A dieci anni dalle scosse che il 24 agosto 2016 hanno sconvolto l’Appennino centrale, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata traccia il bilancio di un decennio di interventi dedicati al salvataggio e alla ricostruzione del patrimonio culturale. Il focus dell’Ente con sede in via Crispi ad Ascoli evidenzia come il territorio piceno — drammaticamente segnato dalla devastazione di Arquata del Tronto — sia stato sia il cuore pulsante dell’emergenza sia il laboratorio da cui sono nati nuovi modelli di tutela a livello nazionale.

 

A ricordare le prime e drammatiche fasi del terremoto è l’architetto Annalisa Conforti della Soprintendenza, impegnata fin da subito nell’Unità di Crisi Regionale al fianco di Protezione Civile e Vigili del Fuoco. «Negli anni precedenti il Segretariato Regionale del MiC per le Marche aveva promosso diverse esercitazioni, ma trovarsi di fronte alla devastazione di Arquata del Tronto ha provocato in tutti noi un momento di profondo sconforto e tristezza», racconta la funzionaria.

 

Arquata Capodacqua: Madonna del Sole

Nonostante l’impatto emotivo e la paura costante di non arrivare in tempo prima dell’arrivo dell’inverno, le squadre sul campo hanno lavorato per due anni senza sosta per mettere in salvo migliaia di opere. Un’esperienza segnata anche dalla forte vicinanza dei residenti: «Mi ha colpito profondamente il confronto con la popolazione locale: persone che avevano perso la propria casa, ma che erano comunque pronte a dare una mano pur di salvare dalle macerie il patrimonio storico, ovvero l’identità e la storia della propria comunità».

 

Tra i momenti più emblematici delle operazioni nel Piceno c’è il salvataggio del Crocifisso ligneo del Duecento, patrono di Arquata del Tronto, come rievoca lo storico dell’arte Pierluigi Moriconi. «A pochi giorni dalla prima scossa, un anziano sfollato di Arquata del Tronto ci chiese di salire alla parrocchiale dell’Annunziata. Non aveva più nulla, ma ci implorò di salvare il crocifisso del Santissimo Salvatore: “Per noi è troppo importante”». L’intervento tempestivo ha permesso di recuperare il prezioso manufatto prima che le successive scosse di ottobre rasassero al suolo la chiesa.

 

Per gestire il recupero degli oltre 14.000 beni mobili catalogati nelle Marche, è stata poi creata una rete di depositi attrezzati — che ha visto tra i punti di riferimento anche la sede di Ascoli — indispensabile per avviare i primi restauri e rassicurare le popolazioni locali sulla restituzione delle opere. Nel Piceno, la volontà di restituire immediatamente questa memoria si è concretizzata con l’allestimento della mostra temporanea “L’identità ritrovata” presso l’edificio Rotary di Arquata del Tronto.

 

A dieci anni da quella tragedia, il Soprintendente Giovanni Issini ribadisce la centralità dell’impegno istituzionale, sottolineando come la ricorrenza sia prima di tutto un momento di memoria per le vittime e di vicinanza alle comunità. La Soprintendenza continua a operare quotidianamente ad Ascoli a fianco di enti e progettisti, conciliando le esigenze di una ricostruzione sicura con la tutela dei valori storico-artistici del territorio. Vedere le opere restaurate fare ritorno a casa, fa eco Moriconi, rappresenta «un frammento di memoria che torna alla propria comunità, un pezzo di identità che viene riconsegnato alla sua storia».

 

La disanima completa tracciata dalla Sovrintendenza è disponibile nel documento ufficiale scaricabile ciccando qui

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