di Walter Luzi
Sono tornati da Roma, da Ascoli e da tutto il Piceno i capodacquari. La tradizionale grande festa di Sant’Antonio, che un tempo, quassù, si protraeva per quattro giorni filati, è l’ennesima occasione per ritrovarsi. In chiesa, e poi a tavola. Come sempre.
Cognomi che ritornano a testimoniare di lontane parentele che riconducono, forse, a ceppi comuni. Sono tornati per riabbracciarsi. E ritrovare forza, unità, dopo i confronti, anche accesi, fra i diversi punti di vista.
Perché i capodacquari sono tignosi per natura, i “litighini” li hanno sempre chiamati. Litigano spesso anche tra di loro, ma poi uniscono le forze, come accaduto in tempi lontani, per litigare persino con la potente e vicina Norcia. E come accade oggi. Per vedere ricostruita, prima possibile, finalmente, la loro Capodacqua.
Sono passati quasi dieci anni dai tre devastanti terremoti del 2016 e 2017, che hanno sbriciolato le centoventi case del paese. Dieci anni di speranze deluse e promesse mancate. Quasi tutti, quassù, sono arrabbiati, ma nessuno è rassegnato. Comunità viva, che neanche l’inevitabile diaspora post sisma, dopo la distruzione, è riuscita a uccidere.
L’anima di Capodacqua continua a vivere dentro le poche pietre rimaste, semi ricoperte dalla vegetazione che cerca di colmare il vuoto lasciato dai crolli e dalle demolizioni successive. Gli orti ben curati tutt’intorno. Verde e silenzio. Rotto solo dalla musica dell’acqua sorgiva de Lu Rrì che continua a scorrere. Non è finita. Capodacqua è ancora viva.
La Madonna del Sole
Per la santa Messa in onore di Sant’Antonio Abate i capodacquari sono, come sempre, tutti lì dentro. L’Oratorio della Madonna del Sole, un piccolo edificio religioso a pianta ottagonale costruito nella seconda metà del XVI secolo. Simbolo e cuore di Capodacqua con i suoi pregevoli affreschi cinquecenteschi. Fra le poche costruzioni a restare in piedi dopo le scosse di agosto. Ingabbiata dai Vigili del Fuoco, subisce i danni maggiori dopo quella di ottobre. I vigili si salvano saltando dalle impalcature quando arriva, quella domenica mattina. Un loro mezzo finisce quasi per intero sotto le macerie.
Il loro lodevole impegno per salvare, prima le vite, e, dopo, tutto il salvabile della memoria del paese, invece, non finirà mai. Capodacqua, come l’Italia intera, non smetterà mai di ringraziarli i Vigili del Fuoco.
Come Debora Pellicciotta del Rotary di Roma che si attivò da subito per riuscire a salvare il monumento simbolo del suo paese. Come Alessandra Stipa della sezione ascolana del Fai nazionale, che ne curerà il restauro. La Soprintendenza, e la Piacenti di Prato che lo eseguiranno. Come il colonnello Carmelo Grasso, i suoi uomini del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Ancona. E come gli alpini di Brenzone sul Garda.
Il centro di aggregazione
Lo hanno costruito loro. Una donazione di privati. L’unico progetto realizzato in tempi record e subito regalato alla collettività, da queste parti. È il nuovo cuore pulsante post terremoto di Capodacqua. Il gagliardetto degli alpini appeso alla parete insieme alle foto di giorni belli. Grandi tavoli per poter stare tutti insieme. Le associazioni che si sono succedute sono andate avanti solo con l’autofinanziamento. E con passione, con l’amore immenso verso la loro Capodacqua, lo stesso che fu del parroco don Francesco Armandi.
Hanno preparato a casa e portato da mangiare e bere in abbondanza le donne capodacquare. Per secoli sono restate sedute in casa in questo giorno, mentre gli uomini facevano il giro delle cantine. In una zona a vocazione agro-silvo-pastorale era sentita l’usanza di portare a benedire gli animali e il sale davanti alla chiesa intitolata a Sant’Antonio Abate. Quassù la devozione per il santo è forte. Gli Antonio e i Tonino si sprecano. A maggio si celebrava poi Sant’Attanasio, a luglio la Madonna del Sole.
I Santesi erano i paesani deputati alla organizzazione delle feste religiose. Il Priore della Confraternita della Madonna del Carmine, fondata nel 1450, Angelo Angeletti, è stato un maratoneta negli anni Settanta, ex atleta dell’ASA Ascoli prima, e del gruppo sportivo carabinieri Bologna dopo. Elena Centoni, ottantotto primavere, distribuisce ancora le pagnottelle fatte in casa e il vino benedetto a tutti, come la sua famiglia ha fatto per generazioni sulla propria aia nei giorni di festa. Vicino a lei i nipoti Pierluigi e Maurizio, i figli di suo fratello, Francesco Centoni, che non c’è più.
Amato Cortellesi e Mauro Di Cesare sono fra gli evergreen del paese. Emanuela D’Abbraccio è di Norcia, e ha lavorato al recupero della basilica di San Benedetto. È una esperta di manutenzione, catalogazione e restauro dei Beni Culturali, ma anche la nipote di Bepi Bonitti, guida alpina e, per una vita, proprietario del mitico Kapriol di Forca Canapine, dove lei ha passato gli anni meravigliosi della sua infanzia. E con questa terra, sfregiata anch’essa dal terremoto, ha conservato sempre un legame affettivo profondo.
Con Tufo e Forca Canapine, l’alleanza di Capodacqua è stata sempre forte. In ogni stagione dell’anno. Per la fienagione e i pascoli in estate, per gli sport della neve, fin dagli anni Sessanta, in inverno. Dall’Immacolata, otto dicembre, fino a San Giuseppe, il diciannove marzo, infatti, quattro mesi di innevamento erano garantiti. Altri tempi. A Forca alcune famiglie di Capodacqua hanno gestito poi, per anni, anche impianti sciistici di risalita.
Fra i dolci fatti in casa anche il pangiallo, di origine laziale, ma con molte caratteristiche in comune con il fristingo ascolano. Noci, mandorle, nocciole, uva passita, vino rosso, zucchero e lievito, gli ingredienti. Ma a Capodacqua ha sempre cambiato sapore a seconda delle tante varianti apportate da ogni massaia alla antica ricetta. E poi le noci caramellate come i sassi d’Abruzzo, ma che sono più tenere delle mandorle.
Le polemiche
Si mangia, si beve e si discute. Nonostante l’istituzione quasi immediata della zona rossa, in vigore ancora oggi in paese, i cavilli burocratici e i divieti, in molti hanno voluto continuare a coltivare i loro orti. Per rispetto, almeno, verso la terra gli avi. Anche se raramente, dopo la tragedia, sono stati materia delle cronache giornalistiche. Anche se si sentono dimenticati. E presi in giro dalle troppe promesse non mantenute dalle istituzioni, dai politici locali e nazionali. Mentre gli anni passano.
Cinque commissari per la ricostruzione (Errani, De Micheli, Farabollini, Legnini e Castelli) cambiati in dieci anni. I progetti per aggregati da ricostruire presentati sono fermi in attesa del completamento dei lavori di realizzazione dei sottoservizi. Il malcontento a Capodacqua è andato crescendo.
«Non ce lo meritiamo – ci dicono tutti – noi non abbiamo ancora visto nessuna ricostruzione. Il poco che è stato fatto è stato possibile solo lungo la strada provinciale “Nursina”, dopo averla liberata dai vincoli della zona rossa, solo per poter riaprire, prima possibile, il collegamento con l’Umbria. I lavori della Ciip, in aggiunta, hanno rallentato una ricostruzione già di per sé difficoltosa trasformando i nostri orti in cantieri. Ci sarebbe piaciuto, inoltre, essere maggiormente coinvolti nel progetto del nuovo acquedotto ma non è successo».
Va detto che il nuovo corso della presidenza Perosa alla guida della Ciip, ha dimostrato disponibilità verso la comunità capodacquara. La recente inaugurazione della prima galleria antisismica d’Europa, a Grisciano di Accumoli, tesa alla riqualificazione del sistema acquedottistico garantendo sicurezza e continuità idrica alla rete, ha però relegato in second’ordine gli interminabili lavori intrapresi dalla Ciip a Capodacqua.
E anche l’importanza del fatto che molte delle sorgenti di quelle preziose acque potabili captate, sono proprio lì, sotto di lei. Anche per i lavori di riqualificazione del cimitero i tempi si stanno allungando. La cappella interna al campo santo demolita perché gravemente lesionata dal sisma. I lavori di ristrutturazione e ampliamento, lungamente attesi, fermi dalla scorsa primavera. Interrotti e mai ripresi dopo aver buttato giù il muro di cinta e una mezza dozzina di alti cipressi del vialetto interno per fare spazio a nuovi lotti di loculi.
Quelli che resistono
Nel tour dei fedelissimi di Capodacqua ci guida Berardina “Bera” Di Cesare. Attivista della prima ora nell’opera infaticabile di continuare a tener viva, nonostante tutto, ogni tradizione del suo paese.
La cantina di Tonino Cortellesi, detto “Cracchino” è aperta sempre per tutti. Anche se ha dovuto trasferirsi al villaggio Sae di Borgo di Arquata, passa quassù molto del suo tempo. Gianni Cortellesi è un’altra presenza costante, fisica e …spirituale, a Capodacqua, dove è sempre tornato, ogni fine settimana, anche quando lavorava a Roma. Fra l’orto in cui coltiva di tutto, la cura dei suoi alberi da frutto, e le galline che alleva. Le tre scosse assassine le ha beccate tutte e tre quassù. Ma non considera, anche ora, nessun posto migliore di questo.
«Sto bene qua. Sono stanziale. Non mi serve altro – confessa – quassù siamo stati sempre abituati a fare da soli. Il Comune di Arquata in passato non si curava di niente. Avevamo la nostra Comunanza agraria che sopperiva ad ogni bisogno o necessità della popolazione. Esiste ancora oggi, ma senza più i benefici effetti di una volta sul territorio. Abbiamo un po’ perso, penso, quell’unità di intenti che ci rendeva potenti. E non è stato un bene».
Il sindaco
Alla festa di sant’Antonio di Capodacqua c’è anche il giovane sindaco Michele Franchi. «I lavori in corso della Ciip hanno effettivamente generato qualche malumore – ci dice – la mia gente ha bisogno, dopo dieci anni, di risposte veloci. Il presidente Perosa ha instaurato con le persone residenti un rapporto diretto, gli chiediamo maggiore attenzione alle loro istanze e al loro territorio».
Ma al sindaco Franchi stanno a cuore anche altre problematiche.
«Alla pari della realizzazione dei sottoservizi per il paese – continua Franchi – i lavori di recupero dei cimiteri di Capodacqua, ma anche di Colle e Spelonga, non possono più aspettare. Per dignità dei morti e per rispetto dei vivi. A questo punto diventa inderogabile il rispetto dei tempi previsti per la loro ultimazione. Qui, come in tutto l’intero cratere “vero”. Non possiamo più permetterci ulteriori ritardi. Questa giornata lo ha ribadito. La popolazione, anche senza le abitazioni, è rimasta profondamente legata a questi luoghi».
Come sta procedendo la ricostruzione in un cratere, è l’impressione, allargato a dismisura?
«Guido Castelli è stato anche sindaco – ci dice – e conosce bene queste zone, le esigenze dei territori. Vorrei solo che, dopo la ricostruzione, si proceda all’istituzione di zone franche urbane serie. Non per centoquaranta comuni, ma solo per quei dieci o dodici che hanno conosciuto l’emergenza vera. Quelli in cui c’è più bisogno di strumenti normativi e deroghe che nessun governo ha, finora, concepito, per renderli attrattivi e favorire il ripopolamento».
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