La mano di Raffaello sulla “Madonna Palmaroli”, tondo di rame custodito nel Piceno: le analisi scientifiche rafforzano l’ipotesi 

ARTE - Esami diagnostici, studi sui pigmenti e tre perizie storico-artistiche convergono sull'attribuzione al giovane Sanzio. L'ultima relazione parla di un'opera «compatibile con un dipinto di Raffaello», pur in assenza dell'ufficialità che spetta agli organismi competenti
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Un piccolo tondo in rame di appena 17 centimetri di diametro continua ad alimentare il dibattito tra studiosi e appassionati d’arte. Si tratta della cosiddetta Madonna Palmaroli, una raffinata raffigurazione della Vergine con il Bambino che, secondo una serie di recenti indagini scientifiche e storico-artistiche, presenterebbe caratteristiche pienamente compatibili con la produzione del giovane Raffaello Sanzio.

 

Il tondo rame denominato “Madonna Palmaroli”

 

L’ultima conferma arriva dalla relazione redatta da Lorenzo Bellucci, uno dei professionisti incaricati di valutare l’opera. Le sue conclusioni sono significative: «Le indagini scientifiche che sono state fornite, confrontate con la maggiore letteratura in tema di pittura italiana del XV e XVI secolo, dimostrano che il dipinto in oggetto è compatibile con un dipinto di Raffaello Sanzio, anche se con alcune caratteristiche non tipiche dell’autore».

 

Una valutazione che non equivale ancora a un’attribuzione ufficiale, prerogativa delle istituzioni e degli organismi scientifici competenti, ma che rappresenta certamente un ulteriore e importante passo avanti nel percorso di studio del dipinto.

 

LA STORIA – La storia della Madonna Palmaroli inizia nel 1984. In quell’anno un antiquario del Piceno acquistò gli arredi di Palazzo Palmaroli, a Montalto delle Marche, rilevandoli dalla figlia adottiva della contessa Palmaroli, già scomparsa. Tra i beni presenti nella dimora figurava anche il piccolo tondo su rame raffigurante la Madonna col Bambino.

Da quel momento è iniziato un lungo percorso di ricerca che, soprattutto negli ultimi anni, ha portato all’esecuzione di una vasta campagna di indagini scientifiche affidate a laboratori specializzati che operano anche nel settore dei beni culturali.

 

Il tondo prima del restauro

Gli esami sono stati condotti in modo indipendente tra Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, consentendo un controllo incrociato dei risultati. Le analisi dei pigmenti mediante tecnologia XRF sono state eseguite dalla dottoressa Baldan presso il laboratorio R&C di Altavilla Vicentina; le indagini diagnostiche e radiografiche sono state affidate al dottor Davide Bussolari del laboratorio Diagnostica dell’Arte Fabbri di Campogalliano, in provincia di Modena; gli studi al microscopio elettronico sono stati realizzati presso il laboratorio Art-Test di Firenze. Ulteriori verifiche hanno riguardato il supporto metallico, con l’obiettivo di determinarne l’epoca di produzione.

 

I risultati emersi appaiono particolarmente rilevanti. Il rame utilizzato come supporto è stato datato tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, periodo perfettamente compatibile con l’attività del giovane Raffaello. Anche i pigmenti identificati appartengono alla tavolozza rinascimentale.

 

Tra gli elementi più significativi figura l’analisi stratigrafica effettuata sul manto blu della Vergine. Attraverso il microscopio elettronico sono stati individuati due distinti passaggi pittorici: un primo strato realizzato con smaltino e frammenti vetrosi e una successiva stesura finale eseguita con blu oltremare ricavato da lapislazzuli, uno dei pigmenti più preziosi dell’epoca, importato dall’Afghanistan e considerato, per valore economico, superiore all’oro.

 

Di particolare interesse sono risultate anche le indagini riflettografiche all’infrarosso. Gli esami hanno infatti evidenziato un accurato disegno preparatorio eseguito con la tecnica dello spolvero, procedimento utilizzato nelle botteghe artistiche di alto livello per trasferire il cartone preparatorio sul supporto definitivo. Non solo: la riflettografia ha messo in luce due ripensamenti compositivi apportati dall’artista durante la realizzazione dell’opera, elemento generalmente associato a un processo creativo originale piuttosto che a una copia successiva.

 

Secondo gli studiosi che hanno esaminato il dipinto, proprio la presenza del disegno preparatorio, della tecnica dello spolvero e delle correzioni in corso d’opera contribuisce a escludere l’ipotesi di una riproduzione tarda o di un lavoro dilettantistico.

 

A sostenere l’attribuzione concorrono inoltre tre perizie storico-artistiche firmate da autorevoli specialisti del Rinascimento italiano: il professor Emilio Negro di Bologna, il professor Pierluigi Carofano di Pisa e il professor Giampasquale Greco di Napoli. Tutti individuano nel piccolo tondo elementi riconducibili alla mano del giovane Raffaello durante il suo periodo umbro-fiorentino.

 

La prudenza resta d’obbligo quando si affrontano questioni attributive di tale rilevanza. Tuttavia, il complesso delle analisi diagnostiche, delle verifiche scientifiche e delle valutazioni storico-artistiche sembra delineare un quadro sempre più coerente. In attesa di eventuali ulteriori pronunciamenti ufficiali, la Madonna Palmaroli continua così il proprio percorso di studio, forte di una documentazione che, oggi più che mai, alimenta l’ipotesi di un legame diretto con uno dei più grandi maestri del Rinascimento.

 

 

Tra gli studiosi coinvolti figurano Emilio Negro (consulente scientifico dei Musei di Ravenna su nomina ministeriale) e Pierluigi Carofano, specialista nella storia delle tecniche artistiche, docente e curatore di mostre per il Ministero della Cultura. Uno dei nodi centrali della ricerca riguarda il rapporto con la ‘Madonna Conestabile’, la celebre tavola perugina conservata in Russia dopo la vendita agli zar. Secondo gli studiosi, la ‘Madonna Palmaroli’ presenta significative affinità con quel modello e con altre opere certe del catalogo raffaellesco. Dunque, unica ipotesi ritenuta coerente con i dati emersi è quella di un’opera autografa giovanile di Raffaello, forse destinata a una committenza aristocratica di alto livello, come suggerito dal supporto in rame e l’impiego di materiali di lusso. “Un’opera inedita di lecita provenienza – commenta Gianpasquale Greco, storico dell’arte iscritto all’elenco dei professionisti dei beni culturali del Ministero della Cultura – che va segnalata nella sua esistenza quale restituzione del patrimonio culturale d’Italia così come riconoscimento al talento sovrannaturale di Raffaello, artista che ha travalicato il tempo e il mondo, con il sigillo della divinità espressa nell’arte”.

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