Il dottor Massimo Loria

Per il dottor Massimo Loria, allora primario del Pronto soccorso all’ospedale “Mazzoni”, la notte del 24 agosto 2016 durò poco meno di 17 ore. Una specie di eclissi, come accade in molti racconti dell’orrore. E come in tutti i racconti di guerra, la memoria ha buchi profondi che però, con il passare del tempo, vengono rammendati con i pezzi della storia. Momento per momento, dettaglio dopo dettaglio. Un compito durissimo, per chi si è occupato delle vittime.

 

Da dove cominciare per raccontare questa storia?

«Dalle conclusioni. È strano dirlo, ma mi piace pensare che sia filato tutto liscio, per una serie di motivi che ci permisero di affrontare la tragedia adeguatamente».

 

Cosa consentì una gestione adeguata?

«In primo luogo, l’accurato e capillare piano di massiccio afflusso dei feriti redatto dalla direzione sanitaria, ovvero la dottoressa Sansoni, il dottor Viviani, la dottoressa Nisii, la dottoressa Tommasi e dal sottoscritto. Un piano aggiornato con cadenza ridotta per rispondere ad un’emergenza su vasta scala. In secondo luogo, per l’opera di selezione del triage primario da parte del 118 diretto dal dottor Postacchini, con l’invio dei feriti nelle specifiche strutture di competenza».

 

Cosa significa?

«Se, per una non corretta valutazione, si fossero inviati pazienti in strutture non idonee – ad esempio, pazienti necessitanti di Neurochirurgia o di Chirurgia toracica ad Ascoli – sarebbero stati stornati mezzi e risorse utili per tutti gli altri. Errori del genere, in quella fase, avrebbero provocato un autentico disastro. E invece non ci fu un solo sbaglio. La selezione, operata dal dottor Postacchini e dalla direzione del soccorso intraospedaliero, gestita dal sottoscritto, fece tutto correttamente».

 

Quando si parla della gestione sanitaria ci si dimentica che il terremoto spezzò una quotidianità. Si ricorda di come andò, per lei?

«Quella sera ero tornato da Todi, passando per la Valnerina. Alle 22.00 mi trovavo in Ascoli. Era un agosto afoso e il caldo ci aveva spinto a dormire nel rustico, dove potemmo rinfrescarci un po’. Ma solo per poco. Alle 3.36 fummo svegliati tutti da una forte scossa. Dico forte ma, trovandomi nel seminterrato, non seppi valutarne la reale intensità. Cominciai a tenere d’occhio il telefono: non potevo fare molto altro».

 

E poi?

«Poi mi telefonò il medico di guardia in Pronto soccorso. Ricordo distintamente che mi disse: “Dottore venga, perché la cosa è seria”. Andai subito in ospedale e lo stesso mi accolse sostenendo che Pescara del Tronto, il paese, non esisteva più. Allora feci un briefing immediato. Da lì a 10 minuti sarebbero arrivati i primi feriti. Tra le direttive non esclusi la possibilità di autorizzare codici neri».

 

Cioè?

«In condizioni “normali” la priorità è data, ovviamente, ai codici rossi. Ma quando questa condizione decade, quando ci si trova in uno scenario di catastrofe, anche la metodologia di triage può cambiare. E se la richiesta di prestazione eccede la possibilità di risposta, si possono adottare i cosiddetti codici neri. In poche parole: magari sei ancora vivo, ma versi in condizioni talmente gravi che, è angosciante dirlo, si decide di non trattarti. Questo perché il tempo impiegato per tentare di salvare un paziente che ha minime possibilità di salvezza può causare la perdita di più pazienti che invece avrebbero potuto essere salvati, presentando un quadro di minor gravità».

 

Una responsabilità enorme.

«Sì».

 

E vennero adottati? I codici neri?

«No. Per fortuna, e soprattutto per l’incredibile lavoro di tutto il personale ospedaliero, non ce ne fu bisogno. Le cose andarono così: pur non escludendo la possibilità, dissi che nessuno era autorizzato a usare i codici neri se non dietro mia specifica disposizione. Entro breve avevamo mandato a casa o in guardia medica tutti i pazienti non gravi che si trovavano lì in attesa, senza visitarli. In Medicina d’urgenza i pazienti dimissibili furono dimessi. Quindi attribuii un colore a tre zone del pian terreno dell’ospedale – verde giallo e rosso – dove indirizzare al loro arrivo i pazienti in base al codice di gravità, nominando nel contempo un medico responsabile di ciascun settore. E mentre il briefing si avviava a conclusione, successe una cosa bella e inaspettata».

 

Cosa?

«Tutti gli operatori del Pronto soccorso che in quel momento non erano in servizio si presentarono spontaneamente, senza convocazione. Medici, oss, infermieri, ausiliari, volontari. Perfino gli addetti alle pulizie. In quel momento dovemmo tenerli fuori, perché il loro intervento non era richiesto. Ma è una delle cose che rimarrà sempre con me di quella sera».

 

E poi? Il Pronto soccorso si riempì?

«Poi vennero i feriti. Il primo, lo rammento, fu un bambino di tre anni con un grosso trauma addominale. Provammo a rianimarlo, ma niente da fare, era arrivato già deceduto. Il secondo fu un ragazzo di Amatrice: aveva una frattura scomposta di femore perché si era buttato dal secondo piano della palazzina in cui si trovava. Lì per lì la cosa può destare stupore. Poi ti viene detto: “Attorno a me stava crollando tutto”. E allora capisci».

 

Ha ricordi vividi di quella notte.

«Ricordo quasi tutto nei particolari. A tre infermieri caddero le unghie dei piedi per aver indossato tanto a lungo gli zoccoli. La notte fu lunga: tornai a casa attorno alle 22.00 del giorno dopo. Mi dissero che ero distrutto, che avevo un’espressione e una postura devastata, ma io non me ne ricordo.  Rammento quell’atmosfera surreale, in cui molte persone occupavano spazi ristretti e l’attività, nonostante fosse frenetica, non era confusionaria. Né grida né corse, come nei telefilm: si bisbigliava. Ricordo il post briefing. Nonostante quel che ci è capitato, fu un onore lavorare con tutte le persone che erano lì. Lo pensai allora e lo credo ancora oggi».

 

A margine di quel giorno, ci sono oggetti o momenti che intende conservare?

«Un ricordo materiale che custodisco gelosamente. La lettera* di una donna che a causa del terremoto aveva perso un figlio, il marito e la madre. Era stata portata lei stessa in ospedale e, quando aveva riaperto gli occhi, aveva fatto questa orribile scoperta. Ciononostante ci ringraziò, dal primo all’ultimo. Le abbiamo salvato la vita, e in un certo senso lei ha salvato quella di tutti noi».

 

Dal terremoto sono passati 10 anni. La nostra sanità ha fatto tesoro di quell’esperienza? La gestione degli eventi catastrofici è stata integrata?

«Questo è il tasto dolente della questione. Quello che posso dire è che non siamo andati tanto lontano da allora. Dagli errori bisogna imparare, restare fermi è inammissibile».

 

*Il testo della lettera, datata 31 agosto 2016, è di seguito riportato integralmente per gentile concessione del dottor Loria. Lungi dal voler cavalcare l’onda delle emozioni scaturite dalla tragedia del 2016, riteniamo che lo spazio occupato dalle voci strappate alla morte e all’oblio sia sempre, irrimediabilmente, troppo poco.

 

«Al prof. Massimo Loria,

Quando il mondo crolla e letteralmente resti sepolta tra polvere e macerie, comprendi in un attimo di avere perso tutto, di non essere più la persona che eri. Ti svegli in un letto d’ospedale tra camici bianchi, azzurri e verdi. Allora la tua famiglia in quelle ore si allarga e ti aggrappi ai colori di quei camici e quelle divise. Ho cercato negli occhi di chi mi ha accolto in ospedale gli affetti e l’amore che avevo perso e li ho trovati. Vorrei ringraziarvi ad uno ad uno, primario, medici, psicologi, infermieri, paramedici, amministrativi, personale tecnico, volontari, tutti. Vorrei stringervi in un abbraccio e farvi tornare indietro la dolcezza e l’affetto che ho avuto. So che non sarà possibile e posso solo dire grazie. Grazie per esserci stati quando avevo bisogno di non sentirmi sola, grazie per la vostra professionalità, grazie per la sensibilità dimostrata, grazie per avermi aiutato a ricominciare con la mano sul cuore. Grazie».

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