«Non è stato un errore politico. Io ho sbagliato la persona. Non mi sottraggo dalla vicenda giudiziaria che ha toccato le nostre istituzioni e che non mi riguarda. Non so cosa siano la corruzione e la mafia, non conosco questi termini. Ciò che è accaduto non è qualcosa di leggero e serve una riflessione profonda da parte di tutti. Serve chiarezza ma serve anche la realtà senza strumentalizzare le informazioni».

Acquaroli durante il Consiglio regionale

 

È la frase con cui il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli ha scelto di riassumere il suo intervento al termine del Consiglio regionale aperto che si è tenuto oggi nel centro polifunzionale di Muccia, nel cuore del cratere.

 

Una seduta durante la quale, oltre a celebrare il decennale del terremoto, si è parlato anche della maxi inchiesta sulla ricostruzione della Guardia di finanza, coordinata dalla Dda di Ancona, che ha portato all’arresto di otto persone tra cui l’ex capo di gabinetto di Acquaroli, Fabio Pistarelli, e del costruttore Enrico Crucianelli della Crucianelli Rest Edile. Sono 43 gli indagati della maxi inchiesta.

 

Acquaroli ha parlato per ultimo, senza repliche, come previsto dall’ordine dei lavori che la maggioranza ha difeso ieri respingendo la richiesta delle opposizioni di anticipare le comunicazioni del presidente. Un intervento in larga parte a braccio, con la voce a tratti incrinata e il peso della settimana appena trascorsa. «Non so se potete immaginare il mio stato d’animo – ha detto -. Non me lo auguro per nessuno». E ancora: «Forse sarebbe stato più opportuno rinviare questo Consiglio, ma abbiamo ritenuto importante esserci, mettendoci la faccia».

 

«Non mi sottraggo alla vicenda giudiziaria che ha toccato la nostra regione e le istituzioni che rappresento, ma che, da quello che mi risulta, non mi riguarda» ha continuato Acquaroli, che ha condiviso con la capogruppo dem Valeria Mancinelli il richiamo al «dovere della chiarezza» verso i marchigiani, aggiungendo però quello della lealtà, cioè «non strumentalizzare le informazioni a vantaggio della propria parte».

 

Poi la ricostruzione dei fatti. La scelta di Pistarelli nel 2020, ha spiegato, «nasceva dalla sua conoscenza del territorio e delle leggi: tre legislature da consigliere regionale, di cui una da capogruppo, e la professione di avvocato. L’elemento principale era la fiducia».

 

Alla fine del primo mandato, al momento di rinominare lo staff, sarebbero emerse le prime perplessità: la scarsa disponibilità nei fine settimana, in un ruolo che «non ha sosta, né a Natale né a Ferragosto», e un problema di efficacia, con sindaci che lamentavano pratiche che «tornavano indietro». Da qui la proroga di tre mesi, firmata il 6 novembre, «affinché si trovasse un’altra soluzione».

 

Proprio in quelle settimane, secondo il racconto del presidente, sono arrivate le prime «voci», una prima «molto fumosa», poi una seconda più circostanziata, su un interessamento di Pistarelli ad alcune procedure. Acquaroli ha detto di averle girate, come fa sempre, al segretario generale, chiedendo verifiche. Gli approfondimenti, condotti anche da altri dirigenti, avrebbero portato a una conferma parziale. «L’ho chiamato e gli ho detto che la sua presenza al settimo piano di Palazzo Raffaello era incompatibile: o dava le dimissioni o l’avrei rimosso io la sera stessa». Era, ha precisato, il 2 dicembre 2025. «Se io l’ho nominato, sono stato pure io quello che l’ha rimosso».

 

Sul nodo sollevato dalle opposizioni, perché non si sia rivolto subito alla magistratura, Acquaroli ha sostenuto che quelle segnalazioni non configuravano notizie di reato e che gli uffici gli avevano indicato che non era necessario procedere. Ha richiamato le «regole d’ingaggio date ai suoi collaboratori: rispetto della legalità e mai entrare in procedure, appalti e bandi. In una Regione che gestisce le risorse di sisma, Pnrr e alluvione – ha osservato – si concentrano inevitabilmente anche interessi illegittimi». E ha rivendicato una frase ripetuta, a suo dire, in ogni incontro: chi chiede di non rispettare le regole «non viene a nome mio».

 

Il presidente ha sottolineato che, per quanto gli risulta, non sono indagati né lui né componenti della giunta, consiglieri o dirigenti regionali, e che nessuno dei reati ipotizzati negli uffici della Regione e della sanità sarebbe andato a segno. «Vuol dire che c’è gente perbene, che non si è piegata» ha detto il presidente. Quanto alla ricostruzione, ha ammesso che l’inchiesta fa emergere una fragilità nella ricostruzione privata e nella catena dei subappalti, chiedendosi «cosa possiamo fare di più».

 

Il passaggio più personale è arrivato verso la fine. «Ci sono le persone, le famiglie, gli affetti. C’è la gente che ti chiede: cosa hai fatto?». Da qui l’appello a non trasformare la vicenda in uno scontro sulle persone: «L’onestà e la legalità non appartengono a nessuno». Fino alla chiusura, rivolta alla comunità che ha detto di aver servito per sei anni «instancabilmente, lealmente e con onestà. Se c’è stato un mio errore, è stato nell’individuazione della persona. Ma corruzione e mafia sono due parole che io non conosco».

 

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«Pistarelli non è un “mariuolo” qualunque ma il braccio destro di Acquaroli. Il governatore cosa sapeva?»

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