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Dispositivi di protezione
e supporto psicologico:
li chiede il Nursind
con una seconda diffida

IL SINDACATO di Ascoli e Fermo, rappresentato dall'avvocato sambenedettese Patrizia Paolucci, per conto di Maurizio Pelosi, concede all'Area Vasta 5 il termine di cinque giorni per esaudire le richieste prima di rivolgersi all'autorità giudiziaria
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Carenza di idonei dispositivi di protezione individuale (Dpi) e la sottovalutazione dello stress psicologico a carico degli  operatori sanitari impegnati nella lotto contro il Coronavirus. Sono questi gli argomenti al centro di una seconda diffida che il Nursind di Ascoli e Fermo, sindacato delle professioni infermieristiche, rappresentato da Maurizio Pelosi, invia ad Asur, Area Vasta 5, Regione Marche, Ispettorato del lavoro e Ordine delle professioni infermieristiche tramite il legale, l’avvocato sambenedettese Patrizia Paolucci.

Una delle mascherine rotte denunciate dal Nursind

I DPI  – «Purtroppo, rilevo che la situazione del vostro personale infermieristico non è migliorata. Sebbene abbiate autorizzato l’utilizzo dei Dpi, la salute dei miei assistiti è in grave pericolo». Ed a nulla vale, secondo l’avvocato, che l’eventuale contagio sarebbe equiparato ad un infortunio sul lavoro, come precisa una specifica nota dell’Inail: «Non vi esonera da responsabilità per il comportamento tenuto nei confronti degli operatori sanitari alle vostre dipendenze. Infatti – continua  – purtroppo la vostra mala gestione, consistente nel non fornire idonei Dpi o addirittura, nell’Area Vasta 5, nell’impedirne l’utilizzo sino al 16 marzo scorso o, ancora oggi, nel distribuire mascherine dapprima inidonee e poi, (quelle modello FPP2) difettate ha comportato il contagio di ben ventotto operatori sanitari di cui una oggi in rianimazione».

IL DANNO PSICOLOGICO – «Inoltre – è sempre l’avvocato che scrive – non deve essere sottovalutato anche il danno psicologico subito dagli operatori sanitari che rappresento. Il numero sempre crescente di confermati e casi sospetti, il carico di lavoro schiacciante, l’insufficienza dei dispositivi di protezione individuale, la mancanza di farmaci specifici e la sensazione di non essere adeguatamente supportati, contribuiscono ad un carico psicologico elevato. Alcuni infermieri, tra i dipendenti di Ascoli e San Benedetto del Tronto, riferiscono sintomi di depressione, ansia, insonnia e angoscia, problematiche psicologiche queste gravi quanto il contagio stesso. Le risposte psicologiche degli operatori sanitari a un’epidemia sono complicate. Le fonti di sofferenza possono includere sentimenti di vulnerabilità o perdita di controllo e preoccupazioni sulla salute di se stessi, la diffusione del virus, la salute della famiglia e di altri, l’essere isolati. Garantire la tutela dei propri dipendenti non è impossibile, basti vedere l’esempio dell’Ospedale Cotugno di Napoli, uno dei pochi ospedali in cui non è stato contagiato neanche un medico o infermiere. Vi sono guardie di sorveglianza in tutti i reparti e corridoi, un percorso di disinfezione automatica che somiglia allo scanner di un aeroporto. Lo staff che assiste i pazienti indossa maschere molto avanzate simili a quelle antigas, tute ermetiche. I malati sono isolati tra di loro. Tra la stanza del malato in rianimazione e il resto del reparto si comunica attraverso una finestra. Al Cotugno i dispositivi di protezione non sembrano carenti e sono per lo più diversi rispetto a quelli usati negli altri ospedali».

LA RICHIESTA – «Alla luce di tutto quanto sopra precede – conclude la Paolucci – si chiede di provvedere all’intensificazione della fornitura di Dpi idonei ed efficaci e, soprattutto, mettere a disposizione un supporto
psicologico per il personale infermieristico con cadenza di almeno una volta a settimana. In difetto di riscontro, entro e non oltre giorni cinque dal ricevimento della presente, si adirà, senza ulteriore avviso, la competente autorità giudiziaria, in quanto diretti responsabili dei contagi dei Vostri dipendenti».

 



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