
Il dottor Salvi con la moglie Liliana, il figlio Marco e la nuora Rossana
Gianfranco e Liliana non hanno mai smesso di tenersi per mano. Il dottor Salvi, l’artefice principale dell’insediamento, cinquantaquattro anni fa, della Farmitalia Carlo Erba (poi diventata la Pfizer di oggi) nella zona industriale Marino di Ascoli, e sua moglie Liliana, si sono spenti a ventiquattro ore esatte di distanza, e ignari entrambi sulle sorte l’uno dall’altra.

Il dottor Salvi negli anni 60
Lei, 87 anni, per un malore improvviso nella sua casa. Lui, 91, si è spento con un ultimo sorriso fra le braccia del nipote Giorgio. Era ricoverato da qualche giorno nel reparto Pneumologia dell’ospedale “Mazzoni”. La camera ardente composta per entrambi, dalla famiglia, nella loro abitazione. Le bare affiancate sul loro stesso letto.
Un unico funerale per due inseparabili compagni di vita, domenica alle 15 in Cattedrale. Un rarissimo scherzo del destino che ci piace intendere come un meritato privilegio riservato solo a spiriti eletti. Perché il dottor Salvi, dopo la cittadinanza onoraria concessagli dal Comune lo scorso anno per la sua figura e i suoi meriti, un premio alla sua lunga e virtuosa esistenza se lo meritava tutto, davvero, anche dal cielo.
L’amore fra Franco e Liliana era sbocciato, poco più che ragazzi, in un piccolo paesino dell’appennino tosco-emiliano, Tredozio, dove Liliana è nata, e Gianfranco è arrivato al seguito del papà, che lassù ha aperto una farmacia. Si sposano nel 1957 a Sarsina. Nel 1960 arriva Marco, nel 1964 Federica. Dal matrimonio del primo con Rossana, un amore nato da adolescenti anche il loro, nasceranno Giorgio nel 1994 e Lorenzo nel 2000. Da quello di Federica con Giuseppe, invece, Eva, nel 2004.
Bambini tutti cresciuti con quella nonna bellissima e sempre elegante, grande innamorata del mare, toscano o marchigiano che fosse, e di loro. Infanzie e adolescenze felici passate con i nonni in quella casa immersa nel verde di Caselle di Maltignano. Piena di libri, di quadri, di amore. Nonni vissuti come esempi, riferimenti fissi. Come una volta. Il metro di Franco e Liliana non è cambiato passando dai figli ai nipoti. Buon sangue non mente. Le loro parole, la loro voce incrinata dalla commozione, ci raccontano i nonni, volati via insieme, senza lasciarsi mai la mano. Lui la chiamava affettuosamente “Tata”. Caratteri molto diversi, lontani, ma di quella diversità che unisce, che lega ,capace di una continua catalisi che non richiede affinità quando il catalizzatore è il più forte. L’amore.

Gianfranco e Liliana
«Loro due sono riusciti sempre a trovare un punto di equilibrio – dice la figlia Federica – grazie soprattutto alla pazienza della mamma. Alla sua capacità di adattamento e di sacrificarsi per lui, per i propri figli prima e per i nipoti poi, senza mai farsi pesare nulla. La mamma impersonava al meglio il pensiero accudente proprio di ogni mamma. Ha permesso così al papà di poter volare verso ogni suo grande progetto, mai contrastandolo nelle sue scelte, lavorative in primis, che finivano per coinvolgere tutti, ma che lei ha accettato, seguendo e condividendo appieno ogni suo disegno, ogni suo progetto».
Anche quando, a sessantacinque anni, quando quelli normali si mettono a riposo, e lui, invece, decide di andare a lavorare alla Asl di Grosseto. A continuare a fare ancora cose grandi. A lasciare un’impronta. Che va ben oltre le diverse cittadinanze onorarie con cui è stato gratificato. Contano molto di più, per quelli come lui, la stima e l’affetto della gente. L’essere ricordato, ancora oggi, dai cittadini di Orbetello, di Pitigliano o dell’isola di Capraia, per aver realizzato opere e imprese memorabili. Di quelle che si promettono durante ogni campagna elettorale, ma che poi, dopo le elezioni, non si concretizzano mai più. Il dottor Salvi invece si impegnava sempre al massimo per mantenerle quelle promesse fatte. Non per interesse, o per consenso utile alla carriera, ma solo per il Bene Comune. Termine desueto, e nobile concetto, questo, quasi completamente estinto nella moderna società neobarbarica dei giorni nostri.

Con il nipote Giorgio in viaggio in India
«La sua logica era di governare gli eventi – dice il figlio Marco – ovunque si prospettasse la necessità o l’opportunità di mettere in campo le sue professionalità, le sue capacità che gli hanno permesso di fare, ovunque, cose straordinarie. La mamma gli è sempre stata di grande supporto in questo. Fino all’ultimo, è la mia convinzione, la mamma ha provveduto ad alleviare anche i suoi triboli ospedalieri. Questa volta, per la prima volta, ha deciso lei cosa dovesse fare lui. Ha preso lei l’iniziativa, guidandolo ad uscire dalle sue sofferenze. Lo ha preceduto di poche ore nell’ultimo viaggio, aspettando che arrivasse anche lui a raggiungerla in cielo».
A casa dei nonni «una autentica istituzione», li ricorda Giorgio, il primo nipote, con la voce subito rotta dalla commozione, in mezzo al verde di Caselle di Maltignano, da Roma, lui è venuto a passare quasi tutte le sue estati di vacanze. Ricorda l’immutabilità di certe abitudini, la sacralità di certi riti sempre uguali. Come l’identico pigiare ritmico del nonno sul pulsante del citofono del cancello per annunciare il suo arrivo a casa, come usare sempre la stessa tazzina per sorseggiare un caffè, o la sua vecchia penna stilografica con l’inchiostro verde.
Come lo studio di antichi testi, anche in latino, con la sua lente di ingrandimento, sempre, ieraticamente, seduto nel suo studio pieno di libri, di amore per il sapere, per la cultura, la storia, le arti. Il suo rifugio, e culla di sogni e nobili ispirazioni. Giorgio e il nonno avevano fatto un lungo viaggio in India nel 2014. Un’avventura condivisa appieno, che non risente minimamente dei 60 anni di gap anagrafico. Un sogno che si realizza per il dottor Salvi, che in India era già stato, infatti, per lavoro, mezzo secolo prima. Nel minuzioso diario di quel viaggio, che diventerà anche un bel libro, annoterà: «è una avventura, una esperienza che, per entrambi, un uomo ormai quasi ottantenne e il nipotino appena ventenne, lascerà un segno profondo e un legame indissolubile».

Lorenzo, il secondo nipote, si focalizza di più sull’eredità spirituale dei nonni, il loro amore per lo studio e la cultura. «Il nonno ci ha abituati a pensare e a riflettere sui grandi temi – ricorda – la visione e il senso che possiamo dare alla vita, sospesi fra filosofia e religione. Ci ha trasmesso il suo amore per la lettura, lo studio, i libri. La cultura del lavoro, una cosa che amava, gli piaceva, e che non ha mai abbandonato fino alla più tarda età. Della nonna ho ammirato la resilienza, perché stare vicino al nonno non era sempre cosa facile. Geniale lui, ma anche complicato, difficile a volte, ma lei non si è mai lamentata di niente, ricercando sempre il compromesso in nome di un amore diventato sempre più raro oggigiorno».
Il sostegno di Liliana per Franco non è acquiescenza, l’appoggio non è sottomissione, ma devozione assoluta che nasce dalla stima incrollabile oltre ogni egoismo personale.
«I miei nonni sono stati e continueranno ad essere un grande punto di riferimento per noi – dice Eva – ma al di là dei loro insegnamenti mi piace ricordare la nonna come una donna sempre estremamente elegante. Anche con un sacco addosso faceva un figurone, perché aveva classe, con il suo portamento, i suoi modi. Ne trarrò sempre ispirazione per tutta la mia vita. Il nonno era un visionario immerso fra i suoi tanti libri, da leggere o da tradurre. Li ho sempre ammirati con i miei occhi di bambina, la più viziata, forse, fra tutti i nipoti. Per il loro altruismo, la loro generosità, l’essere premurosi e disponibili per gli altri».
Giorgio riesce a vincere il dolore regalando a tutti, per un attimo, un sorriso. «Ma voi ve la immaginate la scena? Nonno vedendo incredulo, inaspettatamente, la nonna già in attesa al suo arrivo, gli avrà chiesto: “Tata, ma che ci fai tu quassù?” Franco, gli avrà risposto, severa e dolce, lei “mica potevo lasciarti andar via da solo”».
Addio a Gianfranco Salvi. A poche ore di distanza è morta anche la moglie Liliana














