Questa mattina, 14 settembre, a San Benedetto, centinaia di bambini hanno rimesso lo zaino sulle spalle, hanno salutato mamma e papà e sono tornati in classe. Qualcuno avrà avuto sonno, qualcuno sarà stato felice di rivedere gli amici, qualcun altro avrà forse protestato perché le vacanze erano già finite. È la normalità di un giorno di scuola. Una normalità talmente consueta da sembrare scontata.
Ma c’è un’altra parte del mondo dove bambini della stessa età non possono vivere quella stessa scena. A Gaza ci sono bambini che non hanno una scuola dove tornare, un banco dove sedersi, libri da aprire o un cortile dove giocare. E c’è un particolare che dovrebbe farci guardare a loro in maniera diversa: quei bambini, seppure soltanto simbolicamente, sono anche sambenedettesi.
Lo sono dal 30 maggio 2009, quando San Benedetto del Tronto decise di conferire la cittadinanza onoraria ai bambini palestinesi. Una scelta maturata all’indomani dei tragici attacchi a Gaza che avevano visto tra le vittime numerosi bambini.
Non era una cittadinanza scelta per celebrare un personaggio, un artista o un uomo delle istituzioni. Era stata attribuita a un’intera infanzia, quella palestinese, proprio per sottolinearne la condizione di vittima innocente dei conflitti. E la motivazione scelta allora, riletta oggi, sembra parlare direttamente alla giornata che San Benedetto sta vivendo: «Ai bambini palestinesi, i quali non sanno di essere un “simbolo” e vorrebbero solo poter giocare, crescere, studiare, costruire sogni e la loro vita, senza conoscere guerre. I bambini non calcolano torti e ragioni: a loro, abitanti di Palestina, come uomini di pace di domani».
Diciassette anni dopo, proprio quel verbo – studiare – restituisce tutta la distanza tra ciò che accade qui e ciò che accade a Gaza. Mentre a San Benedetto ricominciano le lezioni, Unicef fotografa una situazione nella quale il diritto all’istruzione è stato travolto dalla guerra. Nell’aggiornamento dedicato all’istruzione con dati al 30 aprile 2026, l’agenzia delle Nazioni Unite stima in circa 700mila i bambini tra i 4 e i 17 anni che hanno perso quasi tre anni consecutivi di scuola in presenza.
Quasi tutti, secondo Unicef, non hanno avuto una giornata di scuola formale dall’ottobre 2023. Il quadro degli edifici scolastici è altrettanto drammatico: quasi il 98% delle strutture scolastiche risulta danneggiato, mentre oltre il 93% avrebbe bisogno di una ricostruzione completa o di importanti interventi di riabilitazione. Circa 420mila bambini, tre su cinque, non avevano accesso ad alcuna forma di apprendimento in presenza al momento della rilevazione.
Numeri che raccontano meglio di molte parole cosa significhi, per un bambino, vivere in una guerra protratta nel tempo. Non soltanto il pericolo delle bombe, la perdita della casa o lo sfollamento, ma anche la cancellazione di quelle esperienze quotidiane che costruiscono l’infanzia: una classe, un insegnante, un libro, gli amici, un luogo sicuro nel quale imparare.
Da una parte ci sono i suoi bambini, quelli che questa mattina hanno attraversato i cancelli delle scuole cittadine. Dall’altra ci sono bambini che la città, nel 2009, ha scelto di accogliere simbolicamente nella propria comunità. Sono lontani migliaia di chilometri, parlano un’altra lingua, vivono una realtà che sembra appartenere a un altro mondo. Ma sulla carta simbolica della città, quella distanza non esiste.
E proprio per questo la tragedia di Gaza non è, per San Benedetto, soltanto una notizia che arriva dal Medio Oriente. È anche qualcosa che riguarda una comunità che diciassette anni fa scelse di dire a quei bambini: siete cittadini onorari della nostra città.
La cittadinanza onoraria, peraltro, è definita dallo stesso Comune come un’iscrizione simbolica tra la popolazione cittadina. Quel riconoscimento non attribuisce diritti anagrafici, naturalmente. Ma attribuisce una responsabilità molto più semplice e difficile da cancellare: ricordarsi di chi quella città ha deciso di considerare simbolicamente uno dei suoi.
E oggi il contrasto è quasi doloroso. Qui una campanella annuncia il ritorno sui banchi. Là un bambino può arrivare a desiderare semplicemente un quaderno, una penna, un paio di scarpe nuove per andare a scuola. Le cronache di questi giorni raccontano di strutture scolastiche ancora in condizioni precarie e di centinaia di migliaia di bambini rimasti senza un normale percorso educativo.
Nel 2009 San Benedetto aveva scritto sulla pergamena che quei bambini volevano soltanto «giocare, crescere, studiare, costruire sogni e la loro vita». Oggi, davanti alla devastazione che continua a segnare Gaza, quelle parole non possono essere archiviate come il ricordo di una stagione politica o di una manifestazione per la pace.
Sono una domanda rivolta anche alla nostra città: che cosa significa essere cittadini onorari di San Benedetto quando vivere, studiare e sognare è diventato un privilegio? Forse proprio nel giorno in cui le scuole sambenedettesi riaprono, vale la pena tornare a cercare quella vecchia pergamena. E ricordare che, da qualche parte a Gaza, ci sono bambini che San Benedetto ha scelto di chiamare concittadini.















