
Luciano Agostini, presidente del Gal Piceno
«Non è mia consuetudine intervenire sulla stampa in quanto presidente del Gal – premette Agostini – ma voglio innanzitutto esprimere la mia vicinanza, solidarietà e sostegno ai sindaci, soprattutto quelli delle aree interne, con i quali mi rapporto spesso e ai quali il Gal ha di fatto demandato la gestione dell’attuale programmazione».
Secondo il presidente del Gal, si tratta di amministratori chiamati quotidianamente a confrontarsi con problemi e difficoltà, cercando soluzioni concrete per le proprie comunità. Tra gli esempi più recenti cita proprio l’apertura dei distributori di carburante comunali, iniziative nate, a suo giudizio, da «ottime intuizioni» di amministratori che conoscono direttamente le esigenze dei territori.
Agostini, però, critica il tentativo di trasformare queste iniziative in una sorta di competizione tra Comuni. «È sempre mal sopportabile chi utilizza queste occasioni al solo fine di creare divisioni, persino tra i sindaci stessi, arrivando a spaccare il capello in quattro per dimostrare quale Comune abbia aperto il distributore prima degli altri, come se fosse una corsa al fotofinish».
Da qui il punto centrale della sua riflessione: «Le aree interne non hanno bisogno di primati. Hanno bisogno di una strategia».
Per Agostini, infatti, il problema non può essere affrontato attraverso una successione di interventi sui singoli problemi, dalla ricostruzione alla sanità, dalla carenza delle guardie mediche agli altri servizi. Serve, invece, una programmazione strutturale e duratura, capace di concentrarsi su due questioni fondamentali: «Lo sviluppo economico e l’organizzazione dei servizi».
E proprio sulla necessità di cambiare prospettiva si concentra una parte importante dell’intervento. L’obiettivo, secondo il presidente del Gal, non dovrebbe essere semplicemente quello di frenare lo spopolamento, ma quello, più ambizioso, di «riportare le persone nelle aree interne».
Agostini richiama quindi anche il tema della ricostruzione post-sisma, pur precisando di non volerlo affrontare direttamente. Nel farlo, cita le recenti dichiarazioni del presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, che si è detto soddisfatto qualora la ricostruzione dovesse proseguire per altri dieci anni. Un’affermazione sulla quale il presidente del Gal solleva una considerazione legata alla precedente ricostruzione del terremoto del 1997: «Se Acquaroli volesse dare uno sguardo agli archivi della Regione Marche, troverebbe che la ricostruzione del terremoto del 1997 è durata nelle Marche poco meno di dieci anni».
Ma per Agostini il vero interrogativo non riguarda tanto la durata dei lavori quanto ciò che accadrà alle strutture realizzate. «Il tema non è quanto dura la ricostruzione, bensì come si mettono a sistema le numerose strutture pubbliche sorte e quelle che dovranno sorgere». Da qui una serie di domande: quale sarà il loro utilizzo? Quale il bacino di utenza? Come verranno individuati questi parametri?
«Sono queste le domande che dovremmo porci se vogliamo che la ricostruzione non sia soltanto ricostruzione fisica degli edifici, ma diventi uno strumento per ricostruire comunità», sostiene.

Il distributore comunale di Ripatransone
Lo stesso ragionamento, secondo Agostini, deve essere applicato alle risorse del Pnrr Nel comunicato si fa riferimento a un utilizzo pari al 70% delle risorse e a una quota del 39% di interventi realizzati e completati. Al di là dei numeri, però, per il presidente del Gal la questione fondamentale è capire se quelle risorse abbiano effettivamente prodotto le condizioni necessarie per invertire la tendenza demografica e creare sviluppo e crescita. «E questo risultato, ad oggi, non appare raggiunto».
La sua riflessione, precisa Agostini, non vuole trasformarsi in una critica rivolta a una sola parte politica. «Il problema non è criticare l’azione del centrodestra o del centrosinistra. Il problema è valutare il “come”: l’impegno che tutti i livelli istituzionali devono assumere affinché nella periferia d’Italia, cioè nelle aree interne, si possa realisticamente invertire la tendenza».
Per farlo, servono investimenti nei servizi sanitari, sociali, ricreativi e sportivi, ma anche una scuola capace non soltanto di garantire la presenza fisica degli istituti, bensì un adeguato livello formativo ai ragazzi che vivono in questi territori. E, parallelamente, serve una vera politica di sviluppo economico.
Tra i settori sui quali puntare c’è il turismo. Ma anche in questo caso, secondo Agostini, non basta una strategia calata dall’alto. Occorre coinvolgere «i piccoli operatori e gli imprenditori presenti sul territorio», sostenendo la nascita di strutture e iniziative capaci di valorizzare le risorse ambientali, storiche, architettoniche e culturali delle aree interne.
In questo quadro, il presidente del Gal guarda anche alla Strategia nazionale per le aree interne, la Snia, che a suo giudizio aveva già individuato un percorso per favorire la rinascita e la valorizzazione di questi territori. Il rischio, però, è che «l’eccessiva burocratizzazione e i lunghi tempi di attuazione» finiscano per vanificare le intenzioni alla base della strategia.
Il Gal Piceno, assicura Agostini, intende comunque muoversi in questa direzione. «Nella definizione della programmazione e pur con risorse limitatissime, abbiamo intenzione di collegarci alle impostazioni della Snai e, insieme ai Comuni facenti parte della nostra società, nei prossimi mesi cercheremo di attuare e organizzare servizi, soprattutto nella direzione del sociosanitario».
Per Agostini è questo il terreno sul quale dovrebbe concentrarsi il confronto politico e istituzionale: «Un ragionamento serio», che dovrebbe coinvolgere maggioranza e opposizione, istituzioni e territori, attraverso un’azione condivisa.
Il messaggio finale torna così al punto di partenza: le aree interne non hanno bisogno di gare tra amministrazioni o di divisioni. «Non hanno bisogno di nuove divisioni o di sterili primati. Hanno bisogno di una visione comune, di responsabilità condivise e di scelte concrete».
L’obiettivo, conclude Agostini, non dovrebbe essere stabilire «chi è arrivato prima», ma creare le condizioni perché nelle aree interne si possa «tornare a vivere, lavorare, investire e guardare al futuro».
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