di Luca Capponi 

«La depressione è una delle possibili risposte di fronte ad un evento come il terremoto. Non bisogna tuttavia dimenticare che esistono altri disturbi che possono svilupparsi dopo situazioni traumatiche e che vanno dalle crisi d’ansia agli attacchi di panico, dai disturbi psicosomatici al disturbo post traumatico da stress. Tutti gli individui “traumatizzati” da un evento catastrofico, indipendentemente dal loro status sociale, dalle capacità intellettive, dall’essere vittime o soccorritori, possono sviluppare queste risposte patologiche per tentare di difendersi da un dolore che appare insensato e dunque più difficile da metabolizzare». Così Daniele Luciani, psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista, che prova a tracciare una linea teorica nel rapporto tra catastrofi naturali (in questo caso il terremoto) e psiche. «Sin dai giorni successivi all’evento e, se necessario per gli anni successivi, è necessario che chiunque sia stato “toccato” da esperienze così dolorose possa trovare un luogo per essere ascoltato. Soprattutto i soggetti più giovani ed anziani che molto spesso posseggono meno strumenti per interpretare il loro malessere. In generale, infatti, la sofferenza ha bisogno di essere simbolizzata e non taciuta: più la si racconta e le si da’ senso più appare sopportabile».

Daniele Luciani

C’è chi, al culmine di stati depressivi acuti, decide anche di farla finita, come accaduto all’uomo di Castelsantangelo sul Nera volato giù da un balcone ad Alba Adriatica. Un fatto che in tutta la sua tragicità ha scatenato riflessioni di ogni tipo, inevitabilmente connesse alla situazione di migliaia di sfollati del centro Italia. L’intervento di Luciani va però oltre.
«Un gesto così suo tragico può essere stato determinato dai diversi fattori che hanno riportato le pagine di cronaca (come lo sradicamento dai suoi luoghi abituali, le difficoltà lavorative causate dal terremoto, ecc.). Tuttavia, le vere motivazioni probabilmente non le conosceremo mai perché ogni caso di suicidio si fonda sulla scelta inconscia e particolareggiata della persona sofferente». Ma quali sono, in genere, le cause che possono spingere una persona a farla finita? È la domanda che più ci si pone, forse irrazionalmente, dinanzi a casi del genere.
«Il suicidio è una delle espressioni, forse la più evidente, dell’enorme differenza che intercorre tra il mondo umano e quello animale dove infatti non c’è alcuna specie che abbia la possibilità di autodistruggersi. Si tratta di un atto che testimonia da un versante il volto più drammatico del desiderio umano, una volontà per lo più inconscia che orienta verso la distruzione del corpo e si batte contro il principio di sopravvivenza, e dall’altro come la sofferenza possa raggiungere un livello di intensità tale da indurre un individuo a non trovare più nulla di piacevole e di interessante nell’esistenza».
«Le cause possono essere tante poiché il suicidio costituisce l’esito di percorsi anche molto diversi tra loro. -prosegue lo psicologo- Non a caso anche persone apparentemente baciate dalla fortuna possono decidere di togliersi la vita. Diciamo allora che le motivazioni reali vanno al di là di cosiddetti fattori scatenanti (lutto, perdita del lavoro, fallimento scolastico, ecc.), ma sono da ricercare nella storia personale del soggetto, nelle dinamiche familiari che lo hanno accompagnato sin da piccolo, nel suo modo di articolare il proprio desiderio con quello degli altri, nello stile con cui ha affrontato gli eventi infausti e meno infausti del suo percorso esistenziale».
Ma allora, cosa si può fare? Altra domanda che accompagna l’uomo dalla notte dei tempi. «Difficile parlare di prevenzione rispetto ad un atto che rappresenta per l’appunto qualcosa di imprevedibile come il suicidio. -conclude Luciani- Basti pensare che ci sono individui che lo minacciano per tutta la vita e poi non lo mettono in pratica, mentre altri che non hanno mai dato segnali di questo tipo, persone assolutamente insospettabili e ben integrate nel tessuto sociale, possono passare improvvisamente ad un atto così infausto. Si potrebbe invece fare molto rispetto alla prevenzione della depressione, che spesso costituisce l’anticamera del suicidio, e della sofferenza psichica in senso lato. Poter contare su legami affettivi solidi, su una rete amicale autentica, riempire la vita con delle passioni e degli interessi, fare sport, dedicare anima e corpo al proprio lavoro o ai propri progetti costituiscono dei fattori protettivi che molto spesso preservano gli individui dalle malattie psichiche più gravi. Bisogna infine sottolineare che la famiglia può svolgere un ruolo preventivo molto importante, cogliendo nel proprio caro i primi segnali dello sviluppo di una malattia mentale ed invitarlo a consultare uno psicoterapeuta o uno psichiatra».

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