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Terremoto, il primo anniversario
senza Aleandro Petrucci

ARQUATA - L'amato sindaco, che dovuto cedere ad una malattia lo scorso dicembre, era stato il primo a piangere le vittime ed a scavare a mani nude tra le macerie. Ha lottato fino alla fine per la sua gente ed il suo paese. Il ricordo, della notte del 24 agosto 2016, che la moglie Anna Maria Vitali ha affidato ai social
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Aleandro Petrucci

 

di Maria Nerina Galiè

 

Cinque anni dal sisma che ha devastato il centro Italia. Il primo, da quella terribile notte del 24 agosto 2016 che ha cancellato 299 vite, senza Aleandro Petrucci, lo storico sindaco di Arquata: 51 vittime.

Per la prima volta, nella commovente commemorazione in cui tutti i nomi vengono scanditi, uno per uno, affinché il ricordo non diventi oblio, non c’era l’uomo che per primo ha pianto per loro, senza farsi troppo vedere, mentre scavava a mani nude tra le macerie insieme con i soccorritori.

«Pescara non c’è più», disse alla moglie Anna Maria Vitali, con occhi devastati dal dolore e dall’incredulità, pochi minuti dopo la scossa.

«Da quella notte, posso dire che non lo abbiamo più visto a casa. Ci hanno offerto una sistemazione sulla costa. Ma lui è rimasto ad Arquata. Non so nemmeno come e dove dormiva», dice la signora Anna Maria, che deve ancora asciugare le lacrime per la prematura perdita, ma con l’orgoglio di averlo avuto accanto.

Aleandro Petrucci non ha mai mollato, da quella notte, non ha mai lasciato soli i suoi concittadini ed è arrivato a parlare, anche duramente, con le più alte cariche dello Stato per la sua Arquata, che avrebbe voluto rivedere in piedi e, ancora una volta, piena di vita. Come nelle ore prima delle 3,36 del 24 agosto di cinque anni fa.

Il suo impegno è stato tenace, fino all’ultimo, quando un terribile male lo ha sopraffatto, nel dicembre scorso.

Il sindaco Aleandro Petrucci consegna la cittadinanza onoraria

Aleandro Petrucci sindaco, Aleandro Petrucci marito e nonno premuroso: tutto insieme, in una manciata di secondi, nel toccante ricordo che la moglie Anna Maria ha affidato ai social:

«24 agosto 2016 ore 3,36. Una forte scossa fece tremare la nostra casetta di Trisungo…luce saltata…tutt’intorno rumori di oggetti che cadevano…vetri che s’infrangevano…nel buio più totale la tua voce ansiosa che mi chiamava dal piano di sotto dove ti eri addormentato davanti alla tv e io che, completamente disorientata per lo sgomento e per l’oscurità, non riuscivo a trovare la porta per uscire dalla camera.

Poi la corsa giù per la scala di legno con in braccio la piccola Emanuela di appena due mesi.
Il ritorno della luce…la visione delle crepe sul muro…delle tazze, bicchieri, bottigliette da collezione scivolati dall’armadietto e sparpagliati in frammenti sul pavimento…le urla della vicina che gridava il mio nome, non so se per chiedere aiuto o per offrire solidarietà.
Il rifugio nell’automobile parcheggiata nei pressi…e ogni tanto nuove scosse che facevano sobbalzare l’ auto…il cellulare che iniziava a squillare al diffondersi della notizia.
E tu, sindaco impotente di fronte ad una tragedia non ancora accertata ma sicuramente intuita, ci hai lasciate sole nel buio della notte per iniziare il giro nelle varie frazioni.
Intanto davanti casa cominciavano a passare tutte le unità di pronto soccorso con i lampeggianti accesi che rendevano ancora più drammatica quell’attesa colma di paura.
Lentamente apparivano le prime luci dell’alba…ma la realtà non si manifestava ancora in tutta la sua drammaticità.
Quando finalmente sei tornato ti ho visto sconvolto…nei tuoi occhi l’angoscia…con voce rotta dall’emozione hai riferito con poche ma significative parole: “Pescara non c’è più !”.
Un tuffo al cuore…la realtà che cominciava a farsi strada in un immaginario che fino ad allora aveva voluto essere ottimista nell’ illusione di aver superato senza troppi danni un evento così spaventoso.
Il resto ormai è storia: le case crollate, le vittime, i soccorsi, la corsa disperata contro il tempo, i pianti, la disperazione, la paura…
Tu hai dovuto affrontare il dramma con determinazione e coraggio…dentro di te il cuore piangeva, ma di fronte alla tua gente hai dovuto essere un punto di riferimento, un esempio di forza e di speranza.
Hai trattato con i politici e le maggiori autorità dello Stato senza umiliarti a chiedere, ma chiedendo con autorevolezza e determinazione.
Hai fatto il possibile per ridare al più presto una casa ai senzatetto, un lavoro a chi l’aveva perso, un aiuto a chi ne aveva maggiormente bisogno.
Anche quando il tuo fisico stava cedendo, hai trascorso ore e ore in Comune per risolvere i numerosi problemi e anche a casa continuavi a svolgere il tuo lavoro con il cellulare che squillava in continuazione.
Oggi, dopo cinque anni, noi sopravvissuti siamo ancora qui a ricordare quell’evento tanto doloroso.
Molte famiglie piangono per i loro cari rimasti sotto le macerie…anch’io piango con e per loro, e, purtroppo, soffro anche per te che non mi sei più accanto.
Il mio “terremoto” personale torna a farmi tremare ogni volta che ti penso…ma tu continui a vivere nelle “macerie” del mio cuore e a infondermi la forza e il coraggio di andare avanti.
Io ti prometto che lo farò sempre…soprattutto per la nostra nipotina che tu hai adorato
e alla quale ricorderò sempre il suo amato nonno che voleva continuare a vivere per lei».


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