
Enzo Morganti
Raccontare Enzo Morganti è complicato. Come per qualche altro grande personaggio ascolano della sua generazione, risulta difficilmente inquadrabile con una unica etichetta. Come accade sempre ai talenti polivalenti, infatti, parlando della sua poliedricità si può rischiare la dispersività, ma nulla, anche nel suo caso, può essere taciuto, di una vita intensa e di una creatività non comune. Frutto di passioni molteplici, forti, parallele destinate ad incrociarsi, e di amori viscerali. Per la sua città, e per la Natura, innanzitutto.

Enzo Morganti ha usato, e usa, principalmente la fotografia come mezzo espressivo destinato a sfociare in una dimensione artistica. Ma non solo. La sua sensibilità ha trovato anche molte altre strade per manifestarsi. E sempre in forme originali, linguaggi personali dai comuni denominatori che ritornano. Dai valori, mai traditi, di un animo puro. Da una saggia, empatica, mitezza, fatta di modi gentili, che non traspare solo dalla candidezza della barba bianca di altri tempi. Ma che affonda le radici nella sua infanzia felice vissuta in strada, con gli amici, a Campo Parignano. E poi nelle varie associazioni culturali, di cui è stato quasi sempre ispiratore e propulsore, come protagonista e organizzatore di tante meritorie iniziative. Per continuare a dare vita a luoghi rimasti impressi nel suo cuore, come il parco dell’Annunziata o la sua amatissima Rua Lunga.
Gli scatti delle sue reflex, con l’otturatore comandato dal cuore, hanno dato nuova voce ad alberi, chiese e monumenti, le sue mani nuova vita a rami e vecchie radici. Al vernacolo ascolano, dopo poesie dialettali in parte tuttora inedite, e componimenti musicati, anche nuove frontiere. Canta ancora nella stessa corale del Santissimo Crocifisso che contribuì a fondare quasi mezzo secolo fa. Quel passato da cui stenta, e non è il solo, a staccarsi, come un patrimonio che non può, e non deve, conoscere l’oblio. Fra i tanti appassionati di fotografia, in Ascoli, non a caso, è stato l’ultimo a passare dal sistema analogico a quello digitale. Troppo l’amore per quella camera oscura, dove nasce ogni magìa. Per quelle immagini in bianco e nero che, lentamente, prendono forma sulla carta, passando dalle bacinelle degli acidi fino a quel filo dove restano appese. Ad asciugare. A prendere spessore, corpo, anima, e profondità. A comunicare, testimoniare, fissare per sempre, un attimo, una sensazione, un brivido, che possono valere quanto una eternità.

Il prof. Papetti ospite della Lunghiana 2022
I ragazzini di via Rismondo
È nato il giorno di Natale del 1940, Enzo Morganti. Primo Natale di guerra, a sei mesi dalla trionfale entrata nel conflitto dell’Italia fascista. Genitori ascolani. Il papà Mario, prima impiegato alla tipografia Tassi e poi alla Timo, quindi autista, per passione, di auto a noleggio presso il garage di Fedeli vicino alle Poste centrali. La mamma, Pierina Celani, è una magliaia in casa, dopo aver sbrigato le faccende domestiche. Un solo fratello, Franco, che sarà appassionato anche lui di fotografia, e di tradizioni contadine delle nostre campagne. Lo zio di Enzo, Umberto, meglio conosciuto in città come “Hombre”, è uno dei gestori storici, sempre in orario notturno, del bar Salaria, l’unico aperto all’epoca, in città, 24 ore su 24.

Enzo frequenta le scuole Elementari alle Cannarine con il maestro Paolo Bonelli, poi le Medie alla D’Azeglio, prima del diploma all’Istituto per Geometri. Cresce a Campo Parignano. È un ragazzo posato, tranquillo, socievole, sereno, amante della compagnia e con un concetto sacrale dell’amicizia. Fa parte, infatti, di un gruppo di coetanei molto unito, che passa insieme, a giocare in strada, tutti i pomeriggi, dall’inizio della primavera fino alla fine dell’autunno. Punto di ritrovo proprio casa sua, in via Francesco Rismondo, perché ha una porta finestra che affaccia direttamente sulla via, davanti alla quale la mamma magliaia passa molte ore seduta a lavorare.
«Giocavamo infinite partitelle a calcio in strada – ricorda Enzo – ma anche a pupazzetti, a bocce, o qualunque altro modo utile a divertirci». Si cimenterà anche con il tennis tavolo nelle fila della società sportiva Virtus.
Lavora subito, prima ancora del servizio miliare prestato in Artiglieria a Conegliano Veneto dopo il C.a.r. a Bracciano, con l’impresa C.I.M. degli ingegneri Matricardi. L’anziano Giuseppe, dalla lunga barba, e suo figlio Francesco. La ditta edile, all’epoca, più prestigiosa della città, che costruisce acquedotti e gallerie stradali, di una famiglia che ha dato vita, soprattutto, nel 1921, alla fabbrica delle Maioliche Matricardi, pioniera della ceramica ascolana. Lascia il suo posto all’amico Peppe Romagni, che alla C.I.M. sarà apprezzato tecnico per tutta la sua vita. Dopo il congedo Enzo passa alle dipendenze dell’impresa edile Brandimarte Emidio. L’ultimo dei tre fratelli Brandimarte, dopo Ado e Ivo, pugile, quest’ultimo, e futuro creatore della Baiengas. Quando viene assunto come operatore alle Poste Enzo lavora per un periodo a Fermo, prima di diventare impiegato di segreteria nella sede centrale di Ascoli, dove rimarrà per tutta la sua vita lavorativa, fino al 1999.

Trofeo 100 Torri di tennis tavolo nel 1957
«Era un ambiente quasi familiare – racconta Enzo – che mi permetteva di avere molto tempo libero da dedicare alla mia famiglia e, soprattutto, alle mie passioni. Inoltre, l’attivissima associazione dopolavoristica dell’azienda, con le sue iniziative anche a livello nazionale, mi ha agevolato parecchio per poter sviluppare i miei hobby». Come, in primis, la fotografia.
Quel giorno a Posada
Lui ha solo diciotto anni quando il locale Liceo Artistico “Licini” organizza dei corsi di diploma per esterni, a cui si iscrive insieme ad alcuni amici. La fotografia dalla A alla Z. Dallo scatto alla foto stampata. Si studia la teoria, ma si fa anche pratica. Sviluppo, ingrandimento e stampa. Aveva fatto da traino a tutti il suo amico Giuseppe Macherozzi, che era riuscito presto a contagiare tutta la compagnia con la sua passione. Fanno, tutti insieme, anche una colletta per comprare un ingranditore, e, con pagamento a rate, tutta l’attrezzatura necessaria per approntare la loro prima camera oscura. I fermenti, tipicamente giovanili, di cui quell’epoca ascolana è nobilmente contraddistinta, portano anche alla nascita del circolo culturale Artidea.

Enzo Morganti con alcuni dei componenti dell’associazione Artidea
Sono diversi gli altrettanto appassionati fotoamatori ne entrano a far parte. Paolo Raimondi e suo cugino Gigi Morganti, il figlio dello zio Hombre. Rino Chiarini e Angelo Piciacchia. Claudio Quartaroli e Pietro Cordoni. Il fratello, Franco, e Gianni Nardoni, con il quale condividerà la fraterna amicizia di una vita intera e lo stesso impiego alle Poste. La sede di Artidea, crogiolo di talenti in via di maturazione, è in un locale affittato dall’impresa Matricardi, dove ospiterà collettive di fotografia e mostre di pittori anche quotati.

La foto con cui Enzo vince un concorso nazionale
Nel 1981, a Posada, in provincia di Nuoro, in Sardegna, Enzo Morganti partecipa per la prima volta ad un concorso nazionale di fotografia estemporanea organizzata dall’associazione dopolavoristica dei post-telegrafonici. Il primo di una lunga serie, in tutta Italia, nei decenni successivi. Tre giorni a disposizione per andarsene in giro a scattare foto, all’epoca diapositive, a tema libero, ma cercando di decifrare, interpretare, fissare, ciascuno secondo la propria sensibilità, l’essenza, l’anima, di quei luoghi. Enzo fa da capofila ad un nutrito gruppo di amici colleghi e fotoamatori che ha coinvolto, come Aldo Sabatucci, il più longevo presidente del Coni provinciale d’Italia. Rimane profondamente colpito dalla espressione di una donna vestita di nero in piedi sull’uscio della sua casa. Umile e fiera come la sua terra. Enzo la immortala seduta all’interno della sua spartana cucina al pianterreno, senza sapere che si aggiudicherà, con quello scatto, il primo premio del concorso.
Alla sua inattesa proclamazione, gli amici e colleghi ascolani lo portano in trionfo, come un eroe, sulle loro spalle. È la nascita di un mito.
«La fotografia è una cosa magica – spiega Enzo – ma la magia si compie non quando scatti, ma quando stampi le tue fotografie. Quando sviluppi il negativo e l’inquadratura prende finalmente forma, Oggi con l’avvento del digitale è cambiato tutto, ma quando si usava l’analogico con le pellicole, potevi vedere i risultati solo quando, finalmente, potevi stamparle passando la carta nelle bacinelle degli acidi. L’ultimo passaggio in quello rivelatore era quello decisivo. Lentamente i contorni si delineavano, era quello il momento top. Sotto i tuoi occhi nasceva la tua opera, impressionando la lastra che avevi solo potuto intravvedere nel negativo».
L’amore per il bianco e nero
Enzo sposa Maria Raffaella Scassi nell’aprile del 1968. La mamma della moglie, Gina Onori, rimasta troppo presto vedova, ha saputo ben crescere i suoi sei figli, tre maschi e tre femmine, grazie al suo lavoro, anche lei come sua mamma, di magliaia. Anche la giovanissima moglie di Enzo, come tutte le insegnanti elementari di allora, fa il giro delle scuole di campagna e di montagna della provincia, prima di entrare di ruolo. Per il riavvicinamento da Montegranaro sceglie una cattedra disponibile a Meschia. In inverno ci alloggia persino, presso una famiglia che la ospita. Anna, la loro figlia primogenita, nasce nel 1969. Ilaria nel 1971.

Enzo con la moglie Maria Raffaella
La prima ha seguito le orme della mamma, insegnante di scuola dell’infanzia. La seconda è un architetto. I nipoti di Enzo sono tre: Massimo, Lorenzo e “Samy” Samantha. Quando si trasferisce nella nuova casa di Rua Lunga eredita, nel sottotetto, anche la camera oscura appartenuta allo zio della moglie, Quinto Onori, già perfettamente attrezzata. Un segno del destino.
«Le mie foto le ho stampate sempre e solo in bianco e nero – prosegue Enzo Morganti – perché non dà i toni reali della fotografia, ma sei tu a reinterpretare la realtà. I colori devi immaginarli dentro la foto. Contano, il taglio, l’equilibrio dei toni, l’inquadratura, i chiaroscuri, i controluce. Tutte cose che sei tu a decidere. Con bianco e nero c’è il tuo tocco. Se aumenti l’esposizione l’avrai più contrastata. Qualche secondo, in più o in meno, di esposizione può fare la differenza. Il prodotto artistico del fotografo, un po’ la sua creatura, nasce con lo sviluppo. La foto a colori rappresenta, invece, la realtà. Tu puoi limitarti solo a registrarla».
La fotografia lo appassiona, lo assorbe, lo coinvolge fino a spingerlo a partecipare a numerosi concorsi fotografici nazionali e internazionali da cui trae buone soddisfazioni.

Ma l’impegno di Enzo Morganti non si esaurisce certo solo dietro al mirino di una macchina fotografica. Entra a far parte, con grande entusiasmo e voglia di far bene, nell’associazione Amici dell’Annunziata guidata da Mario Marozzi.
«Lui era una persona eccezionale – lo ricorda con una punta di malcelata commozione Enzo – aveva un cuore molto più grande del suo fisico magrolino. Era di una generosità inaudita, e, nonostante il poco di cui disponeva, si faceva in quattro per gli altri. Ho collaborato con lui a diverse edizioni della popolare Festa dei Fiori nel suo quartiere delle Tofare, con mostre e ricerche fotografiche. Grazie soprattutto a lui la nostra associazione riuscì a ridare vita al parco dell’Annunziata, che versava da anni in stato di completo abbandono. Riaprimmo il bar e organizzammo molte iniziative, ludiche e culturali, per riportarci gente a frequentarlo nella stagione estiva. Mario coinvolse in questa impresa tutta la sua famiglia, mentre nell’associazione potevamo annoverare, fra i tanti altri, anche Raniero Isopi e Francesco Leccesi».

Enzo con Mario Marozzi durante una premiazione
La corale parrocchiale
Quando padre Marino D’Angelo, un frate cappuccino originario di Offida missionario in Brasile, bussa alla canonica del parroco del Crocifisso dell’Icona, Don Antonio Rodilossi, nel 1982, quarantaquattro anni fa, per Enzo Morganti nasce un nuovo impegno. Padre Marino, maestro di corali, ha infatti la missione di creare dal nulla, nei tre anni che resta in Italia, anche nella nostra zona, delle corali parrocchiali. Ne fondò diverse in Ascoli (San Bartolomeo, San Giacomo della Marca, Cattedrale) e fuori (a Colonnella, Cupramarittima, Pagliare del Tronto e Colli, fra le altre) tutte ancora oggi attive.
«All’appello di don Antonio – ricorda Enzo – durante una omelia domenicale, rispondemmo in una quarantina di parrocchiani. Famiglie intere come la mia, e molti giovani e giovanissimi, persi poi presto lungo la strada per motivi di studio o lavoro. Padre Marino riusciva a far cantare proprio tutti. Anche i più stonati, che, come sosteneva lui, potevano essere, comunque, “rieducati” al canto”. Se Padre Marino è stato il fondatore della corale del Santissimo Crocifisso dell’Icona, il maestro Emidio Giuseppetti, ne è stato l’indispensabile e prezioso catalizzatore.

Alcune delle foto di Enzo Morgani della mostra Betullando
«Non perché è il marito di mia figlia – spiega Enzo – ma ad avere lui siamo stati particolarmente fortunati. Emidio non è solo un bravo musicista e direttore, ma, soprattutto, una brava e umilissima persona. Basti solo dire che nessuno di noi sa leggere la musica sugli spartiti. È lui che sa guidarci. Che sa governare da solo, senza sforzo, tenori, soprani, contralti e bassi».
A Padre Marino, che ha voluto poi andare a riposare per sempre in terra brasiliana, hanno dedicato, laggiù, anche un libro biografico tradotto dal portoghese in italiano proprio a cura di Enzo Morganti. “Padre Marino, maestro di cento cori” è il titolo.

La montagna e le betulle
La passione per la montagna nasce insieme a quella per la fotografia, in seno al gruppo di amici di Campo Parignano. Antonio Bagnara, ex alpino, immancabile ai raduni nazionali, è il primo a coinvolgere tutti gli altri. Tante le escursioni sui Sibillini con il Vettore, la Sibilla e la Priora, e poi il Gran Sasso, la Maiella, oltre alle vacanze estive di gruppo, quasi sempre scorrazzando sulle tantissime, varie e bellissime località dolomitiche. Montagna e fotografia sono le sue passioni più grandi, andate, entrambe, di pari passo, a braccetto. Ad Andalo, con la reflex a tracolla pronta a fissare attimi e suggestioni, immerso nei fitti boschi di altissime betulle, una decina di anni addietro, Enzo ha una nuova ispirazione. Fotografa pochi centimetri di quelle cortecce. Piccole porzioni di scorze da cui affiorano, colori vivi e intensi, che diventano, fino a dieci volte ingranditi, opere astratte di arte contemporanea.
La corteccia scompare, si dissolve in suggestivi contrasti materici. Non si tratta di viraggi di colore o, peggio, di contaminanti photoshop, ma lo scatto nudo e crudo di Enzo che viene soltanto, opportunamente, ingrandito. Non solo i colori, ma anche i graffi, le lacerazioni, le crepature, le protuberanze, le cavità della superfice legnosa, solitamente vellutata e naturale, concorrono ai suggestivi effetti. Le fotografie diventano dipinti, forme e colori smarriscono i caratteri originali, diventano visioni che continuano ad esaltare la bellezza della Natura. Una mostra di questi lavori è d’obbligo.
“Nature by light” viene allestita alla Rema Tarlazzi nel 2010, con una valorizzazione delle opere per mezzo delle luci, senza pari. Manca solo la grande affluenza di pubblico che la mostra merita, a causa della distanza dal centro della città. Quando è tutto pronto per il bis, stavolta nella centralissima sala Cola d’Amatrice adiacente il chiostro maggiore di San Francesco, scoppia, però, la pandemia da Covid. Recentemente la mostra è stata, finalmente, riproposta con successo al Polo Culturale Sant’Agostino.
Il testo continua dopo le immagini

La mostra alla Sala Cola nel 2022 con l’artista russa Eugenia Kurgaeva

La recente mostra Betullando al Polo Sant’Agostino

Una delle prime edizioni della Lunghiana, 2010
La betulla è un albero fortemente evocativo anche per la pittrice russa Eugenia Koargaeva, ascolana di adozione da oltre un ventennio, perché molto diffuso nelle foreste della sua natìa Siberia. Con la nota acquarellista, quasi commossa dai ricordi della sua infanzia, nasce un sodalizio artistico. Anche nel suo Paese parti di corteccia degli alberi, opportunamente lavorate, diventano tavolette, tele, sfondi vivi su cui dipingere, su cui sovrapporre scorci ed emozioni.
Una operazione questa che lei ripete lavorando su alcune fotografie di Enzo con risultati accattivanti. Rua Lunga e il chiostro di San Francesco i soggetti degli omaggi più riusciti agli scatti e al vissuto di Enzo. Espongono insieme le loro opere alla Sala dei Mercatori del Comune nel 2012. Una fra le tante mostre, locali, nazionali e internazionali, che hanno visto la partecipazione di Enzo Morganti, ottenendo sempre consensi e riconoscimenti.
Non soltanto fotografie
Le sue opere sono state presentate anche al Fotoexpo di Torino, e nella Repubblica di San Marino. Sterminata la produzione ispirata dalla sua città. I chiaroscuri, le luci e le ombre di chiese, rue, torri, scorci caratteristici del centro e paesaggi del territorio, sono entrate in raccolte memorabili, pubblicate in tanti libri, antologie e riviste specializzate. Le sue diapositive, insieme a quelle del suo amico Gianni Nardoni, hanno accompagnato un ideale itinerario artistico-ambientale che parla da solo “Ascoli: quando la pietra diventa poesia”. Un titolo che riecheggia l’enunciato del professor Llorenc Raich Munoz: “La natura della fotografia è poetica”. Enzo Morganti ha curato anche cataloghi per artisti famosi, come lo scultore Giuseppe Marinucci e il pittore Claudio D’Angelo, e collaborato a lungo con la rivista mensile ascolana Flash.

Davanti al ritratto di Claudio D’Angelo

La commissione tesi della Fondazione Fabiani composta da Franco Laganà, Gabriella Mazzocchi, Maria Casula, Rodolfo Terpolilli, Laura Ciotti e Carolina Ciaffardoni
In campo artistico si è fatto valere in altri campi oltre alla fotografia. Il recupero del dialetto ascolano ad esempio. E, da ultimo, la scultura del legno. Nel vernacolo della sua città ha scritto poesie, e tradottovi, persino, il Pinocchio di Collodi. Come poeta dialettale ha scritto le raccolte “Tra Trunte e Castellà” e, di cui molte poesie ancora inedite, “Tra lusche e bbrusche”. Sempre con il genero musicista, Emidio Giuseppetti, il marito della figlia Anna, hanno partecipato a dodici edizioni, vincendone una, del Festival della canzone ascolana, ideato da Giovanni Travaglini. Enzo ha scritto i testi, Emidio li ha musicati. Un impegno traslato anche nella musica sacra con la stesura del manuale per la salmodia “Cantate o cieli”. Il successo maggiore lo hanno riscosso però con la canzone dialettale “Oh, s’ p’tess’ v’là”, molto apprezzata, all’epoca, anche da Guido Mosca.
Un’altra attività che vede impegnato Enzo Morganti è quella in seno alla Fondazione Giuseppe Fabiani, che ha come prima mission la ristampa e la diffusione di tutte le opere firmate dal sacerdote ascolano. La Fondazione Fabiani è organizzatrice anche delle passeggiate di primavera, alla (ri)scoperta dei luoghi più caratteristici della città, e dei “Venerdì dialettali” dedicati a scrittori e poeti in vernacolo ascolano. La scultura del legno è arrivata in età matura. Da pezzi di legno “interessanti” raccolti su sentieri di montagna. Rami, radici, da quel primo ramo di ulivo raccolto a cui ha saputo dare un’anima. Al Palazzo dei Capitani ha esposto le sue sculture insieme al suo amico pittore siciliano-statunitense Nino Piccolo. Molte delle sue sculture sono esposte, invece, nello studio di architettura della figlia. Di recente ha vissuto nella sua Rua Lunga, la decima edizione della “Lunghiana” da lui ideata e organizzata, mutuata dalla più celebre “Marguttiana”. Una libera esposizione cittadina, lungo tutta la via, di opere realizzate in ogni ambito artistico.

Con Ado Brandimarte

Licia Colò con Morganti, Laganà e Casula
La moglie di Enzo è mancata nove anni fa. La sua casa è impregnata della sua storia, delle sue tante passioni, e del carisma di tanti amici artisti, che lo hanno gratificato con le loro opere autografate appese alle pareti. Il portone del suo palazzo di Rua Lunga ha l’architrave più famoso della città. Meta abituale dei ciceroni con frotte di turisti al seguito, che dopo i vicini Teatro Romano e Porta Gemina, fanno tappa lì davanti.
Reca una incisione celebre datata 1529: “Chi po non vo, chi vo non po, chi sa non fa, chi fa non sa, et così el mundo mal va”. Cinquecento anni dopo sempre di stretta e deprimente attualità. Ironia del destino apposta sulla soglia della casa di uno che, invece, ha potuto, voluto e saputo, far bene ogni cosa.

La storica scritta sul portone di casa di Enzo Morganti














