
I ragazzi di Nain
Esistono storie e persone, vere, che appaiono incredibili al giorno d’oggi. Nel mondo d’oggi. Casi sempre più rari di persone che trovano sé stessi e la felicità, quella con la F maiuscola, nella vita, solo dedicando la propria interamente agli altri. Una roba da film sulla vita dei Santi. Invece è gente in carne e ossa, come noi. Ma normale no. Speciale sì. Perché dà ad altri, molto meno fortunati, quello che, in fondo, serve principalmente a loro. E di fare questo sente il bisogno. “Ama il Prossimo tuo come te stesso” come predicava quel rivoluzionario nato a Nazareth.

Qualcuno, dalle nostre parti, fra Castorano e Centobuchi, ha cuore e determinazione per continuare a dargli retta davvero. Fino in fondo. Nell’epoca meno adatta, quella contemporanea, consacrata al successo senza scrupoli e al business senza etica, in un mondo pervaso, ad ogni livello, di moderna barbarie. Senza necessità di indossare tonache e sai, senza salire sui pulpiti. Ma solo abbracciando il dolore, la sofferenza e i bisogni dell’altro. In piazza dell’Unità, a Centobuchi, per un weekend intero, persone di questa strana fatta hanno voluto farsi conoscere ad una vallata del Tronto in larghissima parte completamente ignara dell’esistenza di questa realtà.
Hanno voluto parlare dei loro progetti, del cammino comune intrapreso ormai alle spalle, e di quello, parimenti lungo e difficile, che li aspetta. Di quel “Coltivare e custodire”, adottato come tema guida della manifestazione e del relativo convegno, da quell’altro “marziano” di Nicolino Pompei, che riguarda in parte, ma trascende nello spirito, l’agronomia. Una conferenza affollatissima come sempre, la sua, tenuta sabato pomeriggio. La due giorni di Centobuchi non è stato uno work shop per addetti ai lavori, ma un incontro alla persona, una provocazione a coltivare e custodire che va ben oltre l’agricoltura o la valenza esegetica riferita alle Sacre Scritture. Ma rivolta all’uomo in quanto tale. Nella sua interezza, integrità e rapporto con la realtà.
La casa famiglia Nain
Andrea Consorti, è anche il presidente della omonima cooperativa. Ha cinquantuno anni. Un sambenedettese, come la moglie, Betty Palestini, con profonde radici piantate a Castorano. Psicologo lui, avvocato lei, già impegnati come operatori in una comunità per minori del Maceratese.
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Andrea Consorti

Lorenzo Maurizi al lavoro nell’orto sociale

Betty Palestini

La casa famiglia
Andrea ha perso il padre a dodici anni, che, da Lassù, ha continuato a vegliare su di lui conferendogli, anche, una agiatezza economica che non capita a molti. A lussi, sfarzi e spensierate frivolezze, che potrebbero benissimo permettersi, Andrea e Betty scelgono di correre incontro, invece, ai bisogni del Prossimo. Fino ad accollarsi gli oneri di una struttura di accoglienza per fragili propria, mettendo in campo tutte le loro sostanze, oltre a professionalità ed esperienze acquisite sul campo. La casa-famiglia Nain. Il riverbero sul mondo, la condivisione con gli ultimi, di quella improvvisa e cospicua fortuna ereditata.

Un interno della casa
La loro vita cambia nell’arco di un anno, Si sposano nel 2008, dopo un percorso tutto dentro Fides Vita, e si trasferiscono in quella bella casa, troppo grande per starci da soli, di Castorano. Neanche il tempo di disfare gli scatoloni del trasloco e sono già operativi, dal 2009, con i primi due piccoli ospiti. I primi di circa una quarantina, in questi diciassette anni di muta, gravosa e preziosa attività. Anche se le professioni educative a questo livello sono quelle che registrano il tasso più alto di burnout. Lo stato patologico, cioè, di esaurimento psicofisico derivato dal contesto lavorativo. Più diffuso fra gli educatori che fra i minatori. Basti dire che la maggior parte degli psicologi opta per la libera professione. Otto laureati su dieci in Scienze dell’educazione scelgono l’insegnamento. Due missionari, allora, Andrea e Betty?
«Io preferisco usare – ci dice Andrea – una parola, pericolosa, perché sposta l’asse sul piano etico-religioso, che è vocazione. Vocazione intesa come chiamata. Che non appartiene solo ai preti, ma a tutti gli uomini. Perché si ricollega al tema della due giorni di Centobuchi lanciato da Nicolino Pompei: Coltivate e custodite. Prima di pensare a qualcosa per gli altri, viene la nostra gratitudine per essere noi dentro un cammino e una esperienza di accoglienza, dove ci siamo ritrovati, rinnovati e maturati come persone. L’invito che Dio rivolge all’uomo di mettersi in gioco non è prestabilito, ineludibile, scontato. Accettare o meno quella chiamata presuppone risposte a domande più profonde: io chi sono? Cosa voglio essere nella mia vita?».
Un provvedimento del Tribunale dei minori, recepito dai servizi sociali, all’origine delle accoglienze che competono alla struttura. Ospiti, per precisa scelta di Andrea e Betty, in età scolare compresa fra Elementari e Medie, ma anche molto più piccoli, e persino, talvolta, neonati. Minori vittime di abbandoni, maltrattamenti, abusi, violenze o anche resi orfani da femminicidi.

L’incontro con i bisogni e il dolore è quotidiano.
«Io e Betty siamo votati alle lunghe permanenze dei nostri ospiti – ci illustra sempre Andrea – anche se, di norma, non dovrebbe mai superare i due anni. Questo sia perché abbiamo accolto bambini molto piccoli, sia perché alcuni venivano da situazioni che necessitavano di un riferimento più stabile a livello genitoriale».
Il servizio ha una natura diversa quando c’è una famiglia di riferimento, perché cambiano, in questo caso, gli equilibri e le modalità dell’accoglienza. Soggiorni che possono concludersi, nel più felice e auspicabile dei casi, con il rientro nel nucleo famigliare di origine, esaurendo una fase di transizione. Ma questo accade molto raramente.

«Troppo spesso – ci spiega Andrea – i due canali di recupero, che vedono noi lavorare sul minore e i servizi sociali sull’adulto, non hanno successo. I grandi difficilmente ce la fanno. Per situazioni oggettivamente gravi, o più spesso, perché non concepiscono il fatto di essere loro stessi, o i loro atteggiamenti sbagliati, la causa del problema. Mentre i bambini tendono, al contrario, ad auto colpevolizzarsi, a sentirsi loro quelli “sbagliati”. Osserviamo nel loro comportamento, nell’agito, una tensione inconscia espressa con una azione impulsiva, piuttosto che con le parole. Espressione di un sintomo del problema vero, che, invece, è a monte. Casi di mutismi selettivi o sviluppi ossessivo compulsivi possono necessitare a volte anche di terapie farmacologiche, ma noi non “aggiustiamo” i bambini. Ci sforziamo, invece, di cercare di intercettare il loro linguaggio, il perché del loro rifiuto a comunicare, dietro al quale si nascondono quasi sempre problematiche famigliari. Traumi, violenze, separazioni conflittuali, o anche genitori troppo, o troppo poco, presenti, ben inteso in senso non solo fisico, al loro fianco».

È, questo, un altro aspetto ricorrente nella nostra sgangherata epoca contemporanea. Il servizio di doposcuola, anch’esso offerto dalla cooperativa sociale Nain, ne è rivelatore, e aiuto per i genitori, ad intercettare segnali che sono, in realtà, domande, e aspettative.
Nella scuola moderna, primo front office della società, oggi si tende troppo presto ad etichettare quasi tutti i bambini come ADHD. Acronimo anglosassone di Attention Deficit Hyperactivity Disorder (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). Un prefisso dis (proprio di dislessia, disgrafia, dislalìa, discalculìa, disprassìa, eccetera) che sottende a qualcosa che non funziona.
«Nicolino Pompei sostiene che siamo avvezzi a voler avere un’anima securitaria – argomenta Andrea Consorti – con esigenza di appoggi, e senza avere mai quell’anima marina, quella che ti porta a sfidare le insidie, ma anche a provare le gratificanti emozioni, del mare aperto. Ad interrogarti su come poter fare di più e di meglio. Educatori, insegnanti, papà, mamme. zii e nonni. Una volta applicata l’etichetta, si possono prendere invece, tutti quanti, le distanze dal problema, e procedere con l’applicazione dei vari protocolli previsti. Ma noi non siamo artigiani riparatori di macchine, noi siamo educatori di esseri umani».

E mentre nelle scuole proliferano le sigle (Dsa, “Disturbo specifici dell’apprendimento o Bes, “Bisogno educativo specifico”) può sfuggire che alcuni di questi disturbi siano codificati anche come indicatori di possibili abusi.
«Per me il successo più grande dei percorsi di doposcuola – prosegue Andrea Consorti – non è tanto quello di aver portato i 4 a 7 in pagella, quanto di aver restituito sorrisi a quei musi, prima, sempre lunghi. Serenità a chi stava sempre arrabbiato senza un apparente e valido motivo. Capacità e piacere di dialogo a chi se ne stava prima in casa sempre in silenzio per i fatti suoi. È importante mettere in campo, tutti quanti, per i nostri bambini, la nostra matrice educativa prima che quella didattica».
Un orientamento generale che è peculiarità caratterizzante di tutti i servizi di Nain fin dal primo approccio. «Metto in campo qualcosa che vale per me, che serve a me – spiega sempre Andrea – non dispensiamo contenuti, ricette miracolose, strategie educative, o psicologiche, vincenti. Propongo quello che vale per me, anche se mi costa fatica, mi sconquassa anche, a volte, sul piano fisico e mentale. Essere considerati dei santi martiri, beatificati dall’abnegazione quotidiana è fuorviante. Tanto sforzo deve valere la pena per me. Anche la persona più generosa del mondo, quale io non sono, non reggerebbe, mollerebbe, in mancanza di una forte motivazione interiore».

Lorenzo Maurizi
L’orto di Lorenzo
È la stessa spinta dal profondo di sé stessi che ritroviamo in Lorenzo. Studente universitario in Scienze dell’Educazione, telematico perché senza frequentare, di pari passo, ha più tempo da dedicare agli altri. Trent’anni tondi il prossimo gennaio passati fra la sua Centobuchi e San Benedetto. Lorenzo Maurizi ha studiato al Liceo Scientifico per sfida contro chi gli diceva che era negato per la matematica.
Proviene da una famiglia molto cristiana, ma messe e sacramenti lo stancano, lo deludono, forse, anche, negli anni inquieti che vive ogni adolescente. Irrequietezza, attacchi di rabbia ricorrenti, insofferenza, l’evasione, in tutti i modi, a tutti i costi, da una realtà che pesa, che arriva ad infondergli persino istinti autodistruttivi. La via d’uscita la legge sui volti sorridenti di amici che stanno crescendo dentro Fides Vita.

«Come fanno questi qua – racconta – della mia età, o poco più, ad avere un approccio tanto diverso alle cose di questa vita che io non sopporto più? I sorrisi sono quelli di Nicolino, Andrea, Federica, Domenico, per primi. Con la stessa curiosità che fu di Zaccheo mi sono avvicinato alla casa protetta Nain. Senza alcuna esperienza, o attitudini particolari, con i bambini».
Il mondo nuovo che gli si apre lo affascina invece. Ci passa quattro anni come educatore e collaboratore, con passione crescente a tenere per mano bambini piccoli e piccolissimi alle prese con i loro più disparati bisogni.
«Ma, in fondo, sono stati loro a mettermi davanti al mio bisogno. Alleati, compagni di cammino ai quali dai quello che, in realtà serve a te. Facili all’abbraccio, al perdono come nessuno, e alla più innocente tenerezza».

Con e grazie a Lorenzo, la cooperativa Nain si apre anche al mondo adulto. È lui a curare, infatti, il progetto premiato da un bando regionale di innovazione sociale dal nome incoraggiante. Rinascita. Che in realtà è un acronimo che svela altri orizzonti. Realtà Inclusiva per la Natura, l’Agricoltura Sociale per la Comunità, l’Inclusione, il Territorio, l’Autonomia.

Destinato ai ragazzi più grandi, maggiorenni o alla maggiore età prossimi, fuori dal mondo della scuola e anche da quello del lavoro, che nella casa-famiglia non avrebbero potuto essere accolti. Senza arte né parte o incapaci di sostenere ritmi, logiche e ingranaggi di un lavoro qualsiasi. Ragazzi che stanno vivendo difficoltà, fragilità. Chi è inserito nel circuito penale con misure alternative alla pena, chi viene dalla tossicodipendenza, chi ha disturbi psichici, chi altre sindromi. Ma tutti a fargli la stessa domanda: «Posso stare con te a fare quello che fai tu?…».
Nasce per dar loro la risposta che si aspettano, questo progetto comune di agricoltura sociale. Il terzo servizio della cooperativa, dopo la casa-famiglia di Castorano, il centro studio di Colli del Tronto, ora l’orto sociale a Centobuchi. Località Fosso dei Galli. Le terre di nonno Gino, al secolo Luigi Rosati, il nonno di Lorenzo, molto conosciuto e ben voluto nella vallata per la sua abilità di acconciare le salate di carne di maiale. È mancato pochi anni fa, e Lorenzo era sempre stato il suo primo entusiasta collaborante alle coltivazioni, nelle ore libere dagli impegni nella casa-famiglia. Un lavoro che ama, quello del contadino. Lo scorso anno, quando se ne è andata anche la nonna, Laurina Romandini, Lorenzo, con il suo amico Giorgio Piergallini, ha messo su una piccola azienda agricola. Verdura di stagione, allevamento di animali da bassa corte, uova fresche. Poi aprono anche una macelleria nel centro di San Benedetto dove uno dei ragazzi sta svolgendo un percorso di inserimento.

«Il simbolismo che c’è nel coltivare la terra, così come la nostra vita, è grandissimo – spiega Lorenzo Maurizi – e ti aiuta. In Natura tu non fai crescere niente, permetti solo che accada. La meraviglia del seme che germoglia, la radice che succhia il nutrimento dalla terra e permette allo stelo di crescere e sviluppare la foglia, e poi il fiore da cui nascerà il frutto, non la compi tu. Tu permetti solo che il tutto accada. Coltivando. Riparando la pianta dalle intemperie, irrigandola, aiutandola a crescere bene mettendole sostegni di legno vicino e legandola a quell’appoggio sicuro. La domanda – prosegue sempre Lorenzo – che faccio sempre ai ragazzi è: quel legame è una catena di prigionia, o un vincolo che ti salva? La piantina di pomodoro senza quel legaccio al sostegno andrebbe giù e non potrebbe crescere rigogliosa. E così è la nostra vita. L’amicizia che ho incontrato con questi ragazzi è il vincolo salvifico che ci accompagna tutti, passo passo, dentro la vita».
Oggi il progetto conta quattro tirocinanti attivi come tirocini di inserimento sociale, in collaborazione con l’Umea, Unità Multidisciplinare Età Adulta, il Dipartimento di salute mentale e i servizi sociali del territorio. Grazie al bando vinto si è potuto assumere anche alcuni ragazzi e mettere mano alla realizzazione di un piccolo laboratorio di trasformazione dei prodotti agricoli, a Stella di Monsampolo. Tanti buoni motivi, dunque, per fare una bella festa, domenica 20 settembre, sotto il grande tendone allestito dai ragazzi della cooperativa Nain in piazza dell’Unità a Centobuchi.

Gli chef Sigismondo Gaetani e Morgan Nepa hanno cucinato e valorizzato i frutti dell’orto sociale, innaffiati dai vini biologici di Roberto Capecci. Sono venute, per l’occasione, anche persone importanti. Come l’assessore regionale al Bilancio Francesca Pantaloni, il sindaco di Monteprandone, Sergio Loggi, con il suo assessore al Bilancio, Maurizio Maurizi. A incontrare, a dimostrare vicinanza a una realtà che esiste, che è viva. Sulla strada, luogo che diventa gesto anch’esso.
Fra la gente, come nello stile di Fides Vita. Nain. Che ha organizzato in poche settimane questo convegno a cui teneva troppo, con il prezioso contributo economico di chi certo non smania, perché la cosa, poi, si risappia in giro. Nain. Angolo di Galilea dove pianse persino il grande rivoluzionario nato a Nazareth, di fronte allo straziante dolore della vedova a cui era morto anche il figlio. Lacrime di pietà e compassione le sue. Sentimenti, oggi smarriti, uccisi dall’imperante indifferenza anche di fronte ai crimini più atroci, allo sterminio di popoli interi. Nain. Dove, qui, invece, si ostina a sopravvivere, per usare le parole di Nicolino Pompei «l’incontenibile e sconfinata passione per la vita di ogni uomo…».















