di Elena Minucci
Il lockdown per il Covid, i disturbi alimentari, le percezioni che si celano dietro l’uso quotidiano dei social. È la storia della giovane Chiara (nome di fantasia), studentessa ascolana di lingue che, dopo il buio, ha avuto la forza di rialzarsi per trovare più luce nella sua vita. Tutto comincia quando ha 15 anni ma in realtà qualche segnale c’è già da prima, quando alcuni episodi di bullismo iniziano a minare la sua autostima.
«I miei compagni mi dicevano che ero grassa, che non dovevo mangiare. Mi buttavano via la merenda o me la nascondevano», ricorda.

Arriva poi la seconda quarantena. La situazione peggiora. Le giornate trascorrono tutte uguali. Chiara si rifugia così nei social, dove il confronto con un’apparente perfezione aumenta ancora di più le sue insicurezze.
«Chiusa in casa e lontana dalle amiche, dalla scuola e dalla vita sociale – racconta -. Su Tik Tok, Instagram e sui gruppi Telegram, vedevo ragazze bellissime, che si allenavano e mangiavano bene. Quando guardavo quelle immagini, mi sentivo sbagliata».
Da quel momento qualcosa cambia. «Ho iniziato a togliere i dolci, poi i carboidrati. La situazione era sotto controllo poi sono arrivata a mangiare pochissimo, a volte anche mezza galletta al giorno. Andavo avanti bevendo tantissimi caffè al giorno, che mi facevano passare la fame e mi davano un po’ di energia», spiega Chiara.
I primi segnali non passano inosservati. Diventa così determinante il ruolo della scuola, in particolare di una sua insegnante, figura chiave nel percorso di Chiara.
«Dormivo sempre sul banco e non me ne rendevo conto – prosegue -. Fino a prima ero sempre andata benissimo a scuola, poi invece una professoressa ha notato che i voti peggioravano. Alcune persone ignoravano questi segnali, altre invece mi hanno aiutata. Anche i miei amici mi sono stati molto vicini. La prof è stata la luce in fondo al tunnel: mi osservava, cercando di capire cosa stesse succedendo. È stata una delle prime persone ad accorgersi che qualcosa non andava».

(Immagine creata artificialmente)
Anche la famiglia ha cercato di aiutare Chiara. «Mia mamma mi ha portata da una psicologa e da una nutrizionista ma non riuscivo a seguire i loro consigli – rivela -. Credevo di farcela da sola. La lucidità, nonostante la malattia, mi permetteva di avere la situazione sotto controllo. La forza di volontà e la tenacia, da una parte, mi permettevano di controllare e nascondere la malattia, dall’altra però, erano anche ciò che mi faceva andare avanti».
E così aumentano le fragilità.
«Quando tornavo a casa non stavo bene, anche per alcune difficoltà familiari. Il mio sogno è sempre stato andare in Francia: è anche per questo che ho scelto il liceo linguistico. Purtroppo, con il Covid non abbiamo potuto fare stage o viaggi fino al quinto anno», dice.
Negli ultimi anni però la situazione precipita. Chiara viene esonerata dal fare educazione fisica a scuola ma il percorso per lei rimane sempre più difficile.
«Ho perso molto peso – spiega -. Sono arrivata a pensare che anche l’acqua mi potesse fare ingrassare. Litigai anche con la psicologa, non accettavo di essere aiutata. Mi allontanai dalla mia migliore amica. Un giorno mi sono sentita male a scuola. Anche in quel momento, la professoressa mi è stata molto vicina. È venuta persino con me dalla psicologa. Non mi ha mai lasciata sola».
Da quel momento inizia un vero e proprio percorso tra medici, psicologi e specialisti. Anche la professoressa ricorda le difficoltà di quei momenti. «Vederla dormire sul banco e il calo dei voti mi hanno fatto capire che qualcosa non andasse – afferma-. Volevo aiutarla in tutti i modi. La osservavo attentamente, ma con una certa delicatezza, cercando di capire come starle accanto in modo tale da non farla sentire giudicata».
Dopo la maturità, Chiara decide di trasferirsi a Trieste per studiare lingue. «Ci sono stati alti e bassi. A volte anche con ricadute – racconta – Quando mi sono trasferita all’università ho fatto un errore: ho smesso di essere seguita, ho interrotto il percorso con il medico e ho abbandonato le cure. Sono passata all’estremo opposto: appena potevo mangiavo di tutto. Non erano vere e proprie abbuffate, ma un passaggio improvviso dal niente al tutto».
Ad oggi Chiara sta meglio. «La situazione non è pienamente risolta ma sto meglio», conferma.
È da qui che riparte, con una consapevolezza nuova che non cancella le difficoltà ma le rende affrontabili. Il suo percorso non è stato lineare, tra cadute e ripartenze, ma proprio queste esperienze le hanno insegnato a riconoscere i segnali e ad accettare l’aiuto degli altri. Oggi non parla di guarigione definitiva, ma di equilibrio, di piccoli passi quotidiani e di una forza diversa.
Parlare di disturbi alimentari significa trattare un fenomeno in costante crescita che riguarda sempre più i giovani. Il dato ancora più preoccupante riguarda l’età di chi ne soffre: non solo adolescenti ma anche bambini sempre più piccoli, come è emerso durante il convegno tenutosi ad Ascoli, dal titolo “Oltre l’apparenza: il peso delle emozioni“, che ha visto la partecipazione di esperti e specialisti. Tra i relatori anche alcuni ragazzi della Fondazione Cotarella, impegnata ogni giorno nella prevenzione dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
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