Pastasciutta antifascista, autorizzazioni concesse poi rinnegate, la “toppa” accompagnata da discutibili giustificazioni, uno striscione codardo in quanto completamente anonimo e attribuito all’occorrenza: un mix micidiale per far esplodere l’ennesima polemica picena in questa caldissima estate che senza dubbio invita i cittadini a passare più tempo in stanze dotate di aria condizionata e tastiera piuttosto che all’aria aperta.
Come nasce il caso
L’iniziativa è promossa dal Collettivo Caciara, dall’Anpi e dalla titolare di un forno cittadino (l’Assalto ai Forni), già finita in passato sotto i riflettori nazionali più per le reazioni suscitate che per il fatto in sé.
Gli organizzatori avevano individuato come sede una parrocchia cittadina, il Cuore Immacolato di Maria, meglio nota come “chiesa dei Frati”, e avevano richiesto l’utilizzo degli spazi. L’autorizzazione, secondo quanto riferito, sarebbe stata inizialmente concessa, tanto da consentire la realizzazione di locandine e materiale promozionale. Successivamente, però, sarebbe arrivato un passo indietro.
Le motivazioni precise non sono mai state chiarite fino in fondo. Tra le ipotesi emerse vi sarebbe la contrarietà di alcuni parrocchiani, ma resta il terreno scivoloso delle ricostruzioni e delle interpretazioni.
Da quel momento la questione è diventata un caso pubblico e, inevitabilmente, politico sebbene sia stato dichiarato che aveva tutt’altro scopo.

Il vescovo Gianpiero Palmieri
A quel punto è intervenuto il vescovo, spiegando che il parroco coinvolto, di origine keniana e in Italia da poco tempo, non avrebbe compreso pienamente la natura dell’iniziativa al momento dell’autorizzazione (anche qui lascia perplessi sentir parlare in questo modo di un parroco a cui è stata affidata una delle parrocchie più frequentate della città).
Una spiegazione che non ha convinto tutti e che, anzi, ha alimentato ulteriormente il dibattito.
Parallelamente è emersa la disponibilità di un’altra parrocchia ad accogliere l’evento, senza che sia mai stato chiarito se la soluzione sia nata da una decisione della Curia o da una scelta autonoma del parroco interessato.
Lo striscione e le reazioni
Quando la polemica sembrava già sufficientemente accesa, è comparso in via Marini uno striscione con la scritta: “Vescovo vattene da Ascoli”.
Nessuna firma, nessuna rivendicazione.
Il messaggio è stato immediatamente collegato alla vicenda della Pastasciutta Antifascista per la coincidenza temporale e per il contesto in cui è apparso.
Un collegamento plausibile, ma che resta privo di conferme.
Palesi invece la vigliaccheria, l’irriverenza, la maleducazione, quanto l’inutilità del gesto.
Lo striscione ha comunque provocato nuove prese di posizione, quando toglierlo e tacere avrebbe di certo deluso gli autori ma fatto un favore a tutti. Sono intervenuti la Diocesi, il Partito Democratico, l’Anpi e successivamente anche l’opposizione consiliare, che ha chiamato in causa l’Amministrazione comunale. Quest’ultima, almeno per il momento, ha scelto di rimanere ai margini della contesa, facendo probabilmente una scelta saggia.
Una Diocesi sotto pressione
Ad aggiungere ulteriore combustibile alla vicenda è arrivata la ricostruzione pubblicata da Silere Non Possum, che ha descritto una Diocesi attraversata da tensioni interne, pubblicando anche schermate di conversazioni in un gruppo WhatsApp tra un sacerdote ascolano (da come riferisce l’articolo) e l’addetto stampa diocesano, gruppo in cui sono presenti anche molti laici.
Un elemento che ha inevitabilmente alimentato interrogativi e discussioni, contribuendo a rafforzare l’immagine di una realtà ecclesiale alle prese con divisioni e difficoltà comunicative.
La Pastasciutta Antifascista nasce in Emilia Romagna, quando 25 luglio 1943, dopo la caduta e l’arresto di Benito Mussolini, la famiglia Cervi per festeggiare la caduta della dittatura, offrì pasta gratuitamente agli abitanti del proprio paese.
Un momento simbolico che viene ricordato in molte città italiane e che ad Ascoli è arrivato alla seconda edizione dopo il successo dello scorso anno al Circolo ricreativo di Monticelli.
L’evento è in programma domenica 26 luglio e, comunque vada, ha già ottenuto una visibilità difficilmente immaginabile alla vigilia. Resta da capire se, una volta servita la pasta, si riuscirà finalmente a parlare più della storia che delle polemiche.
Di seguito gli interventi integrali “post striscione” della “Comunità diocesana”, dell’Anpi, di Francesco Ameli (segretario provinciale del Pd) e di Gregorio Cappelli (consigliere comunale di opposizione)
LA COMUNITA’ DIOCESANA: «Quando un Vescovo, come Mons. Palmieri, esercita il suo ministero con libertà evangelica, richiamando la dignità della persona, la giustizia, la pace, l’accoglienza, la responsabilità e la fraternità, è naturale che il suo messaggio non lasci indifferenti.
Può essere accolto con entusiasmo, può suscitare interrogativi, può perfino incontrare resistenze. Fa parte della missione della Chiesa essere segno di contraddizione, come lo è stato Cristo.
Anche l’esposizione di uno striscione polemico e che si trincera dietro l’anonimato per quanto possa dispiacere nei toni e nei contenuti, può essere letta come il segno che quella parola ha raggiunto il suo obiettivo: ha toccato le coscienze.
L’indifferenza sarebbe forse più preoccupante del dissenso. Una comunità che discute, si interroga e persino si confronta con forza dimostra che il messaggio ricevuto non è stato ignorato.
Naturalmente, il confronto dovrebbe sempre svolgersi nel rispetto reciproco, evitando che il dissenso degeneri in offesa personale o in delegittimazione.
La Chiesa non teme il dialogo, anzi lo promuove, purché sia animato dalla ricerca sincera della verità e dal riconoscimento della dignità di ogni persona.
Il ministero episcopale non consiste nel rincorrere gli umori del momento o nell’assecondare le opinioni prevalenti.
Al Vescovo è affidato il compito di custodire il Vangelo e di annunciarlo con fedeltà, di essere fedele nel suo insegnamento ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa, anche quando comporta incomprensioni o critiche.
Per questo, come comunità diocesana, desideriamo esprimere al nostro Vescovo Gianpiero vicinanza, stima e sostegno, come riconoscimento del servizio che egli svolge a favore dell’intera Chiesa.
Le polemiche passeranno. Ciò che rimarrà sarà la testimonianza di una Chiesa che non rinuncia a parlare alla coscienza degli uomini e delle donne del nostro tempo.
E per buona pace di chi ha scritto lo striscione, ricordiamo che il mandato del Vescovo Gianpiero terminerà fra 15 anni!!!»
L’ANPI: «L’Anpi provinciale di Ascoli Piceno esprime solidarietà al Vescovo, monsignor Gianpiero Palmieri, per il grave episodio dello striscione anonimo comparso in città contro la sua persona.
Pur nella distinzione dei ruoli e delle sensibilità culturali e religiose, riteniamo che il confronto delle idee debba sempre avvenire nel rispetto delle persone e delle istituzioni. Per questo giudichiamo inaccettabili forme di contestazione che alimentano contrapposizioni e ostilità personali.
Le critiche anonime rivolte al Vescovo sembrano nascere dal disagio verso una testimonianza pastorale che pone al centro l’accoglienza, la solidarietà verso gli ultimi, l’attenzione ai migranti, ai poveri e a chi vive condizioni di fragilità. Sono valori che appartengono al messaggio evangelico e ai principi fondamentali della nostra Costituzione repubblicana.
L’Anpi, nata dalla Resistenza e impegnata nella difesa dei valori democratici, riconosce nella dignità di ogni persona, nella pace, nella giustizia sociale e nella solidarietà un terreno comune su cui credenti e non credenti possono incontrarsi e collaborare.
Esprimiamo quindi vicinanza a monsignor Palmieri e auspichiamo che la città di Ascoli Piceno risponda riaffermando il valore del dialogo, del rispetto reciproco e della convivenza civile».

Francesco Ameli
FRANCESCO AMELI: «Ci sono gesti che, isolatamente considerati, meriterebbero soltanto l’oblio.
Ma lo striscione che vuole la “cacciata” da Ascoli del suo Vescovo non è un gesto isolato. Si inserisce al contrario in un crescendo intimidazione e di violenza fisica e morale, che sta attraversando il territorio Piceno.
Per questo esprimo tutta la vicinanza morale e la solidarietà umana mia e della comunità democratica che rappresento, a Sua Eminenza il Vescovo Palmieri, vilipeso solo perché, con il suo gesto, ha dato cittadinanza ad iniziative che sono tutto tranne che di parte, come si vuol provare a far passare. Un cattolicesimo, tra l’altro, erede dei tanti sacerdoti, vescovi, laici cattolico-democratici, che si sono opposti alla dittatura nazifascista, quando questa ha sventuratamente governato questo Paese.
Ho apprezzato il tono con cui la Diocesi ha risposto a questo episodio, ricordando che il dialogo non va temuto e che il dissenso, quando è rispettoso, è parte della vita democratica. È un richiamo importante: il confronto può essere anche acceso, ma non deve mai trasformarsi in delegittimazione o intimidazione.
Ma è proprio contro la democrazia che si leva la mano di chi scrive certe parole.
Mi auguro che una condanna chiara e senza esitazioni arrivi anche dalle massime istituzioni cittadine e territoriali. Non è una questione di appartenenza politica o religiosa: è una questione di civiltà.
Difendere il rispetto delle persone e delle istituzioni significa difendere la qualità della nostra democrazia. Dimostriamolo tutti, con le parole e con i comportamenti.
Anche così si fa Ascoli, Grande».

Gregorio Cappelli
GREGORIO CAPPELLI: «Lo striscione apparso contro il Vescovo Gianpiero Palmieri è un episodio grave che merita una condanna ferma e senza ambiguità. A monsignor Palmieri va la mia piena solidarietà personale e istituzionale.
In una comunità democratica il dissenso è sempre legittimo, ma l’intimidazione e gli attacchi personali non possono mai essere accettati. Colpire il vescovo della nostra città con uno striscione di questo tenore significa alimentare un clima di tensione che non appartiene alla storia e ai valori della nostra comunità.
C’è però un aspetto che mi colpisce ancora di più ed è il silenzio che ha seguito questo episodio. A distanza di giorni, il sindaco Marco Fioravanti, la Giunta e le forze di maggioranza che amministrano la città non hanno espresso pubblicamente una parola di condanna nei confronti di quanto accaduto. Ed è un silenzio che considero incomprensibile. Non è in discussione la condivisione o meno delle posizioni espresse dal vescovo. Qui è in gioco un principio molto più importante: il dovere delle istituzioni di difendere il rispetto delle persone e di condannare con chiarezza qualsiasi forma di intimidazione. Chi ricopre ruoli di governo ha una responsabilità particolare nel contribuire a mantenere un clima di confronto civile e nel prendere posizione quando vengono superati i limiti del rispetto democratico.
Per questo mi sarei aspettato una presa di posizione pubblica da parte del sindaco e della maggioranza. Tacere davanti a un episodio di questo genere significa rinunciare a esercitare quel ruolo di guida e di garanzia
che i cittadini si aspettano da chi amministra la città. Mi auguro che questa condanna arrivi quanto prima. Perché il rispetto delle istituzioni e delle persone non può dipendere dalle idee che esse esprimono, ma deve rappresentare un valore condiviso da tutta la comunità ascolana».














