
Il Mulino Angelini di Piedicava (nell’Acquasantano, valle del Tronto). A sinistra, l’edificio (ph borghi e sentieri della Laga) e, a destra, un palmento (ph I luoghi del silenzio)
Per il territorio, i mulini erano importanti perché il prodotto finale della lavorazione era la farina di frumento, elemento-principe dell’alimentazione umana. Erano della tipologia più semplice: il carico del prodotto da lavorare avveniva dall’alto ed erano attivi grazie alla più o meno continua disponibilità d’acqua, nella quantità sufficiente per le necessità.
I mulini (o, con termine più antico, molini) devono il nome al latino molinum, derivato dal verbo molere, triturare. Un’altra versione vuole che il nome sia legato al fatto che, in molte strutture di questo tipo, la pietra della macina venisse prevalentemente fatta girare dalla forza animale del mulo.
Un’escursione nell’entroterra o anche la semplice lettura di una carta topografica delle zone appenniniche interne permette di scoprire, sul terreno o, nel caso si legga una carta, con il toponimo, un gran numero di mulini idraulici, che sfruttavano la massa scorrente dell’acqua. Ad Ascoli Piceno, l’edificio polifunzionale di Porta Cartara sfruttava le abbondanti acque del Castellano, il principale affluente del Tronto.

Il complesso della cartiera Papale vista dalla Fortezza Pia (ph G. Vecchioni)
Prima di diventare quella che oggi conosciamo come Cartiera Papale (leggi qui l’articolo relativo), sulle rive del Castellano erano situati i mulini di proprietà delle monache benedettine di Sant’Angelo Magno: «[…] la Cartiera antica era sórta adiacente ad un antichissimo mulino ivi sorto in luogo adatto a sfruttare la corrente del fiume, come i tanti altri mulini, sorti lungo la Valle Castellana, quasi tutti di proprietà delle “reverende contesse” benedettine di S. Angelo Magno, oppure delle rigide monache “Damianite” di S. Spirito (G. Cesari, 2004)».

Il fosso di Olmeto (ph D. Cornacchia)
Fino a qualche decennio fa, nell’entroterra appenninico esisteva una rete capillare di strutture molitorie: quasi ogni paese o nucleo abitato aveva a disposizione un mulino. Erano impianti di macinazione legati al ciclo produttivo e all’economia locale, prevalentemente familiare: spesso, il macinato non usciva dalla comunità ed era rivolto all’autoconsumo. In un lavoro relativo a strutture consimili delle aree montane delle Marche settentrionali Giorgio Pedrocco scriveva (1976): «il ramo molitorio non obbediva soltanto alle leggi del mercato, della concorrenza e del profitto ma anche […] al bisogno insopprimibile dei contadini di trasformare in farina il frumento e i cereali per le elementari esigenze di vita».
Queste brevi note vogliono fare il punto sui mulini presenti nell’area di quota medio-bassa delle valli dell’entroterra vicino, con particolare riguardo alla Valle Castellana e ai fossi tributari del corso d’acqua principale, il Castellano; una delle aree dove erano in funzione diversi mulini idraulici era quella della frazione di San Vito.

Il Castellano sotto Pizzo di Sevo (ph A. Palermi)
Il Castellano è un corso d’acqua lungo circa 40 km, principale affluente di destra (orografica) del Tronto; le sorgenti sono sui Monti della Laga, al confine tra le regioni Lazio e Abruzzo, a oltre 2.100 metri di altitudine. Nel corso dei secoli, il Castellano e la sua valle hanno segnato il confine tra il Regno di Napoli (poi Regno delle Due Sicilie), a sud, e lo Stato Pontificio, a settentrione; attualmente, quello tra le regioni Marche e Abruzzo (al Castellano, Cronache Picene ha dedicato un lungo articolo qualche tempo fa, leggilo qui).
La relativa ricchezza d’acqua del Castellano e dei suoi affluenti ha fatto sì che la sua valle e gli stretti canaloni dei suoi tributari siano punteggiati da antichi mulini ad acqua, strutture che costituivano il cardine dell’economia di montagna ma dei quali oggi rimangono solo miseri resti (e i toponimi, indicativi di un’attività diffusa). Sono ormai “luoghi del silenzio”, strutture riconquistate dalla vegetazione arborea, raggiungibili grazie a sentieri naturalistici, spesso non-segnalati.

I resti del Mulino Trojani, a Olmeto (ph D. Cornacchia)
È interessante raggiungerne i resti e “visitarli”, per un’osservazione partecipata che permette di conoscere le difficoltà logistiche e operative dei loro antichi fruitori. I mulini, o meglio, quello che rimane di essi, sono la testimonianza di una rete capillare di punti di trasformazione di prodotti agricoli; questi impianti di macinazione erano infatti legati alla zona di produzione, costituendo la tappa finale del ciclo produttivo di microstrutture economiche per l’autoconsumo. In un lavoro relativo a strutture consimili delle aree montane delle Marche settentrionali, Giorgio Pedrocco scriveva (1976) che «Il ramo molitorio non obbediva soltanto alle leggi del mercato, della concorrenza e del profitto ma anche […] al bisogno insopprimibile dei contadini di trasformare in farina il frumento e i cereali per le elementari esigenze di vita».
Il mulino ad acqua (o idraulico), antichissimo elemento di architettura rurale, era conosciuto già dai Romani ma poco usato; con poche migliorie, nel periodo alto-medievale diventò, per quasi un millennio, la forma di energia più utilizzata; nel 1782 fu inventata la macchina a vapore: si poteva pensare a un suo utilizzo nell’industria molitoria ma in Italia, ancora nel 1869, su quasi 95.000 mulini, solo 700 utilizzavano il vapore come forza motrice e 38.000 erano ancora a forza animale (G. Aliberti, 1970).
I mulini ad acqua costituirono una grande innovazione perché quelli più antichi sfruttavano l’unica forma di energia conosciuta, cioè la forza muscolare umana (quella degli schiavi) e animale (asini e muli). Nel Medioevo, le ruote idrauliche permisero di svincolarsi da queste forme arcaiche di produzione, migliorando l’efficienza della struttura.

I resti del Mulino Lazzarini, sotto le case di San Vito; a destra, si intravede la ruota orizzontale (il ritrécine, ph D. Cornacchia)
I mulini idraulici erano piuttosto diffusi nell’area della Laga (in pratica, ogni paese ne aveva uno), grazie alla ricchezza di acque del territorio. A titolo di esempio, qui prendiamo in considerazione i mulini dell’area di San Vito, frazione di Valle Castellana. La profonda incisione del Fosso Il Rio separa l’area di San Vito dalla cresta sulla quale sorge Settecerri. Lungo la forra, erano ubicati il Mulino Lazzarini e il Mulino Sabatucci, entrambi dismessi e da tempo e in rovina; sono raggiungibili con una facile escursione e i loro resti permettono ancora di apprezzarne la struttura.

Cassa, macine e tramoggia di un mulino ad acqua (ph V. Battista)
In generale,
mulini erano posizionati vicino alle rive dei torrenti e dei fiumi con una buona portata d’acqua, in corrispondenza di salti d’acqua o, comunque, in presenza di un dislivello sensibile dell’alveo: lo scopo era quello di sfruttare il flusso della corrente per produrre lavoro meccanico. Uno stretto canale artificiale (la gora) indirizzava, velocizzandolo, il flusso dell’acqua sulla ruota idraulica; a volte, nelle strutture c’era un bacino di raccolta (il bottaccio) che permetteva di regolarizzare il flusso dell’acqua e far girare con velocità costante la macina, specialmente nei periodi di secca; fungeva, inoltre, da vasca di decantazione per il deposito di eventuali detriti. Nei mulini di San Vito, le vasche sono ancora rintracciabili, anche se ormai “nascoste” dai rovi.

Il ritrecine del Mulino Angelini (ph D. Cornacchia)
Grazie alla corrente d’acqua, il movimento di una ruota a cucchiai o a palette (il ritrécine) solidale a un asse di legno di quercia – legno resistente al lungo contatto con l’acqua – permetteva, con la rotazione di una pietra, unita all’asse rotante, su un’altra fissa (le macine), la triturazione dei cereali (che cadevano da una struttura a imbuto, la tramoggia), per la produzione della farina. La macina fissa aveva delle scanalature che permettevano alla farina di “uscire” per essere raccolta dal mugnaio in sacchi. Il cassone che copriva le macine era il palmento (interessante la probabile etimologia del termine, da pavimentum, pavimento). L’abilità del mugnaio stava nell’interrompere la rotazione delle macine prima che l’attrito le scaldasse, “bruciando” la farina. Un’altra sua abilità stava nella “battitura della mola”, cioè la ricostituzione, ogni semestre, delle scanalature che permettevano la triturazione e la raccolta della farina.
Dopo la molitura, il mugnaio procedeva alla separazione del cosiddetto “fiore di farina” dalla parte più grossolana (la crusca); l’operazione era, in pratica, la setacciatura del macinato per dividere meccanicamente le parti di diversa dimensione; in realtà, spesso, chi macinava per l’autoconsumo non esigeva la raffinazione del prodotto.

Uno dei fossi nell’alta valle del Castellano (ph A. Palermi)
Un’ultima considerazione. La presenza di ben due mulini nelle immediate vicinanze del borgo è la testimonianza di una interessante produzione locale di grano, legata a condizioni climatiche favorevoli e alla necessità della popolazione.
Abbiamo visto che si trattava di mulini a ruota orizzontale, quindi va abbandonata l’idea di un mulino come quello della pubblicità del Mulino Bianco, con una grossa ruota verticale, esterna); erano costituiti da piccole macine che avevano bisogno di ridotti volumi d’acqua; avevano un basso rendimento ma erano adatti a piccole produzioni familiari, come quelle locali.

Carta nuova dei Monti Gemelli, dove si leggono i toponimi dei mulini di San Vito














