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«Aumentano i morti sul lavoro,
una strage inaccettabile»

LAVORO - Cgil Marche ha elaborato i dati dell'Inail: «Sono 43 i lavoratori che hanno perso la vita da gennaio a novembre 2020, nello stesso periodo del 2019 erano stati 31. La classe imprenditoriale marchigiana e le istituzioni svolgano pienamente le loro funzioni di prevenzione, controllo, repressione e anche contrasto del lavoro irregolare»

 

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Il segretario regionale Cgil Marche Giuseppe Santarelli

 

Diminuiscono gli infortuni sul lavoro nelle Marche ma aumentano i morti.

È quanto emerge dai dati dell’Inail elaborati dalla Cgil regionale.

«Da gennaio a novembre 2020, sono stati denunciati 14.153 infortuni, 3.369 in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-19,2%). Un decremento molto importante determinato dai fermi produttivi e delle attività economiche avvenuti a causa del Covid. Il territorio che presenta il minor decremento di infortuni è quello di Pesaro (-17%), seguito da Fermo (-17,2%), Macerata (-17,6%), Ancona (-20,7%) e Ascoli Piceno (-22,7%) – si legge nella nota -.

Al di là delle statistiche, bisogna essere consapevoli che, dietro a quei numeri, ci sono lavoratori e lavoratrici in carne e ossa.

Per questo, prima di tornare a piangere un altro morto sul lavoro, occorre intervenire a ogni livello con un’azione forte da parte di tutti, dalle imprese alle Istituzioni, investendo in sicurezza, prevenzione, formazione, lavoro stabile e di qualità e condizioni di lavoro dignitose – denuncia la Cgil Marche.

Anche se in diminuzione, restano comunque numeri importanti e preoccupanti tenendo conto di quello che è avvenuto proprio nel 2020 sul mercato del lavoro marchigiano: si sono persi oltre 35mila posti, di cui oltre 14mila di lavoro subordinato e sono state autorizzate, da marzo dell’anno scorso ad oggi, oltre 100 milioni di ore di cassa integrazione equivalenti al mancato lavoro di circa 60mila lavoratori a tempo pieno.

Se si osservano gli infortuni in occasione di lavoro, emerge che i più colpiti sono quelli dell’industria e dei servizi, dove diminuiscono solo dell’8,7%. Diminuiscono meno, in particolare, nei settori del terziario (-4,9%) che, nonostante le misure restrittive del Governo, hanno quasi sempre lavorato regolarmente. Se il maggior numero di infortuni riguarda gli uomini, è per le donne che si registra il minor decremento di quelli denunciati: un terzo di quello degli uomini (rispettivamente -9,9% e -24%)».

La Cgil Marche si sofferma poi sui numeri dei decessi sul lavoro.

I dati analizzati dalla Cgil Marche si fermano a novembre. Nel Piceno, altri due incidenti sul lavoro hanno provocato il decesso di Simone Santinelli (leggi qui) e Dario Biricocoli (leggi qui).

«Risulta drammatico e preoccupante il bilancio degli infortuni mortali.

Sono 43 i lavoratori che hanno perso la vita dall’inizio del 2020, nello stesso periodo del 2019 erano stati 31. Ben 37 sono avvenuti in occasione di lavoro e 6 in itinere (nel viaggio per andare al lavoro o per tornare a casa) – conclude il comunicato.

Una strage inaccettabile che richiama alle responsabilità della classe imprenditoriale marchigiana e alla necessità che le istituzioni, dal Governo alla Regione, svolgano pienamente le loro funzioni di prevenzione, controllo, repressione e anche contrasto del lavoro irregolare, intervenendo anche incrementando adeguatamente gli organici e le risorse dedicate a tali compiti. Un ruolo importante deve averlo anche la contrattazione collettiva che deve rimettere al contro le reali condizioni di lavoro, rivedendo in molti casi l’organizzazione del lavoro».

Interviene il segretario regionale Cgil Marche Giuseppe Santarelli.

«Questi dati mettono in evidenza come la pandemia stia determinando uno scadimento della qualità del lavoro e un allentamento nel rispetto delle regole che attengono alla salute e alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

È il segno che, dove non c’è stato fermo produttivo o dove si è ripreso dopo settimane di chiusura, l’attività produttiva è avvenuta senza la necessaria attenzione da parte delle imprese alla qualità del lavoro e dello sviluppo ed è stata tesa a recuperare il tempo perso ed i livelli di produzione attraverso l’aumento dello sfruttamento sul lavoro, dei ritmi e degli orari».

 

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