
di Adriano Cespi
E’ il giorno dei conti, delle previsioni, delle ipotesi. Ma, soprattutto, delle riflessioni. Il voto di domenica ha dato il suo responso. Chiaro, evidente, al di là dei vari malumori, proteste, recriminazioni lanciati a voce o via social. Ascoli è una città di centrodestra con forti connotazioni sovraniste: Lega e Fratelli d’Italia alle Europee si sono attestate, in città, rispettivamente al 36,4% (8,7% alle Comunali) e al 7,2% dei voti (6,5% alle Comunali). Andando ben oltre il dato nazionale che pone i due partiti, sempre alle Europee, al 34,3% e al 6,4%. Gli ascolani hanno scelto che a guidare la città per i prossimi 5 anni debbano essere Fioravanti o Celani, i due candidati sindaci del centrodestra. Nonostante molti esponenti politici, anche dello stesso schieramento, prima del voto, nei vari confronti pubblici e conferenze stampa, avessero parlato di città spopolata (il capoluogo Piceno è sotto la soglia dei 49mila abitanti), di disoccupazione record (siamo al 14,5% rispetto ad una media regionale del 7,7%), di nuove povertà in aumento (834 ascolani nel 2018 hanno dovuto far ricorso all’emporio Caritas in cerca di beni di prima necessità), di emigrazione verso l’estero preoccupante (in 536 negli ultimi 5 anni sono dovuti andare oltre confine in cerca di un lavoro). Insomma, una denuncia forte sulle criticità lasciate da chi aveva amministrato la città. E, invece, nel segreto dell’urna gli ascolani, col loro voto, hanno premiato proprio chi in questi 20 anni ha governato il capoluogo Piceno: e cioè il centrodestra a guida Piero Celani, prima, e Guido Castelli, poi. Al punto che lo stesso Celani, col 21,4%, è stato catapultato al voto di ballottaggio, e lo stesso Marco Fioravanti, presidente del Consiglio comunale e appoggiato da Castelli, è stato mandato al secondo turno col 37,3%.
ANALISI DEL VOTO A FIORAVANTI E PROSPETTIVE
Ma per una città che sceglie, ci sono dei dati da esaminare. Dei numeri da analizzare. E sono quelli dei due candidati sindaci vincenti: l’esponente del Fronte civico e Moderato, Celani, e quello di Fratelli d’Italia, Lega e liste civiche Fioravanti. Partiamo dal secondo, il cui risultato apre molti interrogativi. Il giovane candidato voluto da Giorgia Meloni al tavolo nazionale, porta con sé, al voto del 9 giugno, 10.847 voti (37,3%). Tanti? Pochi? Dipende dalla lettura che ognuno vuole dargli. Un dato però emerge chiaro, evidente: il 37,3% non è certo il 43,6%, ovvero la somma dei voti ottenuti lo stesso giorno, nella stessa segretezza dell’urna, alle Europee dai due partiti (Lega e Fratelli d’Italia) che appoggiano la candidatura di Fioravanti. Cosa è successo? Dov’è finito il 6,3% dei voti? Da qualche altro candidato? Non sono stati impressi sulla scheda lasciandola, così, bianca? E perché? Gli ideologi di Fioravanti una riflessione, su questo, dovranno farsela. Non dimentichiamo, infatti, che intorno alla sua candidatura ci furono molti mal di pancia, in casa Lega e, soprattutto, in Forza Italia, che, addirittura, non presentò la lista optando per l’appoggio esterno a Celani. Ma non solo. Visto che, all’orizzonte, alleanze forti non se ne vedono: il M5S difficilmente darà indicazione di voto a favore di un candidato espressione diretta di questi ultimi 10 anni di amministrazione comunale (a giorni ci dovrebbe essere un’assemblea in proposito), così come il Centrosinistra e la lista Ascolto e Partecipazione, Fioravanti dovrà iniziare a pensare, soprattutto, a mantenere i voti totalizzati. Appare evidente, infatti, che l’elettorato ascolano più di quanto espresso domenica non potrà fare. E non si vede dove il candidato di Fdi possa andare a pescare nuovi consensi, forse solo da Casapound, sempre che il partito di estrema destra decida di appoggiarlo, oppure dalla lista Fuori da Tunnel. Logico quindi giocare di rimessa a difesa delle posizioni raggiunte. Ma anche in questo caso ci vorrà una forte opera di convincimento sua e degli alleati per riportare alle urne il suo elettorato, in particolare quello leghista, peraltro il più consistente e spinto domenica alle elezioni da una forte carica motivazionale: il voto Europeo. Reggerà tra quindici giorni questa carica motivazionale?
ANALISI DEL VOTO A CELANI E PROSPETTIVE
Esaminato il voto pro Fioravanti, passiamo adesso a quello pro Celani. Il consigliere regionale di Forza Italia porta con sé al ballottaggio 6219 voti (21,4%). E, siccome il suo partito di riferimento alle Europee ha totalizzato l’8,1%, il candidato del Fronte civico e moderato, per vincere, dovrà continuare a rastrellare voti fuori dal suo elettorato di riferimento, quel civismo moderato ascolano che, domenica, è andato in massa a votarlo. E’ da lì, infatti, che arrivano i suoi consensi. Da quella gente stanca dei partiti e, delusa, magari, da una candidatura percepita come espressione della Destra cittadina, appunto quella di Fioravanti, che ha visto in Celani il suo interlocutore politico. Una percentuale bassa, però, quella di Celani, 16 punti sotto quella del suo avversario non sono certo pochi. E un gap da azzerare. Ma come? In un solo modo: convincere l’elettorato di centrosinistra a votarlo. Anche perché, così come per Fioravanti, anche per Celani non ci sarebbe la disponibilità al voto da parte del M5S, di Ascolto e Partecipazione e, naturalmente, anche di Casapound. Resterebbero solo i ragazzi di Fuori dal Tunnel col loro 1,5%. E allora, la domanda sorge spontanea: come potrà Celani convincere Pd e alleati di centrosinistra a votare per lui? Spetterà all’arte diplomatica dei suoi uomini migliori convincere queste forze politiche. Una cosa, comunque, è certa: al ballottaggio si riparte da capo. Al secondo turno ricomincia un’elezione tutta nuova dove contano sì i partiti, gli schieramenti, le coalizioni, ma soprattutto conta la persona. Quella che alla città sembrerà la più convincente, la più preparata per la risoluzione dei problemi cittadini, in primis quelli occupazionali, la spunterà.
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