di Luca Capponi
Partiamo dalla fine. Come nei grandi concerti il pezzo forte, quello che proprio tutti cantano a squarciagola, è ultimo della scaletta. E in un omaggio a Giacomo Leopardi, questo non può che essere “L’infinito”.

Lavia, a sinistra, in una scena di “Profondo Rosso”, di Dario Argento (1975)
«Diversi anni fa ero in America, a San Francisco, ospite di un circolo di intellettuali durante una pausa dalle riprese. Mi chiedevano in continuazione di dire qualcosa, canzoni, poesie, storie…alla fine recitai “L’infinito” e mi accorsi con felice sorpresa che la conoscevano tutti, così praticamente la facemmo in coro. In Italia non sarebbe stato così scontato, a scuola le poesie nemmeno si studiano più a memoria. Ecco perché adesso, per evitare brutte figure, la faremo in coro anche noi. E vi do anche il permesso di riprenderla col telefono».
Così eccolo, tutto il Ventidio Basso a recitare il capolavoro leopardiano sotto l’attenta direzione di Gabriele Lavia. Una scena inusuale ma densa di significato, giunta a coronamento di un allestimento di altissimo livello. Trattasi di “Lavia dice Leopardi”, andato in scena nel Massimo cittadino lunedì e martedì, grazie alla stagione di prosa targata Amat. Una due giorni che ha dispensato con classe cultura, arte, meraviglia. Non un fatto scontato, perché cimentarsi col grande poeta marchigiano non è da tutti, men che meno farlo uscendone con l’applauso, convinto, di un pubblico che troppo spesso si dà per assuefatto e dormiente.

Sul palco del Ventidio
A ben pensarci, solo uno come Lavia poteva riuscirci. Dall’alto delle sue 83 primavere, questo monumento del cinema e del teatro resta una spanna sopra tutti: come si evince dal titolo, il suo non è recitare né leggere, la sua non è una messa in scena, no, ma un “dire” che riporta Leopardi tra le persone, in un fluire naturale dove dopo una finestra aperta su “Il sabato del villaggio” («Non è un semplice bozzetto campestre ma un condensato di mistero»), senza battere ciglio si addentra per oltre quaranta minuti nei versi leopardiani (citiamo “Il passero solitario”, “A Silvia”, “Le ricordanze”) con spirito autentico e semplice, senza pause, senza mai indugiare. Da solo, su un palco spoglio, munito di un libro, che apre un paio di volte, e di una sedia.
Avercene, di artisti come Lavia. Un vero maestro («Quando hanno iniziato a chiamarmi così ci ho visto un segno degli anni…in discesa»), un fine dicitore, ironico e magnetico. Che gioca con la memoria, la sua, quella di Giacomo e quella degli spettatori, creando un gioco di specchi brillante, che trova la sua ragion d’essere nella scena finale in cui evoca il Colle dell’Infinito di Recanati.
È lì che, seduto nello stesso luogo dove si sedeva “il giovane favoloso”, Lavia dice “L’infinito“. Poi si alza per dirigere il pubblico. Applausi scroscianti e finale. Anzi no. Prima del congedo una digressione sul…palco del Ventidio Basso.

«Se non ci pensate voi non lo faranno mai…ma secondo voi questo palco si trova all’altezza giusta? – chiede – È impossibile che fosse così quando è stato costruito, questa prospettiva è evidentemente frutto di un restauro sbagliato, i teatri di una volta si progettavano in un altro modo. Non è possibile che chi siede in platea non veda i piedi di chi danza o di un attore che fa, ad esempio, Arlecchino».
E dopo avere spiegato a dovere i motivi “tecnici”, la chiosa: «Ora sapete. Ora potete andare da chi di dovere e dirlo, se non lo fate voi non lo fa nessuno. Perché il popolo ha il potere».
Chapeau, maestro.
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