La ricostruzione delle chiese danneggiate dal terremoto del 2016 segue un percorso diverso rispetto a quello previsto per le abitazioni private o per gli edifici pubblici. Nel Piceno sono numerosi gli edifici di culto interessati dagli interventi, alcuni già restituiti alle comunità, altri ancora nei cantieri o nella fase di progettazione. E non sono mancate sorprese: dai lavori sono emersi tesori sconosciuti, come a Sant’Angelo Magno, ad Ascoli, e nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Trisungo di Arquata del Tronto.

Don Elio Nevigari al lavoro nell’Archivio diocesano

A fare chiarezza sulle procedure è don Elio Nevigari, incaricato diocesano per i Beni culturali ecclesiastici e delegato vescovile nei rapporti con la Soprintendenza.

Il primo punto riguarda la natura degli edifici. «Le chiese aperte al culto e alla fruizione pubblica, pur essendo di proprietà ecclesiastica, rientrano nella ricostruzione pubblica – spiega don Nevigari – La normativa sul sisma ha individuato nelle diocesi i soggetti attuatori degli interventi sugli edifici di culto di proprietà degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti».

Nel caso del Piceno, quindi, sono quindi le Diocesi di Ascoli e di San Benedetto ad assumere il ruolo di soggetto attuatore per gli interventi di propria competenza, mentre l’Ufficio speciale per la ricostruzione segue l’iter previsto per l’approvazione e l’erogazione dei contributi. I progetti devono inoltre confrontarsi con gli altri enti competenti, tramite la Conferenza dei Servizi, a partire dalla Soprintendenza e dai Comuni, per gli aspetti legati alla tutela storico-artistica.

«Ogni progetto viene sottoposto a un percorso di valutazione che coinvolge diversi enti. La Soprintendenza ha un ruolo fondamentale perché deve verificare che gli interventi siano compatibili con la tutela del bene storico e artistico», osserva il responsabile dei Beni culturali della Diocesi.

È un passaggio particolarmente importante perché molti edifici di culto sono beni di interesse storico e artistico. La tutela comporta quindi che gli interventi non possano limitarsi alla riparazione strutturale, ma debbano tenere conto delle caratteristiche architettoniche, delle decorazioni e delle opere presenti all’interno.

«L’obiettivo non è soltanto mettere in sicurezza una struttura danneggiata dal terremoto, ma conservarne l’identità storica, artistica e religiosa», sottolinea don Nevigari.

Nel Piceno sono già diversi gli esempi che consentono di comprendere concretamente come si è sviluppato questo percorso.

La riapertura della chiesa di San Giacomo Apostolo

La chiesa di San Giacomo Apostolo, nel centro storico di Ascoli, è stata riaperta nel 2024 dopo gli interventi di riparazione post-sisma. Il progetto, da 720 mila euro, ha interessato la struttura muraria, le coperture lignee e le volte, prevedendo anche la messa in sicurezza e il restauro conservativo degli affreschi e la pulitura dei portali in travertino. Soggetto attuatore è stata la Diocesi di Ascoli.

Un altro intervento significativo ha riguardato la chiesa di San Pietro Martire, restituita al culto nel giugno 2024 dopo i lavori di recupero.

Ancora ad Ascoli, la chiesa di San Vittore è stata interessata da un intervento da circa un milione di euro, con lavori sulla copertura e sulle murature e un successivo intervento sugli affreschi e sulla pavimentazione.

La cerimonia di riapertura di San Pietro Martire. Tra le autorità, il sindaco Fioravanti con l’assessore Silvestri e il commissario Castelli. Con loro, Marcello Piacenti della ditta che ha seguito la ristrutturazione

Tra gli interventi più recenti c’è invece quello sulla chiesa del Santissimo Crocifisso di Quintodecimo, frazione di Acquasanta Terme, edificio le cui origini risalgono all’XI secolo. Il progetto prevede lavori di riparazione e rafforzamento locale per oltre 461 mila euro, con la Diocesi di Ascoli come soggetto attuatore.

A Monsampolo del Tronto è stato approvato nei giorni scorsi il progetto esecutivo per la chiesa di Sant’Egidio, per un contributo di 478.069 euro. L’edificio, dichiarato inagibile dopo il terremoto, sarà interessato da interventi sulle murature, sulla copertura, sulle volte e sulle fondazioni, oltre al recupero delle superfici interne ed esterne. Anche in questo caso il soggetto attuatore è la Diocesi di Ascoli Piceno.

Non tutte le proprietà ecclesiastiche seguono lo stesso percorso. Una distinzione che, secondo Nevigari, è fondamentale riguarda gli immobili ecclesiastici che non sono destinati al culto: «Canoniche, case parrocchiali e altri immobili ecclesiastici non destinati al culto rientrano nella ricostruzione privata. In queste situazioni il soggetto attuatore è generalmente l’ente parrocchia o comunque la proprietà dell’immobile. Per gli edifici ecclesiastici opera una presunzione di interesse culturale (vincolo della Soprintendenza), anche quando sono stati costruiti da meno di 70 anni. Spetta eventualmente al soggetto attuatore dimostrare che il bene non possiede i requisiti per essere sottoposto a tutela.

La presenza di un vincolo storico-artistico comporta normalmente la possibilità di accedere a maggiori risorse economiche per il recupero, ma determina anche lavorazioni più specifiche e tempi generalmente più lunghi, poiché ogni intervento deve essere valutato e autorizzato dagli organi di tutela». 

 

IL RUOLO DELLE IMPRESE – Anche l’affidamento dei lavori segue regole specifiche. Per gli interventi su beni culturali tutelati, la normativa sugli appalti prevede qualificazioni specialistiche. Tra queste rientra la OG2, relativa al restauro e alla manutenzione di immobili sottoposti a tutela; quando sono interessate superfici decorate e beni artistici, possono essere necessarie anche lavorazioni riconducibili alla OS2-A.

«Non tutte le imprese possono operare su edifici di questo tipo – precisa don Nevigari – Le ditte incaricate devono possedere le qualificazioni richieste dalla normativa e, quando si interviene su affreschi, dipinti murali o apparati decorativi, devono essere coinvolti restauratori di beni culturali qualificati».

Non si tratta quindi di normali lavori edilizi: quando il cantiere interessa affreschi, decorazioni, dipinti murali o altri apparati artistici, devono essere coinvolte professionalità specializzate nel restauro dei beni culturali.

Il quadro che emerge dai diversi cantieri del Piceno è dunque quello di una ricostruzione che procede su più livelli: sicurezza sismica, recupero architettonico, tutela storico-artistica e restituzione degli edifici alle comunità.

«La finalità ultima è restituire questi luoghi alle comunità, preservando allo stesso tempo un patrimonio che appartiene non solo alla Chiesa ma all’intero territorio», conclude don Elio Nevigari.

Un patrimonio che, come mostrano gli interventi già conclusi e quelli ancora in corso, comprende non soltanto le chiese dei centri maggiori, ma anche numerosi piccoli edifici di culto delle frazioni e dei comuni dell’area colpita dal terremoto.

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