Ezio Granchelli, co-fondatore e amministratore delegato di Stone S.p.A., è stato ospite qualche settimana fa di Money Vibez Stories, il vodcast di QN — Quotidiano Nazionale dedicato alle storie d’impresa. La sua azienda, con sede a Monteprandone, si occupa di sicurezza sul lavoro, formazione e igiene degli alimenti, ed è oggi parte del gruppo Mooders S.r.l. Lo abbiamo sentito per Cronache Picene, ripartendo da alcuni dei temi toccati in quella puntata e da una notizia più recente: l’acquisizione di Ecoservizi Group.

 

Partiamo proprio da lì. Stone ha acquisito Ecoservizi Group. Cosa cambia per l’azienda?

«Cresce il gruppo, e cresce quello che riusciamo a offrire alle imprese che seguiamo. Quando entra una realtà come Ecoservizi Group, per noi conta soprattutto la competenza in più che portiamo ai clienti, più che la dimensione in sé. L’obiettivo di fondo non è cambiato da quindici anni. Cambiano le persone e gli strumenti con cui riusciamo a portarlo avanti».

 

Torniamo alle origini. Stone nasce nel 2009, in piena crisi dei subprime. Non proprio il momento migliore per mettersi in proprio.

«No, infatti. Avevo 28 anni, lavoravo già come consulente per una realtà importante del settore, e mia figlia sarebbe nata di lì a poco — anche se ancora non lo sapevo. Con alcuni soci, chi arrivava dal lato tecnico e chi da quello commerciale, abbiamo deciso comunque di lasciare posizioni sicure, mentre tutti intorno dicevano di stare fermi. Raccontata oggi sembra una scelta coraggiosa. In quel momento era solo la strada che ci sembrava avere senso, punto».

 

Nell’intervista a Money Vibez Stories lei ha detto che la vera minaccia per la sicurezza non è un macchinario difettoso o una procedura mancante, ma qualcos’altro. Cosa intendeva?

 

«Che il pericolo più grande, spesso, non ha niente a che fare con le macchine o gli impianti. Ce l’hai in testa. Un’azienda va avanti dieci anni senza un incidente, e quel silenzio, invece di far accendere qualche spia, diventa la prova che va tutto bene così com’è. “Fin qui non è successo niente” — ecco, quella frase lì è il nemico numero uno. Confonde il non essere ancora successo niente con l’essere davvero al sicuro. La formazione, quando funziona per davvero, dovrebbe entrare proprio lì dentro e rompere quel ragionamento. Non serve accumulare ore da mettere su un attestato. Serve che una persona si comporti in modo sicuro anche quando nessuno la guarda, e anche dopo dieci anni tranquilli».

 

Aveva anche detto che, per un imprenditore, il traguardo non arriva mai davvero. Vale ancora, dopo un’operazione come quella con Ecoservizi Group?

«Sì, forse ancora di più adesso. Ogni capitolo che chiudi ne apre subito un altro, quasi sempre più impegnativo di quello prima. Con gli anni ho smesso di viverla come una condanna, è solo com’è fatto chi fa impresa sul serio. Se un giorno mi svegliassi senza un obiettivo più grande davanti, probabilmente vorrebbe dire che ho smesso di servire a qualcosa».

 

Nell’intervista con Money Vibez parlava anche dello scarto tra sicurezza “sulla carta” e sicurezza reale. Perché in Italia è così ampio?

«Perché il 95% delle aziende italiane ha meno di dieci dipendenti. Non è un dettaglio statistico, è praticamente tutto il tessuto produttivo del paese. E dietro quel numero c’è un titolare che fa il commerciale, il tecnico e l’operaio nella stessa mattinata, che deve incassare oggi e risolvere il problema di oggi. In un contesto così la sicurezza diventa facilmente un documento che si firma per togliersi il pensiero. E infatti la maggior parte delle aziende è a norma sulla carta, ma quello che c’è scritto nel DVR e quello che succede davvero in reparto sono spesso due mondi diversi. Gli infortuni nascono proprio in quello scarto».

 

Aveva parlato apertamente, sempre nell’intervista nazionale, di un problema che in pochi ammettono: la formazione falsificata.

«È un problema reale, e diffuso, e non serve girarci intorno. Un corso che dovrebbe durare otto ore a volte dura la metà, a volte non si tiene proprio come dovrebbe. L’ispettorato del lavoro o le Asl non hanno gli strumenti per controllarlo, a meno che non ci sia già un’indagine della magistratura in corso. Ma il problema vero è un altro, e si lega a quello che dicevo prima. Anche quando la formazione si fa sul serio, spesso non basta comunque, perché sapere una regola e applicarla nella pratica sono due cose diverse. Prendo un caso estremo, un’estrema ratio, giusto per far capire bene il punto: durante il terremoto dell’Aquila, persone che conoscevano a memoria le procedure di evacuazione, nel momento del bisogno, hanno fatto esattamente il contrario di quello che sapevano. Tra quello che sappiamo e quello che facciamo, in mezzo, ci sono le emozioni e le convinzioni. Sono quelle a governare davvero le nostre azioni, soprattutto quando agiamo d’istinto o per abitudine — e questo vale ogni giorno, non solo durante un terremoto. Una formazione efficace deve lavorare proprio lì, su emozioni e convinzioni, non limitarsi a trasmettere informazioni. Altrimenti resta teoria, e la teoria si sgretola nel momento in cui serve davvero».

 

Lei vive a San Benedetto del Tronto, Stone ha sede a Monteprandone. Con un gruppo che ormai lavora su tutta Italia, quanto pesa ancora il legame con questa zona?

«Pesa parecchio. Mi sono trasferito a San Benedetto da ragazzo e questa è rimasta casa mia. C’è un modo di lavorare, da queste parti, fatto di poche parole e di cose concrete, e credo si senta ancora in come affrontiamo i clienti — meno promesse, più roba fatta davvero. Restare qui, mentre il gruppo cresce su scala nazionale anche con operazioni come quella con Ecoservizi Group, non è un vincolo. È una scelta».

 

Cosa risponde a chi dice che la sicurezza sul lavoro, in fondo, è solo un costo?

«Ha ragione a metà. È vero, è un obbligo, e in parte anche un costo — su questo non ci giro intorno. Ma fermarsi lì è un errore. Un’azienda che lavora davvero in sicurezza, non solo sulla carta, quasi sempre è anche un’azienda più ordinata, con processi migliori e persone più attente. Non lo dico per venderla bene: lo vediamo ogni giorno con le imprese che seguiamo. E non è convincendo qualcuno con un discorso sul ritorno dell’investimento che cambi le cose. È facendogli fare un primo passo piccolo, concreto, e lasciando che sia lui a vedersi il risultato con i suoi occhi».

 

Un errore che ha fatto lei, da manager, in questi anni?

«Il passaggio da tecnico a manager, per me, è stato il più duro. C’è stato un periodo in cui gestivo troppo da vicino l’ufficio tecnico, e senza rendermene conto avevo irrigidito i rapporti col commerciale. Un errore di visione, e sono stati i miei soci a farmelo notare — ci ho messo un po’ a digerirlo, ma ne ho imparato molto. Un buon manager non è chi lavora di più. È chi riesce a far lavorare bene gli altri, anche quando quello che porta a casa un collaboratore è l’80% di quello che avresti voluto tu. Meglio comunque del 100% fatto da solo».

 

Dove vede Stone tra dieci anni, anche alla luce di operazioni come quella con Ecoservizi Group?

«Non voglio una società che si limita a dire a un imprenditore cosa deve cambiare, e poi lo lascia solo davanti al conto. Vorrei che Stone diventasse una delle prime realtà in Italia capaci di stare accanto alle imprese anche sul piano economico, aiutandole a trovare le risorse per fare sicurezza per davvero, non solo per essere in regola sulla carta. Crescere come gruppo, anche con nuove acquisizioni come quella con Ecoservizi Group, serve proprio a questo: avere più strumenti in mano per mantenere quella promessa».

 

 

Stone S.p.A., società Benefit con sede a Monteprandone (AP), è specializzata in consulenza sulla sicurezza sul lavoro, formazione e igiene degli alimenti. Fa parte del gruppo Mooders S.r.l. L’intervista integrale di Ezio Granchelli a Money Vibez Stories, il vodcast di QN — Quotidiano Nazionale, è disponibile online. Per approfondire i servizi e le soluzioni che Stone S.p.A. offre alle aziende, visita stone.it.

(Articolo promoredazionale)

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