L’uomo e il bosco: l’intervento antropico sull’ambiente naturale

REPORTAGE - L’articolo è relativo all’azione, spesso nefasta, dell’uomo. Lo studio del paesaggio vegetale costituisce la piattaforma conoscitiva dalla quale partire per ogni progetto di gestione corretta del territorio 
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I mille colori del foliage di un bosco appennino (ph C. Ricci)

 

di Gabriele Vecchioni

 

L’articolo è relativo all’azione, spesso nefasta, dell’uomo sui boschi. All’utilità degli alberi e dei boschi per l’ambiente e per l’uomo Cronache picene ha dedicato diversi articoli; ripetere i concetti già espressi può essere utile, però, per meglio comprendere l’importanza dei vegetali per il consorzio umano: lo studio del paesaggio vegetale costituisce la piattaforma conoscitiva dalla quale partire per ogni progetto di gestione corretta del territorio. Ogni analisi del paesaggio parte, invariabilmente, dalla conoscenza del patrimonio vegetale: come scrisse Charles Darwin, «L’esploratore deve essere prima di tutto un botanico poiché le piante costituiscono l’ornamento del paesaggio». In realtà, il termine “ornamento” andrebbe sostituito con il più pregnante “elemento-base”.

 

 

La “macchia” dell’area ceduata spicca tra i colori autunnali del bosco (ph C. Ricci)

Oggi, l’Italia è, con 11 milioni di ettari e il 36,7% della sua superficie territoriale, il secondo tra i grandi paesi europei per copertura forestale, dopo la Spagna (con quasi il 40% della superficie nazionale coperto da boschi). In realtà, altri Paesi hanno coperture maggiori (per es., la Svezia e la Finlandia, con il 70% del loro territorio) ma con una popolazione numericamente assai inferiore. Più di un terzo dei boschi italiani sono difesi all’interno di aree naturalistiche protette e molti dei boschi “nuovi” sono in evoluzione e le successioni ecologiche non sono ancora stabili ma la strada intrapresa è quella giusta.

 

La sagoma elegante di un cedro svetta in un rimboschimento misto. Sullo sfondo, il Monte Vettore (ph N. Cesari)

Oltre alle politiche di (ri)forestazione messe in atto negli ultimi 30-40 anni sotto lo stimolo della Commissione europea (in 30 anni, l’Italia è passata da una copertura del 20% a quella attuale), c’è stato lo spopolamento delle aree interne che ha sicuramente favorito l’espandersi della superficie coperta dal bosco, dopo il periodo della “cementificazione” che si è prolungato fino agli anni ‘90 del Novecento.

I dati evidenziati sono positivi ma va chiarito che «In Italia non è rimasto quasi nulla d’intatto, anzi il territorio se non è urbanizzato, è caratterizzato quasi total­mente da formazioni secondarie. Tutti i nostri boschi sono stati in qualche modo mano­messi nel tempo, in maniera più o meno evidente, anche quelli ritenuti meglio conservati (fustaie, boschi con alberi vetusti e con legno morto, ecc.) […] Lentamente [molto lentamente, NdA], forse un giorno avremo altri boschi con caratteristiche di quelli primari, se la natura verrà lasciata libera di com­piere il suo corso (Kevin Cianfaglione, 2011)».

 

La quasi totalità dei boschi che l’osservatore percepisce come “belli e antichi” sono relativamente recenti: un esempio vicino alla città è dato dai boschi della Montagna dei Fiori dove è rarissimo trovare esemplari vetusti; ci sono sì ceppaie centenarie ma gli alberi risentono delle secolari pratiche di ceduazione.

Dalle nostre parti (nelle aree vallive e in quelle montane, soprattutto se vicine alla città), i primi boschi a scomparire, nel corso del tempo, sono stati quelli planiziali e quelli legati ai corsi d’acqua, se­guiti da quelli collinari; poi è toccato a quelli di montagna, eliminati o seriamente com­promessi. Il paesaggio secondario così ottenuto è andato, poi, ancora modi­ficandosi nel tempo. Fra i tanti casi legati ai cambiamenti del paesaggio si possono ricordare gli alberi camporili e monumentali che in Italia centrale stanno scomparendo nonostante le leggi esistenti che dovrebbero tutelarli.

 

 

Una pista frangifuoco in un rimboschimento di resinose. Ai bordi della sterrata, il timido inizio di ricolonizzazione delle specie autoctone (ph G. Vecchioni)

IL BOSCO –  Prima di proseguire, vediamo di approfondire la conoscenza del bosco. Con il termine “bòsco” (dal latino medievale buscus) si intende un raggruppamento di alberi, con un sottobosco formato da arbusti, suffrutici ed erbe e con un’estensione abbastanza ampia; dal punto di vista normativo, in Italia, il bosco è definito da parametri specifici quali un’estensione minima di 2.000 m² e una larghezza media superiore ai 20 m.

 

 

Come tutte le associazioni vegetali, il bosco è un insieme dinamico, in lenta trasformazione spontanea. Inoltre, il millenario intervento antropico sul territorio, legato alle attività agricole, forestali e pastorali, ha prodotto profondi cambiamenti: foreste e praterie primarie sono state modificate, dall’azione dell’uomo, nella composizione e nella struttura.

 

L’aspetto ordinato di un rimboschimento (ph G. Vecchioni)

Basti pensare alla presenza di estesi castagneti, lo sviluppo dei quali è stato favorito per motivi economici fin dall’epoca romana, o di boschi artificiali – i rimboschimenti – creati per proteggere il suolo dal rischio idrogeologico: nel vicino Abruzzo, spesso, il toponimo che indica un rimboschimento è proprio “Difesa”. A lungo andare (molto lungo!), questi boschi tendono ad assumere un aspetto più “naturale”, quando la compagine ordinata del rimboschimento viene rotta e altre essenze (autoctone) cominciano ad entrare tra le resinose.

 

Tronchi accumulati per l’esbosco (ph G. Vecchioni)

 

 

L’AZIONE DELL’UOMO – In diversi articoli abbiamo visto come l’azione dell’uomo sul paesaggio lo abbia modificato, spesso in senso negativo. L’intervento antropico è il più delle volte invasivo e provoca danni non facilmente riparabili (un esempio per tutti, il difficilissimo ripristino della situazione in statu quo ante nel caso di distruzione del cotico erboso di pendii montani), modificando l’ambiente naturale e provocando disastri, paradossalmente anche alle stesse infrastrutture realizzate dall’intervento umano. Quest’ultima affermazione è avvalorata dalle frane che coinvolgono case e strade, dalle alluvioni spesso facilitate dai tempi brevi di corrivazione dell’acqua meteorica e da altri episodi legati alla scarsa attenzione e al mancato rispetto per le esigenze dell’ambiente naturale.

 

In questo articolo, il focus è sull’azione dell’uomo: alla base di tutto quello che riguarda il paesaggio ci sono le operazioni che hanno modificato l’aspetto originario dell’ambiente naturale per l’intervento sulla vegetazione (per bisogno o per pervicace volontà di sopraffazione). Qui vedremo solo due delle (tante) azioni con impatto negativo sugli ambienti boschivi.

 

Un agrifoglio nel sottobosco della faggeta (ph G. Vecchioni)

L’intervento antropico sul bosco è antichissimo, strettamente legato allo sviluppo dell’agricoltura (in particolare della pastorizia). Al primo posto della trasformazione della copertura vegetale c’è il disboscamento, cioè la distruzione di vaste superfici boscate e dei cosiddetti ecotoni, gli ambienti di transizione tra due ecosistemi. Quest’area di transizione è fondamentale per l’ecosistema, per il “collegamento” tra ambienti diversi (per esempio, tra boschi e prati). Nelle aree ecotonali vegetano specie presenti nelle comunità confinanti e specie proprie dell’ecotono stesso; è presente, quindi, una grande ricchezza di specie e un’alta biodiversità.

 

 

Escursionisti precorrono un sentiero nel bosco (ph D. Cornacchia)

Il secondo aspetto negativo dell’intervento umano che qui consideriamo è legato agli incendi. Una delle principali cause di perdita della superficie boscata è legata proprio a questa autentica piaga, specie nelle regioni centro-meridionali del Paese.

Quest’anno (fino a settembre, ma l’anno non è ancora finito…) in Italia sono stati bruciati circa 31.000 ettari di territorio (per rendere il dato più comprensibile, è un’area pari, grosso modo, all’intera bassa vallata del Tronto, da Ascoli Piceno a Porto d’Ascoli).

Nella nostra zona, il problema non è percepito nella sua gravità, perché le regioni più colpite sono state la Sicilia, con 17.000 ettari perduti, e la Calabria, con più di 3.600 ettari. Il rischio, però, esiste anche nelle aree vicine, specie in quelle prossime alla città, soprattutto per la presenza di ampie aree rimboschite: ricordiamo che le resinose, proprio per la presenza, nei loro tessuti, di sostanze altamente infiammabili, si trasformano in caso di incendio in autentiche torce, provocando i devastanti incendi di chioma.

 

Bruciare sterpaglie può trasformarsi rapidamente in un incendio fuori controllo (Pb)

Oltre alle azioni delittuose (dovute a persone mentalmente disturbate come i piromani o, peggio, a speculatori) c’è da considerare l’operato di contadini con la mania italica dell’incendio delle sterpaglie e dei residui delle operazioni agricole (un modus operandi che, oltre tutto, costituisce – per il terreno – una perdita di materiale organico) e, quella, apparentemente più innocente, dei fuochi delle grigliate accesi da gitanti incoscienti nelle radure boschive.

 

 

 

Faggeta con tasso arbustivo nel sottobosco (ph G. Vecchioni)

CONCLUSIONI – In conclusione, possiamo scrivere che quando l’uomo interviene sui boschi lo fa per un interesse economico e la stragrande maggioranza di volte in maniera dannosa per l’ambiente naturale. Senza ripetere concetti più volte espressi e che tutti conoscono fin dagli anni della frequenza scolastica nella scuola primaria, è opportuna una maggiore responsabilità che si acquisisce con la ripetizione frequente di concetti basilari di ecologia ma, soprattutto, con una maggiore consapevolezza dei danni cui si va incontro e con leggi, anche punitive in maniera adeguata per i trasgressori, da far rispettare.


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