
Da sinistra Francesco Acquaroli, Sante Coccia, Francesco Battistoni e Antonio Tajani
di Maria Grazia Lappa
C’è chi lascia in silenzio e chi, invece, decide di uscire sbattendo la porta. Sante Coccia, da Castorano, appartiene decisamente alla seconda categoria. L’addio a Forza Italia non è passato inosservato: prima di andarsene, ha preso carta e penna (metaforicamente, ma il tono è quello) e ha scritto direttamente al vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. E non una letterina di saluto. Più che un commiato, un j’accuse in piena regola.
«Nel partito valgono i raccomandati e chi lavora onestamente non viene considerato», scrive Coccia senza giri di parole, denunciando un sistema in cui – a suo dire – chi lavora non viene premiato. Nel mirino finisce il coordinatore regionale Francesco Battistoni, accusato di aver trasformato la provincia di Ascoli in una sorta di “deserto assembleare”: riunioni degli iscritti? Pare un miraggio. E l’ex coordinatore provinciale Valerio Pignotti? «Come se non esistesse».

Sante Coccia
Ma la vera “goccia” – perché ogni addio politico che si rispetti ha sempre una goccia che fa traboccare il vaso – sarebbe stata la nomina della dottoressa Monica Acciarri a responsabile provinciale. Una scelta che, secondo Coccia, avrebbe “spaccato il partito”. Tradotto: più che un coordinamento, un puzzle con pezzi che non combaciano.
Nel suo sfogo non manca nemmeno una punta di nostalgia: le manifestazioni organizzate per il partito, l’impegno sul territorio, le energie spese quando l’azzurro sembrava più brillante. E poi la domanda che suona come un pronostico (o forse una provocazione): «Nel 2027 Forza Italia prenderà il 4%?».
La lettera, annuncia, arriverà anche alla famiglia di Silvio Berlusconi. Un gesto che ha il sapore della tradizione: quando le sezioni non rispondono, si scrive ai piani alti.
Ironia a parte, l’uscita di scena di Coccia racconta un malessere che nelle Marche non è certo una novità. E mentre qualcuno prepara la prossima assemblea (forse), lui saluta e chiude il sipario. Sipario che, in politica, raramente resta chiuso per sempre.
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