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Dal 1972-1973 al 1977-1978

VENTIQUATTRESIMA puntata della rubrica di Cronache Picene "Ascoli e Sambenedettese, un secolo di rivalità". Storie di sport, ma non solo
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Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto. Oltre alla rivalità sportiva, talvolta becera, c’è di più. Ci sono realtà figlie di passati gloriosi, che ai due centri hanno conferito prestigio. Ci sono state persone, popoli, storie e culture diverse, di pari dignità, separate solo da una manciata di chilometri, da conoscere, raccontare e tramandare. Accomunate, tutte, da un “eroismo” straordinario, che nessun astio, fazioso e municipalistico, può e deve cancellare. Di cui andare, tutti insieme, indistintamente, orgogliosi. L’amore cieco e sordo per il proprio campanile, il fanatismo che, in ogni campo, tutto avvelena, rischiano di farci ignorare, sia sotto il Torrione che in Piazza del Popolo, il meglio che, su entrambe le sponde, nei più diversi campi, con valore, sacrificio e abnegazione, durante lo scorrere degli ultimi secoli le nostre genti sono riuscite a costruire. A puntate, su Cronache Picene, racconteremo senza presunzione la Storia dei due centri. Sportiva e non. Scritta dai grandi personaggi del passato, soprattutto quelli meno celebri, da tramandare ai più giovani, e ai posteri, spesso ignari. Attraverso le glorie e le infamie, i fasti e le tragedie. Le pagine più esaltanti e i giorni più neri. Senza partigianerie e autoincensamenti di sorta. Senza sconti, che la Storia non può concedere a nessuno. Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto. Non più cugine invidiose e malevoli. Ma sorelle unite. E regine, entrambe, del Piceno e delle Marche. Non solo sui campi di calcio.

 

Carlo Mazzone

PUNTATA n. 24

 

Nella sua prima stagione in serie B l’Ascoli, da matricola nel torneo, si vede sfuggire la promozione in serie A per un solo punto, chiudendo al quarto posto in classifica dietro Genoa Cesena e Foggia. E dire che la stagione era iniziata malissimo, con una sconfitta interna (0-1) nella giornata di esordio. Il 17 settembre 1972, contro il Varese. Mazzone manda in campo Buffon, Vezzoso, Schicchi, Pagani, Castoldi, Minigutti, Colombini, Colautti, Bertarelli, Gola, Campanini. Maroso risponde schierando Fabris, Andena, Valmassoi, Borghi, Gentile, Bonafè, La Rosa, Mascheroni, Libera, Bonatti, Prato. Al quarto d’ora della ripresa decide un gol di Prato. Quarto posto quell’anno anche per la Samb, che centra anche lei l’anno successivo la promozione.

Mister Marino Bergamasco sulla panchina della Samb

Sotto la guida di Marino Bergamasco infatti stravince il campionato e torna trionfalmente in serie B dopo undici anni, al termine della stagione 73/74. E’ la Samb di Francesco Chimenti, il bomber, anche se la per la fascia di
capitano gli verrà lungamente preferito Anzuini. Con 264 presenze e 92 reti messe a segno fra il 1972 e il 1980, ha lasciato una impronta profonda. «Fu lui a farci fare il grande salto di qualità – dirà Paolo Beni – per le sue doti
tecniche, e per l’attaccamento ai colori, è stato il miglior giocatore della Samb di sempre. La storia della Sambenedettese l’ha scritta lui…».

Francesco Chimenti. In effetti è il giocatore più temuto e odiato dalle tifoserie avversarie, proprio per la sua pericolosità e per il suo straordinario attaccamento alla maglia rossoblù. Anche a lui, ai suoi ricordi, alla sua testimonianza, avremmo voluto, con piacere, dare molto più spazio in questa occasione. Con Ripa e Basilico costituisce forse il tridente di attacco più amato di sempre dalla tifoseria, in una formazione che schiera anche Valà, Castronaro e Simonato.

Una formazione della Samb

E’ una delle Samb più belle e più forti di tutti i tempi. Una grande impresa la sua, parzialmente oscurata dal miracolo dell’Ascoli, che in quella stessa estate del 1974, davvero irripetibile per la provincia calcistica picena, centra la sua prima, storica, promozione in serie A. Con una giornata di anticipo sulla fine del torneo, il 9 giugno 1974, è un pareggio interno (1-1) contro il Parma a fare incasellare in classifica il punto decisivo. Il gol che vale la serie A, al quarto d’ora della ripresa, è di Mario Morello. Il pareggio parmense di Volpi, a dieci minuti dalla fine, non rovina la festa.

La grande “A” sul ponte di Santa Chiara

Costantino Rozzi e Carlo Mazzone portano per la prima volta le Marche in serie A. Ascoli impazzisce di gioia per un traguardo che si poteva soltanto sognare appena quattro anni prima. Una provinciale in serie A. Un paesotto, o poco più, di cinquantamila abitanti, a competere nell’elite dei grandi squadroni blasonati metropolitani. E’ il Miracolo Ascoli. Una città dentro lo stadio titola uno dei quotidiani nazionali, sportivi e non, che si concentrano sul fenomeno. La squadra di calcio che riscatta con i suoi successi un territorio, e tutta una popolazione anonima della provincia più periferica. Si scomodano sociologi e antropologi per studiare il fenomeno. Il senso di appartenenza, l’orgoglio campanilistico, lo spirito di rivincita, anche sociale, oltre che sportiva, si risvegliano e si rinsaldano, cementandosi intorno alla squadra e ai suoi due profeti.

I protagonisti della promozione in Serie A salutano il pubblico del “Del Duca”

Costantino Rozzi e Carlo Mazzone. Due divinità praticamente, che qui saranno venerati, ricordati e amati per sempre. Facile anche per tutti gli osservatori esterni vedere lo storico exploit bianconero come una meteora
passeggera, una fiammata isolata, e prevedere per la squadra di questo giovane allenatore emergente, romano e romanista, Carlo Mazzone, un rapido ritorno in serie B. Ma il Miracolo Ascoli in serie A durerà, in più riprese, per altre quindici stagioni nelle successive ventuno, anche se nessuno, in quel momento, può nemmeno immaginarlo. Ci crede solo Costantino Rozzi, il presidentissimo.

Rozzi e Mazzone, accoppiata vincente

Una leggenda. L’ascolano più amato dagli ascolani. E non solo. Che amplierà in cento giorni lo stadio, lavorando con gli operai della sua ditta giorno e notte, portandolo da 15.000 a 35.000 posti in quella estate del 1974. E che costruirà, in pochissimi anni, anche il ponte che lo collegherà meglio alla città, lungo il viale che oggi porta il suo nome.

Ha portato la squadra della sua città dalla serie C fino in serie A nel breve volgere di quattro stagioni. Potrebbe essere contento. Invece rilancia. Chi lo ascolta dichiarare che lui l’Ascoli la manterrà in serie A per i suoi figli, e per i figli dei suoi figli, sorride di fronte alla sua compassionevole illusione. Invece ci andrà molto vicino. In quegli anni le roccaforti del tifo cittadino sono soprattutto i bar. Il Marconi, con i mitici personaggi Caciola e Falecò indiscussi capi tifoseria, il Perugia, il Cimanforca, il Delfino, il Brugni a Castagneti, l’Esso a Monticelli, tutti molto attivi, fra i tantissimi altri, nella organizzazione delle trasferte. Le iniziative più celebri sono del club Santa Chiara. Anche le fabbriche e i luoghi di lavoro si mobilitano, come la C.E.A.T., la S.I.C.E., i Post-Telegrafonici e la Fratelli Olivieri fra i primi. A Maltignano, Force e Montegallo si costituiscono i primi club dell’interno che vedranno più che decuplicare il loro numero nell’arco di quei primi anni degli anni Settanta, sull’onda dell’entusiasmo crescente intorno alle imprese sportive dell’Ascoli.

Lo stadio “Del Duca” dopo l’ampiamento del 1974

Ma, tornando a quell’estate del 1974, con la contemporanea promozione di entrambe le maggiori squadre picene, la grande festa è per tutti. “Siamo Anche noi Molto Bravi” titola infatti brillantemente un giornale locale. La Samb di Marino Bergamasco e del presidente Nicola D’Isidori compie, come detto, l’impresa del ritorno in serie B per la seconda volta nella sua storia, stavolta infliggendo un distacco abissale alla seconda, il Rimini. Durerà sei stagioni, tutte trascorse in tranquilli centro classifica, il secondo ciclo nella serie cadetta per la Samb, fino alla retrocessione maturata al termine della stagione 79/80. Negli anni daranno il loro determinante contributo nella società rossoblù anche personaggi come Arduino Caioni, Giuseppe Valeri e Alberto Ciabattoni.

Ascoli 75-76 in Serie A

L’Ascoli fa invece il suo esordio nella massima divisione allo stadio “San Paolo” il 6 ottobre 1974, contro il Napoli di Luis Vinicio. “O’ Lion” manda in campo Carmignani, Bruscolotti, Pogliana, Burgnich, La Palma, Orlandini, Rampanti, Juliano, Clerici, Esposito Braglia. Carlo Mazzone, alla prima delle sue 795 panchine record di serie A, che riuscirà a totalizzare in tutta la luminosa carriera di allenatore che lo aspetta, schiera il seguente undici: Grassi, Perico, Scorsa, Colautti, Castoldi, Minigutti, Morello (poi Macciò), Vivani, Zandoli, Salvori, Campanini. Arbitra Barbaresco di Cormons. Il capitano e bomber Renato Campanini firma il suo ritorno nella massima serie, dove aveva esordito giovanissimo con la Spal diciassette anni prima, segnando il gol della bandiera nel finale.

Festeggiamenti per la promozione in A del ’74

Ma l’esordio ascolano finisce male (1-3) con la tripletta partenopea di Giorgio Braglia. In serie A i bianconeri riescono a confermarsi comunque per due stagioni. La retrocessione, patita alla fine della stagione 75/76, ricompone la coppia delle due squadre picene in serie B per due anni. In quei quattro derby la Samb riuscirà a rimediare solo due punti, frutto di due pareggi al “Ballarin”. Il campionato 1977/78 passerà agli annali per la lunghissima serie di record stabiliti dall’Ascoli, molti dei quali dureranno per decenni. Quella formazione, guidata da Mimmo Renna in quella fantastica stagione, sarà ricordata per sempre come l’Ascoli dei Record.

 

 

La prima rosa dell’Ascoli in Serie A

 

(continua)




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