
Un Centro estetico
di Stefania Mistichelli
Estetisti e parrucchieri: dalla categoria si leva un’unica voce che richiede con forza la riapertura, pure con le dovute indicazioni necessarie a garantire la massima sicurezza per chi, in questi saloni, ci lavora, oltre che per la clientela.
Lungi dalle facili ironie legate all’aspetto estetico della popolazione, soprattutto femminile, che in questo periodo ha dovuto rinunciare ai servizi offerte da questi professionisti della bellezza e del benessere, la questione è seria. Centri estetici e parrucchieri, infatti, da due mesi hanno chiuso i battenti, registrando in contabilità solo la colonna relative alle uscite.

Luca Ceriscioli
Un settore, precisa la Confederazione dell’artigianato e della piccola e media impresa (Cna) Picena, che con 135.000 imprese e oltre 260.000 addetti, partecipa in maniera determinante all’economia italiana. E il rinvio all’1 giugno costituirebbe, per il settore, una condanna a morte per l’intero settore. «Il comparto – scrive la Cna – può già offrire tutte le garanzie necessarie a riaprire saloni di acconciatura e centri estetici nella massima sicurezza, rispettoso delle più rigorose norme e procedure igienico-sanitarie. E se il Governo ritiene che debbano essere definite ulteriori condizioni, che le definisca da subito per consentire di riaprire al più presto».
E mentre anche la Regione Marche, con il presidente Luca Ceriscioli d’accordo con le associazioni di categoria prova «ad individuare un protocollo che garantisca la massima sicurezza e a verificare se è possibile accorciare i tempi», intanto i titolari dei saloni cercano di sopravvivere, cominciandosi ad organizzarsi per riaprire in sicurezza.

Erika De Luca
«Secondo me – afferma Erika De Luca che, insieme alla sorella Chiara, è la titolare dell’esercizio “If” di Ascoli, cosmetica naturale e prodotti ecologici, cui è collegato un centro estetico – era giusto ed ovvio che alcune attività come parrucchieri ed estetiste (ma anche la ristorazione e i bar) aprissero per ultimi. Non mi sta bene, però, in primo luogo che la legge dei centri estetici sia del ’90 e in trent’anni sono cambiate tante cose: su questo il governo dovrà intervenire presto ed efficacemente con normative più rigide e più chiare. Poi non mi vanno bene gli aiuti inesistenti di cui Governo tanto parla: se per loro 600 euro costituisce un aiuto, per me è una barzelletta, nel senso che sei io dichiarassi di incassare 600 euro al mese, interverrebbero con gli studi di settore dicendo che per loro è inverosimile, invece adesso è diventata una somma sufficiente».
«Sicuramente, bisognerà agire, come ha detto Conte, in relazione alle normative sulla sanificazione dei Centri estetici, sulle pulizie, sulle norme, che però la maggior parte dei Centri già adottano. Io, in particolare, con la cera in pasta di zucchero garantisco un’igiene che in genere con la ceretta non c’è. E poi, ovviamente, l’utilizzo dell’autoclave per strumenti da sterilizzare, gli strumenti monouso: tutto questo la maggior parte delle estetiste già lo fa, forse dovrebbero aumentare i controlli su questo, anche perché chi generalmente non lo fa mette in pericolo gli altri non solo con il coronavirus ma anche per l’epatite, gli herpes e tutte le infezioni che si possono prendere dall’estetista, se non è pulita. Un’altra cosa contro cui il governo dovrebbe pensare di combattere è l’abusivismo, che in questo periodo probabilmente si è diffuso».

Cinzia Curzi
Stessi problemi e stesse criticità quelle di cui parla Cinzia Curzi, del Centro estetico “Perfect” di Ancarano. «La situazione è che non abbiamo un settore di categoria che ci tutela e che, purtroppo, ai vertici non conoscono quello che fa un centro estetico, come si sviluppa un protocollo di lavoro, come si gestisce la cabina; mi parlano di centri estetici che non hanno neanche l’autoclave per sterilizzare i ferri, ma per me è l’anteguerra. Il nostro è quasi un centro medico, la sanificazione degli ambienti c’era anche prima: tutto è sterilizzato oppure monouso. In realtà per noi cambia poco da quello che “ci chiedono”, o meglio ci chiederanno. La soluzione che hanno trovato, invece, è chiudere, ma se dobbiamo convivere con questo virus non potrà essere così per sempre. Da noi il nostro rapporto è sempre uno a uno; non ci sono assembramenti».
«Dateci un protocollo da seguire con una sanificazione da fare tutti i giorni, o eventualmente tra cliente a cliente, ma fateci lavorare. Perché non farci riaprire se poi possiamo usare i mezzi pubblici dove il distanziamento è molto più difficile? Io penso che a nessuno interessi salvaguardare la categoria. Noi abbiamo incassi zero e abbiamo avuto un aiuto di seicento euro, chi l’ha ricevuto; non ci hanno sospeso nessuna spesa, le utenze le paghiamo lo stesso (che poi non sono consumi, visto che siamo chiusi, ma solo tasse), chi ha l’affitto continua a pagarlo. Per quanto riguarda la cassa integrazione, nella regione Abruzzo le richieste devono ancora essere lavorate. Chi ha una partita iva può capire cosa significa avere una attività chiusa tre mesi. Poi io ho un Centro al confine tra Abruzzo e Marche e le restrizioni riguardano lo spostamento tra regione e regione. Cioè io potrei andare a Vasto e non a Castel di Lama che dista cinque minuti, ma io ho quasi più clienti dell’Ascolano che del Teramano. Avrebbe più senso fissare un raggio di tot chilometri entro cui potersi spostare».

Serena Zoncada
Riapertura troppo tardiva anche per Serena Zoncada della Parrucchieria “Look Gi. Studio” di Giuliano D’Angelo e C. di Ascoli. «Una riapertura così tardiva non è giustificata, avrebbe più senso aprire con le dovute norme e con le limitazioni di persone presenti in negozio. Da troppo tempo abbiamo zero incasso e solo spese. I 600 euro che abbiamo ricevuto dal Governo non possono bastare. Chi è riuscito a bloccare il mutuo lo ha fatto – dice – ma le utenze le paghiamo e come tutto il resto. Usando i giusti dispositivi, mascherine, guanti, monouso per le clienti, disinfettando il negozio con prodotti sanitari, potremmo lavorare. Noi siamo pronti, perché mi ero preparata a riaprire a metà maggio. Capisco, a livello sanitario, il discorso che ieri ha fatto Conte rispetto al fatto che se ci dovessero essere altri picchi le aziende dovrebbero chiudere di nuovo, ma vediamo che già ora, usando i dispositivi di sicurezza e uscendo meno, le persone che si ammalano sono diminuite. Se, quindi, riaprono i musei e possiamo tornare sui mezzi pubblici – la sua conclusione – basterebbe farci utilizzare i mezzi di protezione e potremmo riaprire anche noi».














