Le storie di Walter: Pizzingrilli & Felicetti, il baseball ascolano

ASCOLI - I racconti dei due ascolani accomunati dalla stessa passione che ne ha cementato l’amicizia. Gli albori romantici a metà anni '60, le partite all'ex Gil, la crescita, fino al progressivo declino. Che mortifica gli sforzi di altri grandi protagonisti per tenere in vita questa affascinante disciplina anche nella nostra città
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Una partita alla ex Gil

di Walter Luzi

 

La suggestione di uno sport strano e di non facile comprensione che nasce nella platea di un cinema. Due film, cento lire. Aldo Pizzingrilli, classe 1943, scopre così, da ragazzino, il baseball. Attraverso le immagini di un vecchio film americano in bianco e nero, vede per la prima volta i giocatori di questo sport vestiti con quella specie di strani pigiamoni. Lanciatori e battitori che si fronteggiano sotto il sole.

Aldo Pizzingrilli

 

Batti e corri lo chiamano questo sport, inventato, forse, dagli Egizi duemila anni Avanti Cristo, ma che viene ufficialmente regolarizzato dall’altra parte del mondo, vicino a New York, da Abner Doubleday nel 1839. Sempre da quelle parti, sei anni dopo, nasce anche la prima, vera squadra di baseball, i Knickerbokers. E sempre in America nasce, nel 1876, la prima lega professionistica. Nove i giocatori per ogni squadra, nove gli innings che decidono la partita, lo sport di squadra diventa individuale quando il battitore è solo contro tutti.

 

In Italia si comincia a parlare di baseball solo nel 1919, grazie all’italo-americano Max Ott, alias Mario Ottino, che nel 1948 figurerà fra i fondatori della prima Federazione. Nello stesso anno a Milano si disputa la prima partita ufficiale, e la Libertas Bologna vince il primo scudetto nazionale. Il lanciatore romano Giulio Glorioso e il ricevitore milanese Gigi Cameroni i primi veri campioni italici di questa disciplina. Fitta di volti e nomi la Hall of Fame mondiale di questo sport, che approda ad Ascoli nel 1966, grazie ad Aldo Pizzingrilli. Anche se il vero pioniere da queste parti era stato Mario Urbanizza, che l’aveva conosciuto, da giovanissimo migrante, in Venezuela.

Dino Felicetti negli anni Ottanta

 

Aldo Pizzingrilli, il trascinatore

 

Aldo Pizzingrilli nasce “‘rrete li mura”, nel cuore di Ascoli.

 

«Mio padre Emidio – ricorda – era un sarto, anzi, lu sartor’, come si diceva in dialetto. Alla mamma, Luigia Lazzarini, con gli anziani suoceri in casa da accudire e quattro figli da crescere, di tempo gliene restava davvero poco per poter fare altro. Era la sorella di Ginetto Lazzarini, che aveva giocato in Serie B nella Spal».

 

Aldo è il primogenito. Dopo di lui arrivano, nell’ordine, Umberto, Gianfranco e Claudio. A Roma, durante il servizio militare di leva, nel 1964, si avvicina alla Federazione italiana di baseball. Presto supera brillantemente il primo corso nazionale per allenatori, tenutosi fra Roma, Coverciano e Formia. Ritorna nella sua città carico di voglia di fare, ma non è facile. «In Ascoli – ricorda – non si vendeva nulla per il nostro sport. Le prime mazze ce le fabbricammo artigianalmente».

 

Dopo il diploma alla Ragioneria conseguirà anche, a Perugia, dopo il servizio militare di leva, la laurea in Lettere ad indirizzo storico-medievale.

 

«Lavoravo e, contemporaneamente, studiavo – ricorda – ho iniziato dall’ingegner Tassi, e poi alla Rossi&Benigni quando, ancora, avevano una piccola officina a Castagneti. Lì vicino c’era un bel prato verde pianeggiante che dividevamo con le pecore al pascolo, dove facemmo i primi allenamenti». Peppe Felicetti, Leone e Urbanizza, sono i suoi primi discepoli, con un guanto, una palla e una mazza a bastare per tutti. I primi giovani di un gran numero di entusiasti neofiti che, dal 1966, Aldo riesce a raccogliere intorno al baseball.

 

Il testo continua dopo l’immagine

Una delle primissime formazioni del BCAscoli: Mario Curi, Piero Celani, Mario Scaletti, Berardino Leone, Luigi Acierno, Francesco Simoni, Maurizio Felicetti, Giuseppe Felicetti, Aldo Pizzingrilli, Domenico Calcagni, Giuseppe Sestili, Serafino Guaiani.

 

Ma l’esordio nel campionato di serie C è traumatico. A Bologna, contro il Longbridge Foschini, gli ascolani perdono in soli tre inning 46 a 0. Non sarà l’unica batosta patita. Ma non mollano. Sul finire degli anni Sessanta i giovani si costruiscono da soli campo di gioco e relativa illuminazione sull’area della ex GIL, e cominciano a crescere tecnicamente e tatticamente. Il baseball ascolano decolla rapidamente grazie ai buoni uffici del presidente federale Bruno Beneck che invierà ad Ascoli, fra gli altri, il primo allenatore statunitense, Willie Martin, il preparatore atletico Roberto Frinolli e i tecnici Enzo Blanda e Chet Morgan.

 

Dino Felicetti in nazionale

 

Dino Felicetti, classe 1954, gioca a baseball da quando aveva tredici anni. Inizia al rimorchio del fratello maggiore Maurizio, quattro anni più grande, ad appassionarsi a questo nuovo sport, ancora completamente sconosciuto alle nostre latitudini. Fin da bambino è abilissimo a tirare le pietre con una mira infallibile. Una dote, la rapidità, ma anche la precisione, che sul monte di lancio del baseball gli tornerà molto utile. Quello del lanciatore è ruolo nevralgico, sempre determinante per costruire una vittoria. Incontra i ragazzi più grandi che già fanno parte del Baseball Club Ascoli: Calcagni, i fratelli Sestili, il cugino Giuseppe Felicetti, Mariani, Leone, lanciatore come lui. La preparazione atletica invernale la fanno al campo “Squarcia”. All’interno della vecchia palestra annessa, dove, correndo, si devono dribblare anche le colonne.

 

«Ricordo che le docce – racconta Dino – avevano ancora le catenelle per aprire l’acqua, e gli spogliatoi umidi che si riempivano ogni volta di vapore acqueo. Con i primi tepori primaverili uscivamo all’aperto, e cominciavamo a correre sulla pista di atletica che circonda il campo. Le partite le giocavamo proprio lì, allo “Squarcia”, anche se le dimensioni non erano sufficienti ad accogliere un “diamante” di baseball. Tutte le squadre che affrontavamo erano più esperte e attrezzate di noi. All’inizio perdevamo regolarmente, poi, pian piano, abbiamo iniziato a migliorarci diventando sempre più competitivi».

Dino Felicetti è il terzo in piedi da destra

 

Il merito di una crescita che si deve soprattutto ad Aldo Pizzingrilli. «Lui è stato una grandissima persona – continua Dino Felicetti – innamorato di questo sport, ci ha sempre spronato e dato fiducia. Fu lui a portare in Ascoli degli allenatori americani che ci fecero fare il salto di qualità. Macerata e Porto Sant’Elpidio avevano scoperto il baseball prima di noi, ma con il tempo siamo riusciti a dare filo da torcere anche a loro, mentre contro le squadre laziali, fra le migliori d’Italia, abbiamo, invece, sempre sofferto».

Il lanciatore in azione

 

I primi tempi, come detto, sono duri. «L’attrezzatura – racconta – (caschetti, divise, mazze guanti, guantoni, scarpini con gli spikes, protezioni, e poi i cuscini delle basi per le partite) è molto costosa, e cercavamo di risparmiare su tutto quello che si poteva. Le palline con le cuciture sdrucite le rattoppavamo con il nastro isolante. E andavano recuperate subite quelle disperse durante il gioco fra i rovi fuori campo. Per le partite si usavano solo quelle nuove, ma, se pioveva, ne occorrevano di più, per la disperazione di Aldo Pizzingrilli. Pensa che negli Usa ne usano ventisette, tutte nuove, ogni partita. Una per ogni lancio».

 

L’avventura americana

 

Nasce con lo scouting avviato dalla federazione alla ricerca di giovani talenti under 19 per partecipare, in America, al Babe Ruth Tournament, intitolato alla memoria del leggendario giocatore degli Yankee. È il 1972. Selezionato nei migliori sessanta giovani Dino Felicetti riesce a rientrare fra i diciotto convocati per la storica trasferta. Tre i marchigiani, oltre a lui un maceratese e un pesarese, tutti lanciatori. Dino è il selezionato più giovane di quella nazionale juniores.

 

«Non so se fu più per fortuna che per meriti», ci ride su ancora oggi. Quello del lanciatore è un ruolo nevralgico, la fonte del gioco della squadra. Nel Connecticut, a Boston, e Long Island vicino New York, si giocano amichevoli di preparazione e partite vere e proprie del torneo quando la differenza tecnica con gli americani si vede e si soffre.

Un lanciatore di baseball

 

«La mia velocità di lancio – ricorda – che in Italia era pure notevole, lì, dove erano già abituati ad allenarsi con una macchina lancia palle, non li metteva certo in difficoltà».

 

Una palla da 145 grammi di peso che viene scagliata a 140 all’ora. Oggi qualche campione riesce a lanciare a 103 miglia, che fanno oltre 160 chilometri all’ora. Dino allo Yankee Stadium di New York ha modo di entrare dei dugout del campo di gioco, salutare i top players statunitensi della major league. Un sogno per lui.

 

«Ricordo che ci invitarono ad assistere anche ad una partita di campionato. Noi tutti seduti vicini con le nostre tute azzurre. Allo stadio, già allora, funzionava il ledwall, e durante un intervallo, quando ci inquadrarono e lo speaker ci annunciò, tutti i settantamila spettatori si alzarono in piedi ad applaudirci. Ho ancora la pelle d’oca».

 

Dino Felicetti torna nella sua città bello carico. Dallo “Squarcia” passano ad allenarsi e a giocare alla ex Gil, anche se il diamante non è regolamentare e le deroghe presto non verranno più concesse.

Il primo allenatore americano del BC Ascoli Willie Martin

 

Il Bc Ascoli accetterà di sistemarsi in seguito all’ex area Zannoni di addestramento in zona Marino del Tronto, ma i lavori di realizzazione del nuovo campo, come quasi sempre capita al Comune, vanno molto, molto, per le lunghe. E poi non se ne farà più niente. Nei decenni successivi i ragazzi del baseball ascolano trovano a lungo provvidenziale accoglienza sul campo sportivo dell’Appignano. Un trasferimento che, però, costa in termini di visibilità, prestigio e supporto dei sostenitori.

 

La crescita

 

Il baseball Ascoli è stato in tournèe anche all’estero. in Cecoslovacchia, nel 1974, e poi in Francia, fra le altre. Dalla fine degli anni Settanta, quando si cominciano a raccogliere i primi frutti di tanto lavoro, Aldo Pizzingrilli passa la mano.

Aldo Pizzingrilli negli anni 70

 

«Avevo ricevuto diverse promesse di un impiego in un Ente pubblico – rivela – che mi potesse permettere di avere le mezze giornate libere da dedicare alla squadra, ma non se ne fece mai nulla. Il mio lavoro non mi permetteva più di fare entrambe le cose, e mi vidi costretto, a malincuore, a dover mollare gli impegni del baseball».

 

Willie Martin e Marco Vittozzi i giocatori-allenatori che faranno la differenza mentre Francesco Certelli, un bancario altro grande appassionato, fa decollare il softball, che arriverà a militare anch’esso fino alla Serie B nazionale. Alla guida tecnica del Bc Ascoli si alterneranno poi il venezuelano Leo Martin Ortega con il suo secondo Luis Diaz, e, da ultimo, Bob Ciccone.

 

Sono, comunque, gli anni Ottanta quelli d’oro del baseball ascolano, che vedono l’organizzazione dei Tornei Città di Ascoli. Vi partecipano i sestieri ascolani, ciascuno con la propria squadra, e vengono invitate anche le migliori formazioni di serie A. Quello di fine anni Ottanta è il periodo di maggior fulgore del movimento piceno. Il Baseball Club Ascoli trova fra gli altri vari sponsor Entremont e Gordon.

 

In provincia nascono una decina di nuove società, mentre in estate si tengono camp di avviamento per giovanissimi a Carpineto di Colle San Marco. Nel 1988 la società ascolana è la prima nelle Marche per numero di tesserati, e la seconda in Italia per attività del settore giovanile. Trasferte di campionato anche di centinaia di chilometri. Partenza il pomeriggio della vigilia. Prima gara alla mattina, la seconda nel pomeriggio, La trasferta più lunga ad Ustica, un’altra finale sfortunata per la promozione in serie B, nel doppio confronto perso nel ritorno ad Ascoli proprio all’ultimo minuto di gioco.

 

In piedi da sinistra: Loreti, Alessandrini, Dino Felicetti, Capriottti, Tomarelli, Perna, l’allenatore Martin. In basso Benigni, Di Francesco, Cacciatori, M. Felicetti, Gabriele e Guaiani.

 

«Vincevamo i play-off dei nostri campionati – ricorda sempre Dino Felicetti – ma nei confronti successivi intergironi, quasi sempre di stretta misura, a volte per un solo punto, finivamo puntualmente per soccombere. Comprensibilmente la mancanza di allori e promozioni finiva per scoraggiare anche i pochi sponsor che ci sostenevano».

Le istruzioni del ricevitore

 

La mangusta

 

Dino Felicetti nella sua lunghissima carriera giocherà anche con Porto Sant’Elpidio e Macerata. Che sono, oggi, con Pesaro e Montegranaro, fra le squadre marchigiane più forti. «Con Patrizio – ricorda – io lanciatore, lui ricevitore, ci chiamavano i fratelli Felicetti, anche se in realtà eravamo cugini quasi coetanei».

 

Bisticciano a distanza, tramite i loro segni convenzionali, sulla direzione dei lanci. Bassa interna, bassa esterna, no, meglio curva, drop, o a effetto, con la palla che deve passare dall’area di strike, cioè fra l’ascella e il ginocchio del battitore per la larghezza della casa base.

Patrizio Felicetti

 

«A Macerata – racconta sempre Dino Felicetti – andavamo a giocare con la 127 nocciola di seconda mano che a mio cugino aveva comprato il padre, ma che guidavo io, da neopatentato. Da lì, in pulmino, partivamo per le trasferte. Spesso rientravamo a casa alle quattro del mattino dopo. E poche ore dopo eravamo già in classe, a scuola. Io andavo alle Professionali in via Dino Angelini. Poi ho lavorato nell’azienda di autoricambi di famiglia».

 

Sui social il suo nickname è “Trivella”, così soprannominato dai compagni perché le sue palline basse finivano per bucare la terra rossa tanto erano veloci e potenti. Per molti vecchi compagni è, invece, ancora “la mangusta”, per la sua fulmineità nel sorprendere gli uomini in base. Sono rimaste memorabili alcune sue imprese sportive. In occasione di una finale playoff, già quasi quarantenne, lancia per nove innings. Durante un’altra partita da ricordare realizza ben diciassette strikeout. Un piccolo fuoriclasse di provincia che non ha mai perso la sua forma fisica, né l’amore per questo sport.

 

«In estate quando tutti se ne andavano al mare io restavo in città per allenarmi. Dovevo tenermi in forma per restare al top su quel monte di lancio, quando a settembre sarebbero poi iniziati i play-off».

 

A fine carriera diventa allenatore-giocatore nonché dirigente accompagnatore dei suoi ragazzi. Sotto la sua ala maturano giocatori-dirigenti di grande valore e di lungo corso, come Fabio Gricinella, che riuscirà a portare, da ultimo irriducibile alfiere, il baseball ascolano fino in serie B nel 1991. Ma senza poter riuscire, senza gli indispensabili appoggi, a scongiurarne la fine.

 

Gli allenamenti alla ex Gil

Gli allenamenti in campagna

Una partita alla ex Gil

 

Insieme a tutti i grandi appassionati e nostalgici del baseball ascolano, strozzato dalla mancanza di un impianto di gioco vero mai realizzato, e dalla mancanza di mezzi economici per mantenersi, ha trovato ripiego, da un decennio a questa parte, nello Slow pitch. Letteralmente lancio lento. Variante soft mista che si gioca con la pallina da softball. Un campo realizzato a Castel di Lama su un’area dismessa ceduta dall’azienda di famiglia Felicetti. Tanti i tornei amichevoli organizzati, alcuni dedicati alla memoria di vecchi compagni di gioco che non ci sono più, come Giovanni Mariani e Francesco “Ciccio” Certelli. Immancabili, ad ogni appuntamento, le appendici… gastronomiche, con Dino Felicetti ancora protagonista. Un fuoriclasse non solo sul monte di lancio, ma anche in veste di cuoco sopraffino in cucina.

Pizzingrilli negli anni Ottanta

 

Il sogno americano

 

Aldo Pizzingrilli oggi ha ottantatré anni e qualche acciacco. Sempre come direttore del personale, o delle risorse umane che diventeranno, ha passato la sua intera vita lavorativa, prima alla Uniroyal Manuli, e poi alla Magazzini Gabrielli. Ma il pioniere ascolano del baseball è stato anche cronista e scrittore, oltre che appassionato uomo di sport.

 

Giornalisticamente muove i primi passi nei primissimi anni Sessanta da collaboratore al Resto del Carlino di Silvestri. Segue anche gli spettacoli della stagione lirica e teatrale del Ventidio. Tornerà anni dopo al Carlino sotto la gestione Gasparri. Passa poi al Corriere Adriatico sotto Tonino Carino, che lo coinvolge ad Ancona, in programmi radiofonici, anche di carattere satirico su Rai3. Co-fonda il periodico sportivo cittadino Lo Sport Ascoli nel 1975, insieme a Bruno Ferretti, Paolo Paoletti e Sandro Conti.

 

Ha già contribuito a far nascere e muovere i primi passi a Tva Telecentro, con le intuizioni del vulcanico Pedro Fabiani e la voce stentorea di Eraldo Mancia, che segneranno un’epoca. Senza le attrezzature sofisticate di oggi, dove tutto, o quasi, si doveva fare a mano, aguzzando solo l’ingegno. Un’altra delle tante sfide della sua vita.

Baseball ad Ascoli

 

Davide Vitelli e Marco “Micio” Regnicoli lo introducono nel pianeta Quintana coinvolgendolo nel Sestiere di Porta Maggiore. Alla fine degli anni Ottanta è fra i promotori dell’Ascoli Medioevo Festival e collabora con l’Ente Quintana. Si inventa il Palio di Maltignano, ma la sua passione per le rievocazioni storiche lo porta fino a Barletta per curare anche alcune edizioni della celeberrima disfida.

 

Aldo Pizzingrilli non ha mai perso, negli anni, la sua passione per la scrittura. Due libri, nel 2018 e 2019, alla fine, si è deciso anche a pubblicarli. Romanzi che parlano d’amore e di relazioni umane. A proposito. Sposa Emilia nel 1969, che gli darà due figli, Gianluca e Paolo. L’unico nipote si chiama Marco, oggi quattordicenne, che al baseball ha, però, preferito il basket. Anche per lui Aldo ha scritto molto, solo per il piacere di farlo, cavalcando le onde delle suggestioni della sua infanzia. Gli è parso, forse, così, di tornare indietro anche lui ai suoi anni di bambino. Seduto ad occhi sgranati e fissi su quel grande schermo del cinema Piceno. Quasi a leggere nelle immagini di quel baseball in bianco e nero il suo futuro a colori. Da vivere sempre intensamente, inseguendo il suo grande sogno americano.

 

(Tutte le foto sono tratte dal libro “Il sogno americano” di Aldo Pizzingrilli del 2011)

 

 

 


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