«Il mondo cattolico non può non definirsi antifascista».

Pastasciutta antifascista 2026 (foto di Carlo Mestichelli)

 

Parole del vescovo Gianpiero Palmieri. Voce di don Dino Pirri, latore del corposo messaggio diocesano. Che strappa, a più riprese, lunghi applausi ai partecipanti della iniziativa promossa e organizzata dal Collettivo Caciara, Assalto ai forni e Anpi provinciale. La pastasciutta antifascista, seconda edizione ascolana, nata sull’aia di casa Cervi per tutti gli abitanti di Campegine, nel reggiano, a festeggiare, ottantatré anni fa, la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini.

 

Molti quelli che speravano nella presenza del capo della Diocesi picena alla festa, dopo il suo fattivo interessamento a reperire una nuova location alla iniziativa seguito al dietrofront della parrocchia dei Frati e le feroci polemiche conseguenti (leggi qui). Pochissimi, invece, quelli che si aspettavano, da parte sua, un messaggio così forte e chiaro.

 

«La comunità cristiana non vuole sentirsi tirata per la giacchetta – ha esordito l’alto prelato nella sua lettera – o identificata in un partito o movimento politico. Il regime fascista infangò l’Italia del Ventennio. Fu una pagina così oscura che chi volesse ridare vita al partito fascista si macchierebbe del reato di apologia. Pio XI° prima e Paolo VI° dopo avevano già parlato di ideologie incompatibili con il Vangelo… noi cristiani ci sentiamo a casa nel testo costituzionale, perché in tanti passaggi affonda le sue radici proprio nel Vangelo. I cristiani, dunque, non si dividono sull’antifascismo».

 

Palmieri ricorda le leggi “fascistissime” promulgate dal 1926 fino alle leggi razziali del 1938. La messa al bando dell’Azione Cattolica, dello scoutismo. I quaranta preti schedati, malmenati e purgati nell’ascolano. Don Delfino Angelici, della diocesi di Montalto, assassinato per aver difeso dalle pesanti attenzioni dei nazisti alcune ragazze. E poi il vescovo Ambrogio Squintani, che fece dichiarare Ascoli città infermieristica salvandola così dai bombardamenti alleati. Lo stesso vescovo che volle fossero rappresentati dei momenti della Resistenza partigiana nella provincia ascolana nei mosaici della cripta di Sant’Emidio in cattedrale. “La Messa al campo”, accanto alla singolare raffigurazione della lotta partigiana, presenza sicuramente unica in un luogo di culto.

 

«La Resistenza è stata un fatto di popolo e non di parte – tuona il vescovo Palmieri – e noi, per questo, non possiamo non essere antifascisti».

 

Non lesina parole ed argomentazioni l’alto prelato. «Una comunità non si rafforza esasperando le contrapposizioni ideologiche – dice ancora nel suo messaggio – ma riscoprendo i valori della propria identità, della propria storia e della propria coesione sulle quali è importante che si converga tutti. Noi cristiani aggiungeremmo anche: fedeli al Vangelo e formati dalla dottrina sociale della Chiesa, che considera valori inalienabili la persona umana, il bene comune, la solidarietà, e quel del dialogo nella verità auspicato recentemente anche da Papa Leone».

 

Ricorda lo slogan “Dio, Patria e famiglia” privo di alcun fondamento biblico, di nessun riferimento ai nostri valori costituzionali, senza alcuna attenzione alla povertà nostra, e degli altri. Cita gli scritti di Giorgio La Pira, un politico e giurista non precisamente definibile comunista, e in corso di beatificazione: «Sono concetti alterati, pagani, nella mente di molti cristiani quelli di patria, nazione, stirpe, classe, lontani dalla verità storica e slegati dalla realtà. Proliferano quando non si distingue più il male dal bene, la menzogna dalla verità, l’egoismo dall’amore. La ragione del ripudio della ideologia fascista sta nella sua concezione antiumana, e quindi anticristiana».

 

Il vescovo Palmieri cita anche Tina Anselmi, militante nella Resistenza, e poi prima donna ministro della Repubblica, che da bambina era stata costretta dai nazifascisti, insieme agli altri compagni di scuola elementare, ad assistere, da pochi passi, alle impiccagioni di partigiani. Quella Tina Anselmi che già si interrogava, da giovane attivista dell’Azione Cattolica, sulla eticità delle leggi dello Stato qualora violassero i diritti della persona. Come abbiamo fatto a passare, da una come lei, ai ministri e alle ministre che ci ritroviamo oggi? Palmieri cita anche Aldo Moro che, già nel 1947, diceva: «Non possiamo dimenticare quello che è stato. La Costituzione nasce dalla Resistenza e dalla guerra rivoluzionaria che hanno voluto l’affermazione della dignità umana e della vita sociale non è ideologia di parte, questa, ma una felice convergenza di posizioni».

 

Quella convergenza di posizioni, almeno sui diritti più sacrosanti e le battaglie più nobili, come sulle infamie più evidenti e sulle ingiustizie più vergognose, che non appartengono più alla nostra barbara, ottusa e utilitarista politica contemporanea. Quella che, per dirla come Pio XI° già nel 1931, mira ad una statolatria, un regime basato, cioè, su una dottrina che attribuisce allo Stato un’autorità assoluta e illimitata, un oggetto di culto, di fede cieca, pagana. Il chilometrico messaggio del Vescovo oscura le poche parole degli interventi di Rita Forlini, presidente dell’Anpi provinciale, e di Lorenza Roiati di “Assalto ai forni”.

 

La prima, con la voce rotta, come ogni volta, dalla commozione, parla di quel comune desiderio di libertà, giustizia e solidarietà che unirono nella Resistenza uomini e donne dalle pur differenti appartenenze politiche e ideologiche. La seconda sottolinea il concetto contemporaneo di antifascismo, che muove da un principio di amore e di fratellanza, e che porta a rifiutare una politica che gioca sulla pelle degli ultimi. «Santa sia questa rabbia antifascista e antisionista – conclude – che non sfocia mai nella paura e nella chiusura, ma sempre spera in una società più giusta, aperta e inclusiva».

 

Bandiere palestinesi al vento e canti partigiani in sottofondo. In un mondo migliore per tutti qui si continua, nonostante tutto, a credere. Per i ragazzi del Collettivo Caciara, che si sono sobbarcati gran parte delle fatiche nell’organizzazione di questa tribolata seconda edizione della pastasciutta antifascista, parla una portavoce. Questi giovani, che molti offendono e tentano di ghettizzare, non cercano ribalta mediatica, visibilità ad ogni costo.

Il vescovo Palmieri

 

«In questa città dove siamo abituati ai muri che ci costruiscono intorno – ci dice la giovane portavoce – per isolarci, stasera siamo contenti. I tanti che ci hanno dato una mano ad asciugare tavoli e panche dopo la pioggia del pomeriggio, dimostrano che questa è la pastasciutta antifascista di tutti e di tutte. Continueremo a portarla ovunque in Ascoli, in futuro. Il nostro nome, Collettivo Caciara, non va interpretato solo nel significato dialettale del termine. Ma come una costruzione fatta di tante pietre che appoggiano e si sostengono l’una con l’altra. Abbiamo raccolto, con orgoglio, il testimone della Memoria dei nostri partigiani, oramai quasi tutti scomparsi. Ricordiamo il loro estremo sacrificio. Portiamo avanti i loro valori, i loro alti ideali. Siamo una comunità che vuole fare una vita politica differente. Migliore. Ringraziamo quanti ci hanno dato solidarietà da ogni parte. Il vescovo per il suo gradito messaggio di conciliazione, che potrebbe segnare l’inizio di un nuovo cammino. Padre Floribert, della chiesa dei Frati, comunque, per la sua disponibilità. Padre Daniele per averci ospitato stasera qui a San Marcello. E poi don Dino Pirri».

 

Già, il prete messaggero vestito in borghese (perché è tradizionalista, ci dice). Ma non è l’abito, in fondo, come si dice da sempre, a fare il monaco. Nativo di Porto d’Ascoli, dimostra vent’anni meno di quelli che ha, e lo stesso, nobile slancio di grandi e illuminati preti educatori passati alla storia. Aiutante a mezzo servizio diviso fra le parrocchie di San Marcello e della vicina Piazza Immacolata. Lì dove fu primo parroco don Sante Nespeca, il prete partigiano (dimenticato dal vescovo Palmieri). Insomma, stasera cadono tante certezze. Comunista non è più una parolaccia, né potrà essere mai più un insulto. I parroci, ora, stanno diventando loro sostenitori. Dove finiremo di questo passo signora mia. I comunisti non sono più dei mangiapreti. E, comincia a farsi strada anche il fondato dubbio, che non abbiano mai mangiato neppure i bambini.

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