C’è un cielo stellato meraviglioso a Pescara di Arquata. Come quella notte tremenda di dieci anni fa. Un cielo incredibilmente bello per uno che viene dalla città, che non è di quassù. Che di questa gente non riuscirà mai a misurare appieno l’amore per la propria terra, la forza, la tenacia, l’orgoglio. Li guida Michele Franchi, il giovane sindaco con la sua fascia tricolore, che ha raccolto l’eredità, politica e affettiva, di Aleandro Petrucci.

Tutti i nomi di chi ha persona la vita nella notte del 24 agosto 2026
Nella decima commemorazione delle vittime del terremoto del 24 agosto 2016, quello che colpisce è il silenzio assoluto che regna nel buio. Fiaccole in mano, piccole fiammelle nell’oscurità che danno conforto. Distinto solo il rumore dei passi lenti, dei bastoni sull’asfalto, che danno sostegno ai più anziani. Passi e silenzio di centinaia di arquatani in processione lungo la tortuosa, vecchia strada Salaria, dal piccolo cimitero di Pescara fino alla Pescara impressa nei loro ricordi, che non c’è più.
Il dolore più grande dicono che sia quello muto.
È vero. Su quella che una volta era la via principale del paese, l’arteria trafficatissima sulla strada per Roma, si sente ancora, come allora, lo scrosciare fragoroso dell’acqua pura dalle sorgenti del Pescara. Acqua simbolo di vita, e, da sempre, orgoglio di questi monti e di questa gente.

Il monumento alla memoria
Il vescovo Gianpiero Palmieri ha benedetto il fuoco delle torce che vorrebbero squarciare le tenebre ma riescono solo a mantenere, più vivo che mai, il ricordo di chi, quella notte di dieci anni fa, è morto sotto i crolli. Molti furono i bambini. Ricordi vivi al Parchetto della Memoria di Pescara, dove si tiene la celebrazione. I loro nomi, uno per uno, come saranno ricordati, ancora, alla fine, con un rintocco di campana per ognuno. Le foto di qualche bel sorriso che si è spento per sempre alle 3 e 36 di quella notte di dieci anni fa.
Un piccolo monumento con l’acqua, ancora, che gli scivola gorgogliando sopra. E poi gli striscioni appesi per l’occasione alla recinzione, con le poche chiare e semplici parole scritte da questa gente di poche parole lo è sempre. “Dieci anni di inutile attesa rappresentano una ferita per le Istituzioni. In un Paese che si definisce democratico non può esistere una ricostruzione senza tempi certi e senza responsabilità”. Una frustata ai rappresentanti palazzi del potere a cui si era già tentato di rispondere, come vedremo, con un apposito convegno, nel pomeriggio.
Il vescovo Palmieri nella sua omelia paragona questa decima veglia del dolore e della memoria ad una veglia pasquale. Che, come per Gesù di Nazareth, parla di morte, ma anche di resurrezione. «Pasqua – dice – come passaggio dalla vita alla morte, dal buio alla luce, dalla disperazione alla speranza».

I volti delle giovanissime vittime
Ecco, proprio la speranza, intesa come speranza di resurrezione, rigenerazione, rinascita, anche di queste terre martoriate, è stata una delle parole-chiave del convegno del pomeriggio al villaggio Sae di Pescara. Speranza, virtù teologale non intesa come ottimismo ad ogni costo, o utopica illusione, ma cristiana certezza di vittoria sul male e sulla morte. Ma che, da queste parti, dopo dieci anni di attese deluse, in molti stanno perdendo anche quella. E infatti a questo convegno di alto livello, vista l’autorevolezza dei relatori, organizzato da Diocesi, Comune e Struttura Commissariale, la grande partecipazione di pubblico non c’è.
La gente non è venuta. Per stanchezza, per sfiducia, per rassegnazione anche. Forse. Le ferite dell’anima, d’altronde, come ha sottolineato anche il vescovo, sono quelle che richiedono più cure per guarire. Memoria delle radici, solidarietà «che accarezza il cuore» e fede, la forza della spiritualità, i tre temi su cui si è incardinato il convegno pomeridiano a Pescara del Tronto. Fra quelle casette di legno del villaggio Sae che i pescaresi terremotati tengono ordinate e linde, con i vialetti di accesso verdi e curati, le rose e i fiori piantati nei giardinetti adiacenti, con amore, ad ornamento di una emergenza che diventa quasi sempre, soprattutto nel nostro Paese, da provvisoria a permanente.
Una dura realtà che cozza con le ricette degli esperti nei vari rami che si susseguono al microfono. Giovanni Xilo, esperto di change governance, strategie e processi legati allo sviluppo delle aeree interne montuose d’Italia. Il Paese più “rugoso” d’Europa. Senza periferie e con tante province. Tante anime, identità e potenziali asset da sviluppare con progetti e traiettorie endogene, che partano, cioè, dal basso. Massimi sistemi, virtuosi e condivisibili, ma dalla complicatissima messa in atto sul campo.

La celebrazione religiosa officiata dal vescovo Palmieri
Per Marco Giovagnoli, responsabile della scuola di Giurisprudenza della facoltà di Urbino, il termine restanza è ambiguo. Perché, solitamente, restano solo quelli che, per scelta o per necessità, non possono permettersi di andare altrove. Il risultato di un processo annoso di marginalizzazione delle economie deboli e poco efficienti, tipici delle zone, soprattutto, montane. Invoca, per quello che può valere ancora con i tempi che corrono, l’articolo 3 della nostra Costituzione. Quello che garantisce, con il principio di uguaglianza, medesima dignità ad ogni cittadino. Definisce sbagliati e incompatibili con ogni sviluppo del territorio l’applicazione del parametro costi/benefici e dell’equazione “pochi residenti uguale pochi servizi”.
Parametri letali in ambito scolastico e sanitario, ma drammatici anche per la conservazione sul territorio di farmacie, uffici postali, sportelli bancari e, persino, di preti. Il problema resta sempre convincere poi, di fronte a maledetti conti da far quadrare sempre e comunque quando c’è di mezzo la povera gente, privati e amministrazioni statali a fare scelte fallimentari per le proprie casse.
Don Marco Pagniello, direttore della Caritas italiana, sostiene che anche la speranza va organizzata, perché da guerre e terre colpite da catastrofi naturali va via solo chi se lo può permettere. E auspica la realizzazione nelle zone più colpite e spopolate di centri di comunità che non siano solo spazi liturgici ma di incontro e confronto fra le persone.
Il vescovo di Assisi, monsignor Felice Accrocca ha, dal canto suo, ribadito il ruolo prezioso delle popolazioni delle aree interne appenniniche come custodi del territorio che sono primo fattore per mantenerne la bellezza. «Non si può accompagnare a morire queste aree – ha chiosato – parti integranti di un Paese, e non rami d’azienda in perdita». Tutti d’accordo i presenti e, di certo, anche gli assenti, su tutte le teorie esposte in questo convegno.
Non sarà facile. Lo ha detto anche il commissario sisma Guido Castelli: «Non è sempre facile – ha ammesso – avere responsabilità di questo genere, ma, insieme agli amministratori locali, ce la stiamo mettendo, davvero, tutta. Fino al 2021 gli strumenti sono stati insufficienti. Ora dobbiamo recuperare. Molte persone sono, anche giustamente, stanche e arrabbiate. Ma, ci meritiamo speranza. Io per primo».
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