
Domenico Cornacchia (Studio Fotografico Eidos)
Centosessanta chilometri al giorno. Ottanta ad andare e ottanta a tornare da Castelnuovo Vomano dove lavora. Se li sobbarca volentieri Domenico Cornacchia, ogni giorno, solo per il piacere, impagabile, di tornare a casa propria. Agli affetti più grandi della sua vita, ai profumi della sua terra, a guardare, ogni sera, quel cielo di stelle. E ascoltare il silenzio assoluto della sua Santa Rufina. Musa ispiratrice. Porto sicuro, e luogo dell’anima. Saggezza contadina di poche parole e di tanto sacrificio.

Sono cinque generazioni che la sua famiglia, della antica casata detta d’ Tirafum’, sta lì. È cresciuto insieme ai nonni materni, patrimoni di umanità ed esperienze, insieme ai quali, fin da piccolo, ha fatto la legna nel bosco e tagliato il fieno, coltivato gli orti e aiutato a far nascere i vitellini nella stalla. L’arte di saper riuscire a far bene tutto da soli. Con un occhio alle lune, da rispettare come il ritmo naturale del succedersi delle stagioni, il ciclo immutabile delle lavorazioni agricole fidando sulla clemenza del tempo, accettando tutto quello che può piovere dal cielo. Andando a letto con l’arrivo del buio, e svegliarsi al sorgere del sole di ogni nuovo giorno. Curioso Domenico, assetato di scoperte, conoscenze, emozioni, e di ascolto degli altri, giramondo con la voglia, però, di tornare sempre a casa.
«Sono un uomo di forti passioni – ha scritto di sé – di cibi veri, di vini morbidi. Di innamoramenti intensi e duraturi. Un uomo a cui piace la melodia del mare ed il richiamo della montagna. Un uomo che ama divorare la vita».
Bello come una icona classica di Gesù di Nazareth, con gli occhi chiari e i capelli lunghi, la barba intorno a quel sorriso di eterno bambino. Neppure la dozzina di premi e prestigiosi riconoscimenti ricevuti per le sue instancabili e appassionate attività di escursionista scrittore e divulgatore, autore prolifico e innamorato della sua terra, gli hanno fatto perdere l’umiltà incisa nel suo dna.

Sul Kilimangiaro
Trentasei anni vissuti molto intensamente i suoi. A valorizzare con il Festival culturale dei borghi rurali della Laga le aree montane interne devastate dal sisma, le mete meno conosciute e celebrate, ma non per questo meno ricche di fascino e di storia. A studiare nuovi itinerari e riaprire, con le proprie mani, e l’aiuto del Cai Val Vibrata, vecchi e dimenticati sentieri in disuso. Una manifestazione, il Festival, vicina come nessuno alla memoria, alle istanze e ai sogni infranti delle piccole comunità in via di estinzione, che, ancora, nonostante tutto, ostinatamente, vi resistono. Una vocazione, un impegno, nati, con Domenico Cornacchia, a Santa Rufina. Dove non può fare a meno di tornare.
«Ho bisogno di sentire il profumo dell’erba appena falciata – confida – di scrutare un cielo sereno pieno di stelle, del silenzio profondo di casa mia. Di quella semplicità di vita che ho sempre portato dentro di me, di quelle piccole cose che sono ancestrali per l’uomo».
Santa Rufina
Fulcro di tre frazioni un tempo popolose. Cesano, Villafranca e Cerquito. Nomi che in realtà sono toponimi a significare la presenza, quassù, di dogane, querce e cese, dal latino caesa, tagliata, come un’area disboscata.
Il testo continua dopo le immagini


Santa Rufina

In inverno
Terra ricca di miti e leggende, di bellezze naturali e di storia. Un campanile troppo alto per una piccola chiesetta. Infatti era già torre di guardia collegata a vista con Talvacchia e con l’eremo di San Giorgio. Una piccola edicola di legno in bella vista sul sagrato. Dentro libri da prendere in prestito, da leggere a casa e riportare indietro. L’ha messa lì Domenico, che di libri ne ha scritti diversi anche lui, a disposizione di tutti i conterranei. Vecchie pietre tempestate di foglie fossili sulle mura e sul selciato antistante la chiesa del XII° secolo. Che custodiva al suo interno un trittico dell’Alemanno. Un’altra opera dello stesso autore ornava la chiesetta di Valloppiara, oggi borgo fantasma nel comune di Valle Castellana, che ospitava, a sua volta, un Crivelli. Poco distante, nella chiesa di San Vito, di opere del Crivelli ce n’erano, almeno, altre due. Un concentrato di arte e bellezza in pochi chilometri quadrati di montagne dove, evidentemente, non mancavano la sensibilità artistica e i mezzi economici per dotarsene.
Qui è, amministrativamente, Abruzzo per questione di poche migliaia di metri, ma Ascoli è vicinissima. Terra di un confine fra i più longevi d’Europa, a dividere due mondi, il regno Borbonico e lo Stato della Chiesa, e ad accomunare lo stesso popolo del Marcuzzo. Zona bellissima che comprende, idealmente, il nord dell’Abruzzo e il sud delle Marche, dalla posizione e microclima ideali. Da dove puoi vedere il mare tenendo, in inverno, i piedi sprofondati nella neve. Buoni cibi, borghi caratteristici e wilderness quasi vergini. La raccolta delle castagne in queste zone fra le più ricche in Italia. Il castagno più antico dell’Italia peninsulare nei boschi di Morrice, il piantone di Nardò, maestoso esemplare di oltre quindici metri di circonferenza, ha una età stimata di più di 600 anni. Un filo ideale lega le montagne più belle della Laga abruzzese e l’inizio della vallata del Tronto. Nel suo ultimo libro “A piedi da Ascoli al Ceppo” (2025) Domenico Cornacchia ne ribadisce lo strettissimo legame, tenta di riaprire l’interconnessione che c’è sempre stata fra le nostre zone montane, urbane e costiere.


Col prof Vecchioni
«Nell’antichità erano proprio le zone montuose le più popolate e floride – ci dice – l’economia a chilometro zero l’avevano già inventata loro. I traffici commerciali verso valle riguardavano legna, attraverso la fluitazione dei tronchi lungo il Castellano, lana, ghiaccio, legumi, castagne e la transumanza delle greggi».
Un progetto editoriale che lo ha visto collaborare ancora con due grandi amici, il professor Gabriele Vecchioni e Narciso Galiè. Un team già collaudato in precedenza, con i quarant’anni di gap anagrafico con loro, mai, da nessuno, minimamente avvertito.
La famiglia d’ Tirafum’
Domenico porta il nome del padre di sua madre. Se ne è andato nel 2017, a soli settantasette anni con un fisico minato negli anni passati fra le polveri delle vicine cave di travertino. Nonna Filomena, “Mimina” per tutti, a 84 anni accudisce ancora i suoi animali. Vite semplici, quelle dei genitori e dei nonni di Domenico Cornacchia, fatte di fatiche quotidiane nelle attività agro-silvo-pastorali tipiche della zona. La mamma, Nunzia Ignazi, è di Santa Rufina, il papà, Remo d’ Tirafum’, invece, è originario di Prevenisco di Valle Castellana. Il fratello minore, Federico, dipinge e scolpisce legno e pietra. A due mesi di vita Domenico è stato il Bambinello nel Presepe vivente di Castel Trosino, dove negli anni successivi, più grandicello, faceva emozionato il suo ingresso insieme al padre, tenendo alla cavezza una delle sue mucche.

L’infanzia di Domenico Cornacchia

A cavallo con il padre

Da piccolo sul trattore
I suoi nonni, bisnonni e trisavoli sono sempre stati qui. A Santa Rufina. Domenico dorme nel letto che fu del suo del suo trisnonno. Ferro battuto più di due secoli fa. Dopo le medie alla “D’Azeglio” di Ascoli e il diploma in all’Istituto Agrario (specializzazione in Viticultura ed Enologia) si laurea in Scienze e tecnologie alimentari all’Università di Teramo. Senza coltivare narcise ambizioni ai voti più alti, ma tirando dritto e spedito verso il risultato. I patentini di guida ambientale e accompagnatore turistico conseguiti per passione. Per lavoro, invece, è oggi responsabile della qualità, sia alimentare che di packaging, alla Cier di Castelnuovo Vomano.
«Ho avuto grandi fortune – racconta Domenico Cornacchia – come vivere una infanzia bellissima a diretto contatto con la natura, fra mucche e cavalli. Essere felici con niente. Inventare, insieme agli altri bambini vicini di casa, giochi e passatempi. Costruirsi con le proprie mani i giocattoli e le casette sugli alberi. Vivere i boschi come un gigantesco e magico luna-park dove dare corpo, con il gioco, alle suggestioni dei racconti ascoltati, e ai propri sogni. Scendere al fiume per fare, tutti insieme, il bagno. Frequentare le scuole elementari in una piccola pluriclasse a Valle Castellana. Ascoltare dai più vecchi i racconti degli orrori di due guerre mondiali. Conoscere le differenze fra il prima e il dopo. Quando per poter dire di star bene bastava solo avere a disposizione di che sfamarsi. E chi coltivava poteva mangiare sempre. Disporre di un pezzo di terra da arare e seminare era una benedizione dal cielo».
Diari di ordinaria quotidianità del passato, che ha raccolto nei libri Resto qui (2022) e Il tempo vissuto (2024), fatti di gioie e stenti. Neve da novembre a maggio, quassù, quando il pianeta ancora resisteva ai veleni sparsi dal falso progresso degli uomini. Gente tosta uscita da tempi duri. Abituata a lottare. A lacrime, sudore e sangue. Che ha conosciuto dittatura e guerre, orrori e riscatto. Con sacrificio, conquiste ed emancipazione. Che considerava la bugia un disonore. Il mancato rispetto degli impegni presi, un’onta. Che ha ben saputo fare, e assaporato la soddisfazione di riuscire a costruire. Che sapeva, pur semianalfabeta, di astronomia e meteorologia, agronomia e zootecnica, scienze alimentari ed enologia. Dallo spiccato e innato, come lo chiamano dottamente oggi, problem solving.
I libri
Domenico Cornacchia ha pubblicato otto libri in tre anni. Nati dall’ascolto, attento ed empatico, negli ultimi trent’anni, delle storie ed esperienze di chi è nato prima di lui. Il primo, Resto qui (2022), record di vendite nel giorno della presentazione alla libreria Rinascita. Tradotto e diffuso anche in lingua inglese per renderlo fruibile al milione e mezzo di abruzzesi di seconda e terza generazione sparsi, da emigrati, come tanti marchigiani, nel mondo.
«La soddisfazione più grande – rivela – è che i miei libri dedicati alla memoria della mia terra sono stati letti, dalla prima all’ultima pagina, anche dagli anziani semianalfabeti che ne sono stati protagonisti. Grazie, anche, ad un linguaggio volutamente semplice, ben comprensibile a tutti».


Alba alla croce di Monte Girella

Una affollata presentazione
La consegna di uno dei tanti premi e riconoscimenti
La casa editrice Edizioni Efesto gli ha dato fiducia e orgoglio, pubblicando, fin dagli inizi, da autore inesperto e autodidatta, senza mettere il lucro davanti a tutto, tutti i suoi scritti. Senza contratti e tornaconti, con un’intesa che è stata, da subito, principalmente, di spiriti. Di quelle di un tempo, caro a Domenico, in cui bastava una stretta di mano guardandosi negli occhi per siglare ogni compravendita. Alfredo Catalfo è l’editore che avrà sempre la sua gratitudine, oltre alla stima, insieme al grafico Valerio Carbone, che, invece, sempre nella capitale, ha curato l’editing di tutte le sue pubblicazioni. Memorie, come già detto sopra, riflessioni e poesie, cronache di viaggio come quello, della vita, verso la vetta del Kilimanjaro, nel 2023. E i viaggi dentro l’anima bella di un passato non lontanissimo ma irripetibile. E rimpianto. Non perduto. Perché arricchisce il vivere presente e continuerà ad illuminare anche quello futuro.
In Il tempo vissuto (2024) ha ripercorso, con oltre 400 foto, in larghissima parte inedite, mille anni di storia della sua terra. Immagini quasi tutte attinte agli album di famiglia, uno scrigno di inestimabile valore storiografico e affettivo. Un’opera gigantesca di recupero della memoria del suo popolo, attingendo a testimonianze tramandate e ai registri parrocchiali scampati alle fiamme appiccate dagli invasori piemontesi dopo il 1860. La Storia la scrivono sempre i vincitori, ma da queste parti l’Unità d’Italia non è mai stata ricordata con piacere. Il 2 gennaio 1861 le truppe di occupazione sabaude comandate dal generale Ferdinando Augusto Pinelli, diedero alle fiamme diciassette frazioni su questi monti, per stroncare la rete di protezione e supporto che la popolazione offriva ai guerriglieri della resistenza papalina. Quelli che gli invasori, e la loro narrazione, hanno sempre definito come “briganti”. Esecuzioni sommarie, uccisioni di civili inermi e stupri si susseguirono per mesi, con una cura particolare mirata alla distruzione degli archivi parrocchiali. Chiaro l’intento di annientare, insieme ai ribelli, la loro storia, il loro passato, le loro radici, la loro identità.

Chiudere cruentemente un’era, per aprirne un’altra sotto un nuovo ordine. Mistificando le verità, infangando, anche, prassi divenute consolidate queste fino ai bui giorni nostri, personaggi nobili e trasparenti della resistenza locale come il comandante Giovanni Piccioni. Per i bambini della scuola di Valle Castellana Cornacchia ha scritto una favola moderna, La casa dei ricordi (2024) con il ricavato interamente devoluto in materiale didattico regalato alla scuola stessa. Scuola che dovrebbe, secondo lui, imparare a diventare uomini e donne, insegnare la passione.
«In montagna le scuole sono il presidio più importante – ci dice sempre Domenico – se vengono a mancare i bambini significa che non ci sono più famiglie. Quattro comuni della zona hanno già visto chiudere le loro scuole. Valle Castellana resiste ancora, a stento (ma fino a quando?) al rischio di chiusura, contando i suoi soli otto alunni». Un tema, quello dello spopolamento delle terre alte interne, che Domenico Cornacchia sente particolarmente.

La rinascita delle zone terremotate
«I tanti soldi arrivati dopo il terremoto – secondo lui – non sono stati spesi tutti bene. Senza una progettualità, senza pensare alla ricostruzione delle comunità prima di quella delle case. Per riportate le persone quassù devi offrire servizi e opportunità, non solo alloggi. Garantire la ripartenza delle attività produttive che esistevano e agevolarne delle nuove. Alle esigenze e alle istanze più pressanti di chi vive ancora nelle Sae, non si è prestata, a mio avviso, la dovuta attenzione. La gestione della rinascita condotta spesso in maniera arbitraria, partitista, enfatizzando il poco fatto al fine di generare consenso elettoralistico. Ma chi vive sui territori non ha ancora visto progressi significativi. Vedere ricostruite seconde o terze case vacanza che si riempiono solo un mese all’anno, non è un conforto per chi se lo sente già che dentro quella casetta di legno Sae ci morirà».

I paesi sono fatti di persone. Vecchi, adulti e bambini che garantiscono ricambio generazionale, continuità nel ciclo vitale delle comunità. «I vecchi aspettano la morte – continua Domenico Cornacchia – aspettando figli che non tornano, e neppure figliano. Con bambini che non nascono più, la sfida delle istituzioni per il futuro può essere solo una. Attrarre nuovi residenti con politiche mirate. Incentivare i ritorni. Con ogni tipo di agevolazione. Facilitare l’occupazione con lo sfruttamento ecosostenibile delle risorse. Tutto in funzione della rinascita dei luoghi, ma, soprattutto, delle comunità. Il Bene Comune deve prevalere sempre su ogni interesse privato, personale».
Lo spopolamento delle nostre aree interne montane, iniziato negli anni Cinquanta, a causa dell’emigrazione verso l’estero in cerca di fortuna, si è riproposto dopo i terremoti.
«Si sta abusando un po’, secondo me – continua sempre Domenico – ultimamente, anche di termini come resilienza, restanza, ritornanza. Io parlerei più di una vera e propria forma di resistenza, di eroico brigantaggio post-covid, di spontanea, pacifica e civile rivoluzione dal basso, anche contro ogni banale e fastidiosa retorica, ogni tentativo di mistificare una realtà che non è, ovviamente, tutta rose e fiori. Se qui manca tutto, anche il nativo più innamorato della sua terra, a malincuore, sarà costretto ad andarsene. Luoghi dove si è potuto vivere dignitosamente per oltre mille anni sono, paradossalmente, divenuti invivibili oggi».

I viaggi
Domenico Cornacchia ha viaggiato, e viaggia, tantissimo. Il legame, forte, con la sua terra non gli ha mai precluso di allargare i propri orizzonti.
«L’Abruzzo è una chicca – afferma convinto – un gioiello di regione per quello che può offrire sotto tanti aspetti. Ho amato la Laga, perché selvaggia, per lo più quasi incontaminata. Ma è ancora snobbata, considerata di serie B. Con le numerose tappe del Festival culturale dei borghi rurali della Laga e con i miei libri, ho sempre voluto rivelarla rendendogli omaggio». Lui ha viaggiato in tutti i continenti. Thailandia, America, Giappone, Medio Oriente, l’Europa per intero, e poi l’Africa nera, ma sempre con la voglia di tornare a casa.

A Santa Rufina. Con occhi freschi, come dice lui. Per vedere chiare cose che altri non riescono a vedere. Appartiene a quella generazione di mezzo, che dopo una infanzia felice e spensierata ha vissuto e vive impotente tutte le incertezze, gli inganni e le contraddizioni della modernità. Che sta perdendo i vecchi, maestri di affetti e di vita, senza avere nessuno, più giovane, a cui poter passare il testimone.
«Amo moltissimo viaggiare – dice – perché questo ti insegna, per cominciare, a non essere razzista. Ti fa rendere conto di quanto tu sia piccolo in confronto al mondo. Ti fa conoscere realtà, filosofie di vita e soluzioni ai problemi nuove. Da copiare se serve, o da cui trarre ispirazione, per affrontare, e magari risolvere, quelli di casa tua». Il suo zaino da montagna come amico irrinunciabile di ogni viaggio. «È una parte di me – lo definisce – un amico di cui sono geloso».
Il Festival culturale dei borghi rurali della Laga
Ha 23.000 follower su Facebook. È la manifestazione dalla durata più lunga in Europa, Quest’anno, alla sesta edizione, ha organizzato 54 eventi nell’arco dell’intero anno solare. 220 quelli portati a compimento dalla sua nascita, nel 2021. Passa da un programma che tocca, inizialmente, sette comuni fino ai venti di quest’anno. Volontariato puro. Nato per solidarietà, dopo terremoti e pandemia, con le popolazioni colpite. Non chiede niente a nessuno, neppure la quota di iscrizione ai partecipanti. Nasce a Cortino, nel vicino Abruzzo ad opera di un romano, Roberto Gualandri, che ha radici forti e profonde ben piantate, però, qua vicino, a Collegrato di Valle Castellana.

Roberto Gualandri con Domenico Cornacchia durante una delle tappe del Festival
Un altro spirito puro che non chiede niente a nessuno, come detto, per accompagnare comitive sempre più numerose di cittadini laziali, abruzzesi, umbri e marchigiani sui nostri monti. E nessuno meglio di lui, ha conoscenza dei territori e il polso degli umori delle comunità. Perché, da Roma, parte e passa tutti i suoi fine settimana negli angoli più belli e sperduti di questo tratto appenninico, a scovare nuovi itinerari, a incontrare la gente che vi abita. A scarpinare sui sentieri, svelare meraviglie nascoste e, soprattutto, rinfrancare cuori. Sobbarcandosi spese e fatiche.
Per lui è diventata, ormai, una missione, anche se molti di noi quello che riesce a fare lui gratis, non lo farebbero mai neppure a pagamento. Perché la valorizzazione dei territori nasce dall’amore e dalla conoscenza della storia di quei territori. Domenico viene coinvolto dalla seconda edizione in questa o.d.v. no profit del Terzo settore, che continua, meritoriamente, ad operare in queste terre ferite dal sisma di dieci anni fa, nella totale indifferenza delle istituzioni. Uomini soli. A elaborare progetti, incontrare comunità, ripulire vecchi sentieri abbandonati. In direzione ostinata e contraria. Forti della propria passione, libertà, e indipendenza. Anche da ogni finanziamento pubblico.
Sul Kilimanjaro
«La montagna – ha scritto – è per gente forte, coraggiosa… la montagna è vera. Sincera». La passione e l’amore per lei, il rispetto per l’ancestralità in ogni sua declinazione, che si possono leggere fra le righe di ogni suo testo, hanno portato Domenico Cornacchia fin nel cuore dell’Africa. Là dove la Scienza ritiene siano comparsi i primi ominidi su questo pianeta cinque milioni di anni fa. Lungo la Marangu Route, la pista che sale verso la vetta del Kilimanjaro, nel 2023, ha cantato insieme ai portatori autoctoni Hakuna Matata, durante la lunga salita, raccontata anche in un breve e bellissimo docufilm reperibile su Youtube.

Il cielo stellato visto dal Kilimangiaro


In marcia

Una pausa lungo il cammino


Il gruppo con Domenico sulla vetta del Kilimanjaro
Immagini meravigliose arricchite dalle parole tratte dal suo libro Un’altra notte ancora (2023) diario di quella indimenticabile avventura. In questo angolo di infinito fra Kenya e Tanzania, dove il tempo si è fermato, e il cielo, di notte, è così stellato da togliere il fiato, così immenso da riempire di brividi la pelle, e di lacrime gli occhi. Sei giorni di trekking verso la vetta più alta d’Africa, una delle sette più maestose di ogni continente. Uno dei tre ghiacciai perenni del continente nero, un luogo magico, un’altra meraviglia da immolare al moloch spietato e folle che domina la nostra scellerata epoca. Pole pole, raccomandano a tutti i camminatori, in dialetto swahili, le guide locali durante l’ascesa che sale attraverso cinque diverse zone climatiche. Dalla foresta pluviale attraverso brughiera e deserto fino alla zona artica della vetta. Piano piano. Pole pole Domenico ci è arrivato in cima.
«Fino ai quasi seimila metri della vetta – racconta ancora turbato – ho portato la mia passione, i miei sogni e i miei affetti più cari. I battiti forti del mio cuore e le lacrime irrefrenabili della mia commozione. Il Kilimanjaro è ancestrale bellezza di un mondo fatto di semplicità. Di ritorno alle origini, all’essere soltanto uomini e donne, senza le tante forme di modernità malata che ci hanno, alla fine, incaprettato. Che ci hanno allontanato dalla grande madre terra, che ci dà la vita, e che noi abbiamo violentato, avvelenato, ormai quasi del tutto distrutto. Realizzi la nostra più totale insignificanza di fronte alla bellezza e alla grandezza dell’universo. Dovrebbero fare certe esperienze quelli che decidono le guerre e le sorti del mondo. Mi chiedo come abbiamo fatto a regredire, ad imbarbarire fino al punto infimo a cui siamo arrivati oggi. Fino a perdere anima, principi, umanità, valori, e anche le palle per riuscire a difenderli, a riaffermarli. Ma, forse, la libertà non è per tutti. Perché è scelta coraggiosa, impegnativa, non piegarsi, andare per la propria strada a testa alta».
Fino a quando ci sarà sabbia nella clessidra.































































