuare a tenere sempre aperto lo sguardo sul mondo, sempre accesa la fiamma della Conoscenza.
Le figlie della maestra
Pina Traini ha lavorato al Sabato e al Messaggero, prima di entrare, quasi trent’anni fa, nello staff della sala stampa vaticana. Ha spaziato dalla radio, la magica scatola parlante, per dirla con Woody Allen, alla televisione, oltre alla carta stampata. «Faccio informazione istituzionale – spiega – solo apparentemente fredda e anonima, dove anche una virgola è determinante per fare la differenza, ma che io ho sempre cercato di umanizzare, dando alla trasmissione della notizia, la profondità della fede». Un modus operandi che le ha fatto guadagnare l’apprezzamento dei Papi, e le amicizie profonde di tanti grandi nomi del cinema, dello spettacolo e della cultura.

Le sorelle Pina e Grazia Maria Traini

Maria Vincenza con tutti i fratelli e le sorelle

Sandro Traini con il papà, la moglie e le sorelle

Pina Traini
Pina Traini, con grande sensibilità e competenza, fra i tantissimi altri eventi culturali organizzati, ha voluto recentemente celebrare anche in Ascoli, a cinquant’anni dalla morte, Pier Paolo Pasolini, intellettuale cattolico senza Chiesa e comunista senza partito, profeta illuminato, scomodo e inascoltato. L’altra figlia, Grazia Maria, è un‘archeologa che “vive di parole” come dice lei, comunicatrice dell’antico e fondatrice di un business etico che sostiene iniziative di cultura e solidarietà.
«Mi ha dato la mamma – ci dice – il battesimo della parola, scritta e orale, il verbo, nella doppia veste di sua alunna e figlia, insegnandomi, come sosteneva Primo Levi, che le parole non volano, ma sono come pietre. Pesanti, importanti. E bisogna saperle usare, perché possono segnare la vita e la morte. Ho voluto scrivere e dedicarle un libro – continua Grazia Maria – sulla sua metodologia di insegnamento, solo per dirle grazie. Al di là dei tempi bastardi e bui che viviamo, avari di gratitudine e orfani di gioia, dove il merito è diventato cenerentola, il talento viene perseguitato, sbeffeggiato e annichilito, i portatori di qualcosa di nuovo e di buono, vengono rifiutati, dobbiamo continuare ad illuminare la notte. A crederci».
La mamma ascolta le figlie in silenzio. Ci pensa un po’ su, e poi chiosa: «Le mie figlie mi hanno superata da tempo in bravura – dice – ma quello che più ammiro in loro è l’umiltà che hanno sempre conservato. Perché il Sapere rende liberi e umani, e non va ostentato con presunzione, ma usato come accoglienza dell’altro. La Cultura non è arma di sopraffazione, ma strumento di incontro, dialogo, e umanità».

Alla presentazione del libro
Il libro
Un dialogo fra madre e figlia durato anni. Domande e risposte che rappresentano, per l’insegnamento, un ideale passaggio di consegne, ma, soprattutto, un conferimento di eredità morale e spirituale. Una connotazione dello studio come esigenza esistenziale più che lavorativa. Una mission che migliora la qualità della vita sotto il profilo etico, e non solo economico. Innamorata del Sapere, la maestra Maria ha saputo trasmettere questo amore anche ai suoi ragazzi, ha suscitato la loro curiosità, attirato la loro attenzione. Prime scintille del fuoco della conoscenza. Anche le aule scolastiche possono avere un’anima, e nella vita si possono accumulare tesori. Ma per i cuori. Un imprinting potente che non poteva risparmiare figli e nipoti. Sono venuti tutti, insieme a tanti suoi ex scolari, con amici e parenti, a salutarla.
Alla Fortezza Malatesta, per la presentazione del libro su di lei, le sedie non sono bastate per tutti. Una affluenza massiccia, ulteriore testimonianza dell’affetto e della gratitudine, sincere, di cui è stata ancora una volta ricoperta. Relatore insieme alle due figlie, Pina e Grazia Maria, l’autrice quest’ultima, come detto, dell’opera, il giovane filosofo, saggista e opinionista torinese Diego Fusaro. Uno disallineato, ma anche “disalienato”, come ama definirsi lui. Ma la vera star è lei, la maestra Maria Traini. Presenza discreta, quasi defilata la sua, che rifugge l’autocelebrazione, ma che è ancora capace di incidere, indirizzare. E lanciare messaggi potenti. Si schermisce ancora prendendo brevemente la parola in apertura.
«Non ho fatto niente di speciale – dice – ho sempre lavorato sulle anime dei miei bambini. Li ho solo presi per mano, e li ho accompagnati».

Un momento della presentazione con Fusaro
Da quando i nobili cavalieri non gradivano certo che i figli dei loro stallieri ne sapessero più di loro, e quindi avevano tutto l’interesse di mantenerli, come ogni buon regime conservatore e reazionario di ogni epoca, nel loro stato di totale ignoranza, ne è passata di acqua sotto i ponti. Poi sono arrivati i tempi che ci si alzava rispettosamente in piedi, quando il maestro entrava in aula, fino a quelli dell’alfabetizzazione diffusa, dell’obbligo scolastico per legge, della Scuola, preziosa cerniera di passaggio dalla famiglia verso la società civile, come primo ascensore sociale per i più diligenti e meritevoli verso l’emancipazione.
Il patto si rompe all’alba del nuovo millennio, quando i Governi avviano in Italia la progressiva distruzione della scuola pubblica. Fino ai giorni nostri, con le intimidazioni e le intemperanze largamente diffuse negli Istituti ai danni di insegnanti, spesso minacciati e aggrediti nelle aule. Con i genitori degli studenti sempre primi giustificazionisti del teppismo dei propri figli, e i ricorsi ai Tar contro le bocciature, quasi sempre meritate, degli stessi. In questo mondo al contrario di tecnologica barbarie, stona il Credo antico della maestra Traini.

Il libro
Anche il nuovo enfant prodige della filosofia italiana, Diego Fusaro, le riconosce la straordinaria umanità.
«Il suo è un racconto – dice – emotivo e nostalgico sul mondo della scuola di una volta, nell’ambito del quale lei ha operato con impegno e dedizione, certo, ma, soprattutto con amore. Una scuola evaporata, via via, nell’ ultimo trentennio. Ridotta a dispensatrice di nozioni, erogatrice di competenze e mansioni, dall’antico e più nobile greco scholè (σχολή) da cui discende, che indicava il tempo dedicato allo svago, e a sé stessi. Una Scuola divenuta oggi azienda, quella dei famigerati Pof, i piani di offerta formativa, intesi in chiave esclusivamente occupazionale, ma privati di ogni altra, e più preziosa, valenza».
La maestra Traini ha portato, e fa distribuire, regalini ai presenti. Come faceva una volta, con i suoi bambini. Caramelle Rossana. Che usava come una sorta di ciucci, per rasserenare bronci ostentati e prosciugare i fiumi di lacrime del primo giorno di scuola.
E poi piccoli biglietti ritagliati da carta di quaderno, su cui ha scritto a mano, in bel corsivo, le sue tante e sagge massime. Eredità spirituali legate con filo dorato e amorevole pazienza, uno per uno, a dei gessetti. Quelli bianchi, che stridevano, riempiendo di numeri e parole, le lavagne nere di una volta. Cose semplici, ed evocative. Pensieri innocenti e potenti. Come quelli che appartengono ai suoi autori preferiti. Gianni Rodari, Edmondo De Amicis, Carlo Collodi, Alessandro Manzoni, Ferenc Molnar, Hans Christian Andersen, Jacob e Wilhelm Grimm, Dino Buzzati, Alphonse Daudet. I nomi di compagni, preziosi ed amati, del suo lungo viaggio, che aveva già annotato, per primi, con il suo bel corsivo di giovanissima studentessa, su quel quaderno rubato.


La maestra Maria Traini con uno dei suoi dipinti

Con le figlie
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