di Luca Capponi
I cellulari non esistevano, ragion per cui quel pomeriggio Nazzareno Salvatori rimase tutto il tempo nei pressi del telefono fisso di casa. In attesa di una chiamata di cui non era nemmeno certo: «Massimo Silva mi aveva avvertito, ma ovviamente pensavo ad uno scherzo».

Paradisi, Nicolini e Salvatori
E invece il telefono suonò veramente: «So’ Mazzone. M’hanno parlato bene di te, ci verresti con me a Brescia?».
Comincia così un’incredibile avventura: per tre anni preparatore di una squadra destinata a fare epoca, il Brescia 2000-2003, quello di Baggio, Guardiola, Pirlo e Toni, per intenderci. Quello dell’ottavo posto in campionato e della finale Intertoto persa col Paris Saint Germain. In panchina, il mitico Carletto Mazzone.
Il prof Salvatori, vera istituzione nel campo della preparazione atletica, ascolano classe 1959 dal curriculum altisonante (che vede anche esperienze in Romania, Bulgaria, Qatar, Scozia), conferma: «Sono legatissimo a quei colori, li ho vissuto il mio apice in Italia ed ho avuto la possibilità di vivere direttamente il grande calcio. Ho avuto la grande fortuna di avere un maestro come Mazzone e dei giocatori incredibili, così come erano incredibili i tifosi. Però io sono ascolano e….al cuore non si comanda».

Baggio (di spalle), Mazzone e Salvatori
Il riferimento è ovviamente alla finale per la promozione in B che si terrà domani al “Del Duca” e che vedrà in campo la sfida di ritorno tra Ascoli e Brescia. Due squadre fondamentali nel percorso professionale di Salvatori. Lui era lì, infatti, anche in quel 22 giugno dl 1996 a Foggia, quando l’Ascoli perse la sua prima finale playoff di Serie C ai rigori contro il Castel di Sangro (tornerà in bianconero poi tra il 2018 e il 2023). «Fu una stagione bellissima fino a quell’episodio – racconta -. Ricordo che partimmo in ritiro a Carpineto con mister Nicolini e che la prima settimana non avevamo nulla, solo sette giocatori. Piano piano riuscimmo a fare la squadra e a combattere ogni domenica sul campo».
Retrocessa ingloriosamente dalla B, senza il patron Rozzi e reduce dal caos societario, l’Ascoli arrivò comunque quarta. Eliminata la Nocerina, ecco gli abruzzesi in finale.
«Sembrava quasi una formalità – ammette Salvatori -. A Foggia ci fu un esodo di tifosi contro i circa 600 del Castel di Sangro. Però poi niente, quando ti deve andare male…va male. Basti dire che Mirabelli, capocannoniere, non aveva mai sbagliato un rigore e quel giorno invece fallì. Mi è sempre rimasto impresso il cambio di Jaconi, che sostituì il portiere titolare prima dei rigori facendo entrare Spinosa. Qualche anno dopo ho ritrovato proprio Spinosa come preparatore dei portieri a Livorno e si ricordava quell’episodio…eccome. Dico solo che, come tanti, dopo quella partita non parlai per una settimana».
Oggi, però, la situazione appare ben diversa rispetto a 30 anni, per forza di cose.
«Quando ci sono queste partite fare dei pronostici o delle previsioni è sempre un grandissimo rischio, anche se su un campo in condizione ottimale e con la spinta del pubblico vedo l’Ascoli leggermente favorito – conferma Salvatori-. Il Brescia gioca più su un discorso di fisicità e corsa mentre i bianconeri hanno grande capacità tecnico-tattica fatta di partenze dal basso e fraseggi; sono due modi di pensare calcio completamente diversi. Di sicuro non sarà una partita facile, per nessuno».

La coreografia della Curva bianconera prima del match
Il discorso si sposta anche sul lato tifosi, inevitabilmente.
«Non si può giocare una finale senza la tifoseria ospite. Purtroppo queste sono le regole e vanno accettate e rispettate – prosegue -. Se sono arrivate limitazioni la colpa non è di chi fa le norme. Mi sarebbe piaciuta di più una finale secca in campo neutro dando la possibilità di partecipare a entrambe le tifoserie, così invece è frustrante prima per una poi per l’altra, a livello sportivo dispiace tantissimo. Ci perde il calcio, vero, ma onestamente devo dire che siamo noi tifosi che arriviamo a far perdere il calcio, in certi casi. Resta il rammarico per un’occasione persa».
Tornando al Brescia e a Mazzone, vera figura che unisce le due squadre, Salvatori ha pochi dubbi: «Carletto era molto affezionato al Brescia, ai giocatori e ai tifosi, alla città. È sempre stato molto rispettoso di tutti ma so che stavolta avrebbe sicuramente tifato Ascoli, magari senza ostentarlo troppo, non era da lui».

Salvatori e, alle sue spalle, l’ex allenatore dell’Ascoli Sottil
«Lui è stato un maestro per me, per quanto riguarda l’aspetto prettamente tecnico e tattico ma soprattutto per l’aspetto relazionale – va avanti -. Viaggiavamo insieme tra Ascoli e Brescia, abbiamo condiviso tanto non solo a livello professionale, c’era un rapporto che andava al di là. Prendo in prestito il titolo del documentario a lui dedicato, ma davvero per è stato “come un padre” calcistico. Prima a Brescia, poi a Livorno nel 2005-2006, con lui ho frequentato una grande scuola. Ricordo con emozione una scena accaduta dopo i primi mesi a Brescia, quando non sapevo se effettivamente il mio lavoro stava procedendo bene. Presi coraggio, bussai timidamente alla sua stanza e mi feci avanti, a domanda rispose, mettendomi una mano sulla spalla: “Secondo te se non andava bene non te lo avrei già detto?”. Poi aggiunse “Ora te ne puoi annà”. Per me Carletto non è un ricordo, per me è sempre vivo».
La chiosa è inevitabilmente ancora sulla partita di domani.
«La vedrò da solo, forse con mia moglie, davanti alla tv – conclude Salvatori -. In campo non ci saranno solo undici giocatori ma una città intera compresi i tifosi che vivono fuori, la squadra sarà spinta da un intero popolo, 30.000 cuori e oltre. Vincere rappresenterebbe una gioia immensa per tutti ed il coronamento di una stagione vissuta con pieno merito».
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