La 5ª B col prof. D’Isidoro

 

 

Cinquant’anni sono troppi per ritrovarsi. Tanti ne hanno aspettati i ventisei diplomati della 5ª B Sezione Elettrotecnici dell’Istituto Tecnico Industriale di Ascoli per organizzare la loro prima reunion.

Tonino D’Isidoro

 

Anno scolastico 1975-1976. Mezzo secolo fa esatto. Dopo tanto tempo, qualcuno stenta a riconoscere tutti. Canizie, calvizie e rughe diffuse non aiutano l’identificazione di chi ricordavamo giovane, forte e lungo crinito. Il lavoro, le scelte, il destino che rimescola sempre tutte le carte della vita, li ha divisi. Senza mai riuscire, però, a cancellare del tutto i ricordi, o affievolire quei legami. Portandosi dentro, per l’intera esistenza, le emozioni, le sensazioni, le esperienze di un vissuto relativamente breve, ma intimamente intenso. A diciannove anni, o giù di lì, con la voglia e la fretta di mangiarsi a morsi la propria vita, forse, neanche ce ne si rende conto.

 

Poi ci sono gli incontri fortunati. Quelli che possono dare uno scossone al tuo modo di pensare, o, forse, in qualche caso, che possono farti proprio iniziare a pensare. Succede quando dietro la cattedra va a sedersi un giovane insegnante come Antonio D’Isidoro. Che di anni ne ha pochi più di quei suoi primi allievi, ma che in tutto il resto, che conta davvero, è anni luce avanti. Quello che, a ottantatré anni passa a prendersi ogni giorno tutti i quotidiani in edicola per divorarli dalla prima all’ultima pagina, e che continua a spendere ancora un patrimonio in libri. E li legge pure. Tutti. Era già di un altro pianeta, il professor D’Isidoro, nel 1976.

 

È stato invitato anche lui, come ospite d’onore, alla reunion della V° B Elettrotecnici, insieme all’assistente di officina elettromeccanica Dario Calenti. Gli unici insegnanti sopravvissuti di un top team che comprendeva ingegneri del calibro di Inghilleri, Silvestri, Marchetti e Paradisi. Se ne sono andati tutti. Come, troppo presto, anche due di quei ventisei ragazzi diplomati alle Industriali nel 1976. Giovanni Felicetti e Francesco Fabi. Il primo pensiero va a loro.

 

Altri quattro sono assenti più o meno giustificati. Calici levati per tutti gli altri al prestigioso Casale dello chef Emilio. Ma stavolta non è una giornata amarcord all’insegna della nostalgia per quella gioventù che non torna più, come tante altre. Quando il professor D’Isidoro prende la parola, il silenzio in sala si fa assoluto. Ogni suo intervento diventa una lectio magistralis. Pendono, ancora, tutti dalle sue labbra. Come allora. È lui il valore aggiunto della storica reunion. Tributato di affetto sincero. E di gratitudine, anche.

 

L’esordio nel corso B

 

Antonio D’Isidoro è giovanissimo fresco vincitore di concorso quando fa la sua prima supplenza alle Industriali, ancora nella vecchia sede di via dei Soderini. I due bidelli storici dell’Iti Clerici & Capanna, preoccupati per lui, lo mettono in guardia accompagnandolo verso l’aula che vedrà la sua lezione di esordio in quel corso B. «Stai attento professò, questi ne hanno già mandati via tre di supplenti…».

La gita scolastica del 1976 a Napoli e Pompei

 

«Mi sentii di ringraziarli – racconta il prof. D’Isidoro – ma i ragazzi mi accolsero alzandosi tutti, rispettosamente, in piedi, al mio ingresso in classe. Uno di loro che ricordo ancora, Arduino Nepi, mi invitò subito a parlare di Nietzsche e della sua opera “Così parlò Zarathustra”. Iniziai la lezione con un po’ di timore, ma dopo una decina di minuti sempre Nepi mi interruppe, si alzò in piedi, e disse solennemente rivolto agli altri: quiss’ po’ r’manè…».

 

Cominciò così la sua lunga avventura nel mondo della scuola, che sarebbe proseguita, dopo le Industriali, al Liceo Scientifico prima del grande salto verso l’ateneo maceratese.

 

Un mito, D’Isidoro, sempre e dovunque, per tutti i suoi studenti. «Ritengo che l’insegnante debba lasciare un segno, seminare – dice il prof. – egli ha a che fare con piccoli germogli di uomini e di donne che vanno curati, accompagnati. La mancanza di empatia assicura all’insegnante solo un silenzio inascoltante dei suoi studenti. Nella scuola di oggi non vedo proposte che vanno a incrementare le doti intellettuali, mentali, critiche. Nelle scuole e nelle Università, invece, un insegnante, che sia di Lettere, di Storia e Filosofia, ma anche di materie scientifiche, può ridare dignità all’essere umano».

I racconti

 

Fra una portata e l’altra ci si racconta. Quelli che hanno fatto dell’Elettrotecnica la loro professione sono solo tre: Gianfranco Bevini, Mario Marcucci e Bruno Capriotti. Due i laureati in Veterinaria: Andrea De Vecchis e Domenico Falciani. Enzo Travaglia si è laureato all’Isef de L’Aquila con il massimo dei voti, ha fatto il maestro di tennis ed è il papà di Stefano, campione di questo sport, arrivato ad essere il numero 60 del ranking mondiale. Bruno Vellei, detto “Bonimba” come il suo idolo interista dell’epoca, è stato prima magazziniere e poi rappresentante di autoricambi. Filippo Palma, buon calciatore come Giovanni Felicetti, ha la sua officina specializzata in pompe a iniezione diesel.

In formazione calcistica

 

I due “troiani”, cioè provenienti da Ripaberarda, sono Giuseppe Pierantozzi e Alfredo Silvestri detto “Kid”. Il primo è stato, dopo trentaquattro anni di servizio, l’ultimo dipendente dello storico stabilimento ascolano dell’Elettrocarbonium. Il secondo operaio, poi autista soccorritore con il 118, e ricorda ancora le sue fughe da scuola per andare a comprare la pizza nel vicino forno di Pio a San Filippo. Nazzareno Nicolai, già pallavolista nella selecao dell’Istituto, ha fatto l’agente di commercio, e vive a Sarnano.

 

Più d’uno ha conservato una copia originale de “Lu Terteca Tutte”, il giornalino satirico di Carnevale curato in quel 1976 proprio dalla V° B Elettrotecnici. Si ricordano le truffe patite da qualcuno a Forcella durante la gita del quinto anno a Napoli e Pompei pagando, prima, occhiali da sole e caschi Agv da motociclismo, mai visti dopo. E le partite a tressette in classe fra i banchi durante gli interminabili disegni alla lavagna dell’ingegner Alessandro Silvestri, alias M’n’decchia. Insegnante dai metodi decisamente sui generis ma, certamente, anche portatore di un patrimonio notevole in termini di umanità. «Oh zauotte – ripeteva spesso – a me hanno riconosciuto la facoltà di riuscire a far capire le cose della mia materia anche a quelli più stupidi. Ma se non mi state a sentire, queste cose non le capiranno neppure quelli più svelti…».

 

La prua del mondo

 

«Oggi c’è una involuzione del sistema scolastico spaventevole – si inserisce ancora il professor D’Isidoro – la scuola era selettiva, ma fungeva anche da ascensore sociale». Dedica ai suoi ragazzi i versi del poeta Franco Arminio, validi oggi come come cinquant’anni addietro: «”Siate dolci con i deboli – legge – feroci con i potenti, uscite e ammirate i vostri paesaggi, prendetevi le albe, non solo il far tardi, vivere è un mestiere difficile a tutte le età, ma voi siete in un punto del mondo in cui il dolore facilmente si fa arte, e allora, suonate, cantate, scrivete, amate, fotografate. Non lo fate per darvi arie creative, fatelo perché siete la prua del mondo… lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola, pensate che la vita è colossale, siate, insomma i ragazzi e le ragazze del prodigio” – e prosegue -. La scuola deve essere creatività ed emotività, altro che Intelligenza Artificiale. Così è la fine del sentire, della sensazione. È un problema serio ragazzi. Un appiattimento voluto con un solo scopo: non devi pensare. Ma un insegnante serio, invece, deve fare di tutto per farti pensare, riflettere, porre domande. Pensa. Confrontati. Scegli l’incontro, invece di chattare. Lascia perdere la velocità. Imparare a chiederti il perché, a dubitare, e a vivere intensamente. A proiettarsi verso un mondo più alto, e più alto ancora. Invece di vedere, ogni giorno, morire la vita intorno a noi».

 

I momenti di allegria e di riflessione si alternano. Sandro Cataldi detto “Mascarò” è diventato artigiano del legno. Ha costruito porte, finestre e scale, ma smentisce ancora una volta, neppure su ordinazione, mai le casse da morto. Gli mostrano copia del programma dalla sua lista, candidata alle elezioni per il Consiglio di Istituto del 1975. L’impegno antifascista, e di riforma della scuola, ai primi due punti. In lista con lui c’erano Ottorino Pignoloni e Dario Nanni. La meglio gioventù ascolana. Pietro Marconi, detto “Mao”, è stato operaio in una industria meccanica, e sa fare di tutto. Luigi Pavoni detto “l’africano” perché veniva da Garrufo, nel vicino teramano, è stato per 41 anni magazziniere in una ditta di pelletterie.

 

Maurizio Alessandrini ha passato trentasette anni, con diverse mansioni, all’ospedale di Ascoli. Ricorda il periodo della preparazione all’esame di stato in gruppi di lavoro formati con diligenza, ma predisposti più a guardare in tv le concomitanti tappe del giro d’Italia, e a gozzovigliare, piuttosto che a studiare. Adriano Capriotti è fra i pochissimi, dopo diverse occupazioni in vari ambiti e oggi all’Ast, ancora attivo lavorativamente parlando. Bruno Felicetti, detto “Scap’lè”, ha lavorato come tecnico telefonico prima di fare il vigilantes. In divisa, a lungo, anche Vincenzo De Angelis, ex vigile urbano del Comune di Ascoli. E poi ci sarebbe anche il sottoscritto, una vita tra la “Pavimarket”, l’azienda di famiglia, e le colonne dei giornali, dal “Messaggero” fino proprio a Cronache Picene, cercando di fare tesoro di quanto “seminato” dal prof D’Isidoro.

La Simca del ripetente Nello Giordani (lo psicologo con tre lauree, assente giustificato a fatica oggi) ritorna nei ricordi delle gite al mare dopo aver marinato le lezioni. A proposito. Si contano i pochi altri assenti. Abramo De Angelis è rimasto a Bologna, dove vive, per cause di forza maggiore. Floriano Testa e Filippo Merletti, invece, non se la sono sentita di partecipare.

 

L’importanza della parola

La prima pagina del giornalino

 

Gli interventi del professor D’Isidoro arrivano sempre graditi a illuminare il confronto.

 

«La consapevolezza dei propri limiti, che era anche la vostra, mezzo secolo fa – ricorda – ti spingeva a studiare, a lavorare, a pensare, per migliorarti. L’ umiltà. Altra virtù perduta al giorno d’oggi, intesa, come scriveva Norberto Bobbio, non come virtù cristiana, ma sociale. Il povero, l’ultimo che va rispettato». Cita Antonio Prete, saggista e professore universitario di Lettere, nei versi della sua poesia “La parola”. «C’è chi ferisce la parola, la offende, chi la imprigiona nel carcere di un senso oscuro, qualcuno invece la solleva come un aquilone nel vento, l’abbraccia come amante…”. La parola è suono. Oggi semplifichiamo tutto in maniera colpevole. Pensare non serve più, ci pensa l’Intelligenza Artificiale, noi intanto stiamo diventando inumani, non siamo più in grado di reinventare poeticamente la vita. Abbiamo dimenticato la riflessione. La crisi è comatosa. La tecnologia sta dilapidando la conoscenza e la coscienza».

 

Maurizio Bevini era il fenomeno indiscusso di quella V°B. Prese 58 alla maturità industriale, poi il salto, di palo in frasca, alla laurea in Scienze Agrarie con il massimo, 110, del punteggio. Proprio all’”Ulpiani” insegnerà poi Zootecnia per trentaquattro anni. Ci tiene a ricordare una delle prime lezioni tenute da questo giovane professor D’Isidoro.

 

«Ci parlò del colpo di stato militare in Cile, che aveva rovesciato in quel periodo, con la violenza, il governo democratico di Salvador Allende, perito nel bombardamento del palazzo presidenziale. Ricordo che la sua passione civile, lo sdegno, la forza, quella sua vis indignationis che non ha mai smesso di animarlo, si manifestò fino alle lacrime. Una commozione sincera la sua, che ci scosse tutti. Profondamente. D’Isidoro è stato un insegnante che ha saputo sempre affascinarci con il suo amore per la cultura e il suo entusiasmo. Grazie a lui Natalino Sapegno, Asor Rosa o Franco Ferrarotti ci sono rimasti dentro. Magari a casa studiavamo poco, ma le sue lezioni sono state sempre uno spettacolo, che mi hanno segnato. Come persona, e, successivamente, anche come insegnante».

 

 

 

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