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Spettacoli dal vivo
e la mazzata Covid:
«Siamo rimasti senza niente,
ma il sistema era già malato»

CORONAVIRUS - Creativi e tecnici del settore in ginocchio e senza certezze sul futuro. Il racconto dell'art & lighting designer ascolano Pietro Cardarelli: «Prima ci hanno massacrato i nostri datori di lavoro e poi il virus. La stragrande maggioranza dei lavoratori non ha alcuna forma di diritto e tutela ora come non l'aveva prima»
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di Luca Capponi

Sarebbe un vero delitto smettere di parlare di quanto sta accadendo al mondo dello spettacolo dal vivo. Delle migliaia di artisti e professionisti che vivono di creatività e sapere. E che con la loro sensibilità arricchiscono mondi e anime. In un settore già minato da diversi problemi, ora è arrivato anche il Covid. Molte voci rischiano di spegnersi, molte altre provano a non mollare: su tutte però pendono tante, troppe incognite.

Cardarelli al lavoro

«Appena scoppiata la crisi sanitaria sono tornato ad Ascoli (vorrei specificare che l’ho fatto quando ancora era consentito e non ho fatto la fuga verso il sud come hanno fatto in molti) e mi sono messo in autoisolamento prima ancora che fosse istituito dal premier Conte. Tutti i miei lavori inizialmente spostati per l’incertezza sono stati pian piano cancellati. E così, come me, tutti i lavoratori dell’arte e dello spettacolo si sono trovati senza nulla».

Comincia così il racconto di Pietro Cardarelli, talento piceno nel campo delle arti visive. Si definisce art & lighting designer. Infatti si occupa principalmente di creare tutta la parte visiva relativa a concerti, spettacoli di teatro e danza ed eventi: «Il mio ruolo nasce affiancando musicisti, registi e produttori cercando di tradurre e valorizzare il loro progetto creativo». Tanto per fare un esempio: gli straordinari effetti che troviamo ad ogni concerto del conterraneo Dardust sono farina del suo sacco.

Durante un concerto

«Sono più di 16 anni che svolgo questo lavoro con tanti sacrifici e altrettante soddisfazioni -continua Cardarelli-. La mia vita segue un calendario diverso e le attività lavorative iniziano quasi sempre tra febbraio e marzo. I mesi precedenti spesso sono mesi di preparazione, prove e allestimenti. Anche quest’anno a fine febbraio ero pronto a ripartire. In ambito musicale, che è il settore dove lavoro di più, avevo appena fatto la produzione e le date zero del nuovo tour italiano ed europeo di Dardust e stavo per partire con i nuovi progetti di Romina Falconi e Ralf Schmid. Inoltre avevo preparato un progetto di danza contemporanea interattiva con un’importante coreografa e due spettacoli di teatro davvero interessanti. Avevo il calendario a partire da marzo pieno, avrei percorso l’Italia in lungo e in largo e avrei dovuto essere anche a Berlino, Parigi, Madrid e Bruxelles tra marzo e aprile. E invece niente».

La sua vicenda, purtroppo, come quella di molti “invisibili” di questo mondo. «Parlo della mia esperienza per dar voce anche a tantissimi lavoratori del mio settore, poiché, purtroppo non molti lo sanno, ma dietro ogni concerto, evento, spettacolo ci sono innumerevoli professionisti tra tecnici e creativi -continua-. Il Coronavirus ha aperto una sorta di “vaso di Pandora” del mondo dell’arte e dello spettacolo mostrando problemi di mala gestione e carenza di tutele che ci portiamo dietro da decenni. Dalle piccole alle grandi produzioni spessissimo il lavoro di preparazione, prove, studio o allestimento non viene considerato, quantificato adeguatamente e nè tutelato pertanto il guadagno e la “messa in regola” di un professionista inizia dalla partenza dei tour musicali e dai debutti e dalle tournée per le altre forme di spettacolo. Quindi un lavoratore dello spettacolo era abituato a stringere i denti per alcuni mesi perché poi avrebbe iniziato a guadagnare sui singoli eventi. In questo caso specifico, quando è esplosa la crisi sanitaria, noi eravamo già in crisi e attendevamo tutti fine febbraio con ansia».

Il discorso, purtroppo, va anche oltre il Covid. «Aprire un capitolo per spiegare anni di mala gestione sarebbe lunghissimo ma la stragrande maggioranza dei lavoratori dello spettacolo non ha alcuna forma di diritto e tutela -ribadisce Cardarelli-. Spessissimo ci muoviamo a chiamata con partita Iva o attraverso cooperative che sono sorte negli anni per cercare almeno un minimo di tutelarci».

Altro grave problema sono le famose “giornate lavorate”. «Nei primi decreti di Conte, per i famosi 600 euro, un requisito per i lavoratori dello spettacolo avrebbe dovuto essere il possesso di almeno 30 “giornate lavorate” (giornate di agibilità Inps) nel 2019 -precisa-. Ad un primo sguardo 30 giornate di lavoro in regola sembrano una stupidaggine perché tutti noi lavoriamo molto più di 30 giorni all’anno: il problema, anche qui, è che per un’infinità di lavoratori dello spettacolo non si registrano tutte le giornate lavorate: poiché i controlli avvengono, se avvengono, solo nei giorni dello spettacolo vero e proprio allora solo in quel giorno siamo messi in regola. Quindi ad esempio, se ho fatto un mese di prove e allestimento lavorando tutti i giorni e poi sono andato in scena, avrò un solo giorno di lavoro invece che 30. Quindi il tetto minimo di 30 giornate (oggi fortunatamente abbassato a 7) era per noi un’immensità».

«Questo perché manager dello spettacolo e datori di lavoro di eventi (e parlo anche di realtà importanti e famose) tendono a mettere in regola il meno possibile, penalizzando soprattutto tutte le figure tecniche “invisibili” agli occhi del pubblico -è l’ammissione-. Per cui è più facile che venga tutelato un attore ad esempio o un musicista perché è visibilmente sul palco piuttosto che un tecnico che lavora dietro le quinte. Per onestà intellettuale devo dire che questo sistema malato che dura da anni non è praticato da tutti ma dalla stragrande maggioranza dei manager e produttori, sia piccoli che grandi».

«Personalmente io non solo ho perso il guadagno dei mesi di lockdown ma ho perso il guadagno anche dei mesi precedenti che non mi verrà mai pagato perché gli eventi sono stati annullati -ammette Cardarelli-. A me, come a moltissimi altri lavoratori, questo sistema ci ha messo in ginocchio anche perché è stato quasi impossibile richiedere aiuti e forme di sostentamento. Quindi prima ci hanno massacrato i nostri datori di lavoro e poi il Coronavirus».

«Sul futuro non posso dire molto -continua-. Non si sa quasi nulla né sulle tempistiche e né sulle modalità. Sicuramente gli spettacoli e i concerti avranno posti limitati sia al chiuso che all’aperto. Il problema è che gli spettacoli costano molto e con poco pubblico il costo non si ammortizza. La cosa positiva è che il Coronavirus ha dato la possibilità a tantissimi lavoratori dello spettacolo di mettersi insieme e fare squadra contro questo sistema. Sono sorti numerosi gruppi e tavoli di lavoro per poi confrontarci con il governo. Sfortunatamente la stragrande maggioranza di noi non ha avuto diritto al bonus dei 600 euro (vediamo ora con il nuovo decreto) e la cassa integrazione richiesta ancora non è stata attivata. Quindi a livello economico stiamo messi in ginocchio e moltissimi di noi non ricominceranno purtroppo a fare questo lavoro».

«A livello creativo invece, perché essere creativi è il nostro lavoro, stiamo studiando delle nuove forme (ovviamente in parallelo allo spettacolo dal vivo), sfruttando la ricerca tecnologica, per far vivere comunque al pubblico delle forme esperenziali di concerti e spettacoli -conclude Cardarelli-. Io cercherò di resistere e lottare perché questo è il lavoro della mia vita per il quale ho donato tutto me stesso, ho fatto sacrifici (non solo economici), ho sofferto, ho pianto, ho perso affetti e amici e mi sono dovuto abbassare anche a compromessi. Sogno di ricominciare, di tornare su quei palchi, in quelle regie e soprattutto di emozionarmi di nuovo e far emozionare il pubblico, perché questo è il mio lavoro anche se sono “invisibile”».

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