Una chiesa colma di persone, il silenzio rotto soltanto dalle lacrime e dagli abbracci, il dolore di una comunità che si è stretta attorno a una famiglia colpita da una tragedia impossibile da accettare. Centobuchi ha dato stamattina, 9 agosto, l’ultimo saluto a Davide Spinozzi, il 19enne morto nel drammatico incidente che ha squarciato la notte del 6 agosto.
La sala Giovanni Paolo II, della chiesa del Sacro Cuore di Centobuchi di Monteprandone, non è bastata a contenere le centinaia di persone accorse per partecipare alle esequie. Amici, parenti, compagni di scuola, compagni di squadra e tanti giovani hanno voluto essere presenti per salutare Davide, conosciuto da tutti come “Spillo”.
Impossibile contenere il dolore davanti a una bara dove c’era un ragazzo di appena 19 anni e che aveva ancora tutto davanti. Aveva progetti, sogni, una vita da costruire. L’università, il percorso nel volley, con la possibilità di proseguire la sua carriera a Macerata, gli amici, la famiglia. Una strada ancora lunga davanti a sé.
Poi, improvvisamente, tutto si è fermato.
Il terribile incidente ha cancellato i progetti, le partite ancora da giocare, gli anni ancora da vivere. Ma non potrà cancellare Davide dalla memoria di chi gli ha voluto bene. Perché in questi giorni di dolore, a parlare di lui sono soprattutto i ricordi.

Gli amici di Davide raccolti nel dolore
Davide viene descritto come un ragazzo buono, solare, gentile, sempre sorridente. Uno di quei ragazzi capaci di farsi voler bene senza cercarlo, semplicemente attraverso il modo di stare con gli altri.
Ed è proprio per questo che oggi la sua assenza pesa ancora di più.
La cerimonia è stata celebrata da don Armando Moriconi insieme ad altri quattro sacerdoti. Nell’omelia, don Armando ha cercato parole per un dolore che, per sua stessa ammissione, parole non ne ha: «Una cosa così non ha un nome. Quando un genitore perde un figlio non ha un nome. Non sappiamo come guardarla, come affrontarla».
Una frase che è sembrata raccogliere il dolore di tutti: «Siamo lì, inquieti, sofferenti».
Non c’è una spiegazione capace di rendere accettabile la morte di un ragazzo così giovane. Non c’è una risposta che possa riempire il vuoto lasciato da Davide.
E a quel vuoto ha fatto riferimento anche il ricordo degli amici, quelli che lo hanno conosciuto soprattutto attraverso la quotidianità della scuola e della pallavolo: «Anche in palestra stavamo lì, poi siamo dovuti uscire. No, non ce la facevamo ad accettare questa realtà».
La palestra, per chi ha condiviso con Davide il volley, sarà d’ora in poi anche il luogo della sua assenza. Ci saranno gli allenamenti, ci saranno i palloni, ci saranno le partite. Ma mancherà lui. E sarà impossibile non cercarlo con gli occhi.
La cerimonia funebre è stata celebrata da don Armando Moriconi insieme ad altri quattro sacerdoti. Nell’omelia il parroco ha affrontato il tema di un dolore che appare senza spiegazioni: «Una cosa così non ha un nome. Quando un genitore perde un figlio non ha un nome. Non sappiamo come guardarla, come affrontarla», ha detto, esprimendo il senso di smarrimento che accompagna tragedie come questa.
Don Armando ha poi affidato la sua riflessione all’immagine di una barca nella tempesta, metafora di una comunità travolta da un evento inatteso e devastante. «La nostra condizione adesso è uguale: siamo dentro una barca e non vorremmo stare nella barca. Ci sono i venti, il pericolo e la consapevolezza di affondare». Un invito, però, anche a trovare la forza di affrontare il dolore, aggrappandosi alla speranza e all’affetto reciproco.
Ma sono state soprattutto le parole degli amici a restituire il volto di Davide. Non quello della tragedia. Quello della vita. Quello del ragazzo che rideva, scherzava, giocava, che passava le notti con gli amici, che sapeva regalare un sorriso.
«Ci manchi come l’aria», una frase breve, ma capace di raccontare tutto.
Perché quando una persona viene strappata improvvisamente alla vita, la sua assenza entra nelle cose più semplici.
«Battute, sorrisi strappati, nottate passate a ridere, la tua risata contagiosa, abbracci che, seppure rari, ci riempivano il cuore», sono questi i ricordi che rimangono. Quelli che fanno piangere oggi e che, un giorno, forse, permetteranno di sorridere ancora pensando a lui. «Grazie per averci conosciuto, Spillo. Ti vogliamo bene». E poi un altro saluto, semplice e straziante: «Ciao, tato».
In quelle parole c’è tutta la difficoltà di separarsi da un ragazzo che nessuno avrebbe voluto salutare così presto.
«Davide non ci è passato accanto e sbiadito, ma ci ha attraversato», è forse la frase che più di tutte restituisce il senso della sua presenza. Davide non è passato inosservato. Ha lasciato qualcosa in chi lo ha incontrato.
Ha lasciato il sorriso, le amicizie, il volley, i ricordi della scuola, le serate insieme, le fotografie, le battute. Ha lasciato soprattutto un pezzo di sé nelle persone che oggi lo piangono.
E sarà proprio questo a permettere al suo ricordo di continuare.
Per la famiglia il dolore sarà lungo e difficile. Per gli amici ci saranno giorni in cui l’assenza sembrerà ancora impossibile da comprendere. Ma non potrà cancellare l’amore. Il terribile incidente ha fermato la vita di Davide. Non ha fermato il bene che ha lasciato. Non ha cancellato il suo sorriso. Non ha cancellato il suo nome.
Spillo, quel soprannome che, tra le lacrime, è diventato il modo più semplice per sentirlo ancora vicino.
E mentre la comunità di Centobuchi si stringe attorno alla sua famiglia: la mamma Rizia, il padre Maurizio, la sorella Azzurra e la nonna, rimane una certezza: Davide non sarà ricordato soltanto per il modo in cui è morto.
Sarà ricordato per come ha vissuto. Per il ragazzo che era. Per il sorriso che regalava. Per gli amici che lo hanno amato. Per il volley. Per la sua famiglia. Per tutte quelle piccole cose che, da oggi, avranno il peso enorme dei ricordi.
E forse sarà proprio lì che Davide continuerà a vivere. In una fotografia. In una maglia da gioco. In un pallone. In una risata che tornerà alla mente. In qualcuno che, entrando in palestra, per un istante avrà ancora l’istinto di cercarlo.
Perché alcune persone non smettono di esserci quando se ne vanno. Cambia semplicemente il modo in cui possiamo incontrarle.














