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Peppino Giorgini (M5S):
«Piceno penalizzato in Regione,
gli ospedali non si toccano»

MARCHE 2020 - Tanti i temi trattati nell’intervista al consigliere regionale pentastellato, che in vista del voto di settembre ribadisce il suo impegno per la causa del Piceno, accusando gli altri partiti, primo fra tutti il Pd, di non rappresentare i veri valori della politica

di Federico Ameli

Manca ormai meno di un mese alle prossime elezioni regionali, le cui urne si preannunciano decisamente infuocate. Con le candidature messe finalmente nero su bianco e una campagna elettorale ormai entrata nel vivo, è tempo che i cittadini inizino a guardarsi intorno nel vasto orizzonte politico marchigiano per individuare – o quantomeno provare a farlo – la proposta amministrativa migliore in vista della prossima legislatura.

Peppino Giorgini

A fare il punto della situazione, questa volta, tocca a Peppino Giorgini, volto noto della politica locale nonché consigliere regionale uscente del Movimento 5 Stelle, che tra qualche settimana cercherà di bissare il risultato elettorale di cinque anni fa per tornare a occupare il suo seggio a Palazzo Raffaello.

Nato a San Benedetto del Tronto nel 1953, sposato con tre figlie e quattro nipotini, Giorgini ha iniziato giovanissimo a rimboccarsi le maniche, lavorando come benzinaio, lavaggista, ferraiolo e disc jockey prima di approdare, nel 1976, al mondo dell’abbigliamento. Attualmente gestisce due punti vendita, con alle spalle un’esperienza ormai ultraquarantennale che negli anni scorsi, tra le altre cose, lo ha portato a fondare un marchio conosciuto ancora oggi.

Da sempre attento alle tematiche ambientaliste e alla tutela del diritto alla salute e del bene comune, dichiara di essere stato “rapito” dal Movimento 5 Stelle nel 2010, dopo aver realizzato che la politica tradizionale aveva fallito su tutta la linea. Nel 2011 si candida come consigliere alle elezioni comunali della sua San Benedetto ma non viene eletto, così come, per un soffio, alle nazionali del 2013. Due anni più tardi, le elezioni regionali lo portano finalmente in prima linea nel ruolo di consigliere, nelle cui vesti ha avuto la possibilità di «lavorare per il bene comune con disciplina e onore, come recita la mia vera stella polare: la Costituzione della Repubblica Italiana».

Giorgini, quali sono i suoi irrinunciabili valori etici e politici di riferimento?

«Quelli che ho portato avanti in tutta la mia vita: onestà, lealtà, coerenza, competenza, coraggio, solidarietà e onore».

Quali sono i principali impegni programmatici per il Piceno sui quali intende concentrare la sua attività in Regione? Ha già in mente una specifica proposta di legge per migliorare la qualità della vita nella provincia di Ascoli? Che visione ha dell’Europa e del sempre delicato tema dell’immigrazione?

«Ho fatto tanto per il Piceno, più di quanto ci si possa aspettare, sia per quanto riguarda le zone del cratere che quelle esterne. In questa legislatura, pur con tutte le difficoltà dell’essere consigliere di minoranza, ho fatto delle leggi importanti come quella sull’elettromagnetismo – dove forse per la prima volta in Italia ho inserito il principio di precauzione e i valori della Convenzione di Aarhus -, quella sulla messa a norma sismica degli edifici, ora modificata da una nuova legge nazionale, e ultimamente quella della bonifica dell’amianto.

Due mie proposte importanti sono presenti nel Piano della Costa e riguardano il nostro mare, le nostre spiagge e i nostri martoriati porti: gli ecodragaggi e la Banca delle Sabbie. Ho promosso, ad esempio, la legge per finanziare la Quintana di Ascoli, la mozione per i soldi a Monte Piselli e tante altre cose che potrete vedere in un filmato in uscita a breve. Se verrò rieletto, proseguirò il mio percorso nel solo interesse dei cittadini e del territorio piceno.

L’Europa è qualcosa di cui nessuno Stato, soprattutto l’Italia, può fare a meno per contare nel mondo. Va rivista, però, la politica e la visione generale, compresa l’esistenza di una vera Banca Centrale Europea: insomma, prima una unità di popoli e di regole, soprattutto in campo economico e fiscale, poi di confini amministrativi. L’attenzione per la solidarietà è un valore che non tutti hanno e che, se non si ha dentro, è difficile da acquisire. Credo che l’immigrazione sia un business per molti e un problema per altri. Bisogna eliminare i comitati di affari su questo tema e chiedere all’Europa di fare la propria parte, come questo governo infatti sta facendo».

Quali sono, secondo lei, i principali aspetti positivi e quelli negativi dell’operato della Giunta di centrosinistra uscente, soprattutto in relazione al nostro territorio?

«Non ho visto aspetti positivi in questa legislatura dove il Piceno è stato penalizzato in modo sfacciato – spesso in consiglio, tutto registrato, ho detto che siamo trattati come l’Alabama –  senza che nessuno dei rappresentanti piceni, tranne il sottoscritto, abbia battuto ciglio o fatto qualcosa per invertire la rotta. Solo proclami di facciata e da illusionisti esperti.

In regione il Pd governa da decenni ma è stato sempre una macchina di potere e clientele, bypassando spesso lo stato di diritto che non prevede la supremazia degli uomini sulle leggi: è per questo motivo che ho presentato in quattro anni più di 60 denunce ed esposti.

Chi opera con i sistemi della vecchia politica non guarda gli interessi dei cittadini ma lavora solo per ottenere il consenso politico, in qualsiasi modo. Una sinistra che non ha nulla di sinistra, una sinistra formata solo da militanti dinosauri che operano come si faceva 30 anni fa. Tutto da cambiare: somari, cavalli e cavalieri, che non vuole risultare un’offesa, ma traduce bene ciò che penso».

Cosa cambierebbe nella politica economica e culturale della Regione?

«Prima di tutto metterei gli interessi dei cittadini e dei territori, al di sopra di tutto e tutti. Poi, nella politica economica cercherei di eliminare il filtro che fanno le lobby di tutti i settori pubblici e privati. Sono loro a prendere la quasi totalità delle risorse disponibili perché, prima di arrivare ai cittadini e alle piccole imprese, il grano viene passato al setaccio e ai cittadini e alle piccole imprese rimane solo crusca.

La politica è cultura, la cultura è politica, ma la buona politica è quella che guarda alla gente e non può esserci una cosa se manca l’altra. La cultura deve coinvolgere i cittadini e le comunità, deve rappresentare un processo formativo delle persone e della società in un insieme di valori e di idee da sviluppare insieme alla città e alla cittadinanza.

Concetto evidentemente troppo difficile per una Amministrazione regionale che da molte legislature costituisce un sistema di potere che ha determinato una serie di privilegi personalizzati e lo scollamento e il distacco progressivo degli eletti e dei cittadini dalla reale vita politica. Il vero cambiamento culturale che io/noi mi auspico/ci auspichiamo è quello che va in direzione del significato vero della parola “cultura”, ossia verso il miglioramento della vita dei cittadini e di tutta la comunità».

In questa tornata elettorale ci sono stati vari cambi di casacca. Come giudica in generale chi passa da una squadra all’altra? Per lei si tratta di una questione di evoluzione del pensiero o di semplice opportunismo?

«Dobbiamo necessariamente fare delle distinzioni: il “salto della quaglia” avviene sia se un eletto non condivide una linea politica, sia se lo fa per interessi economici, ma le ragioni e le spiegazioni possono essere profondamente diverse. I valori di cui parlavo prima non si possono insegnare, ma si ottengono facendo un percorso formativo politico e culturale in cui ognuno recepisce a proprio modo. Non ce n’è uno giusto e uno sbagliato, c’è solo un modo di porre il proprio servizio a un ideale o ad una ideologia che ti rappresenta.

Quando però gli interessi economici prevalgono sugli ideali, il salto della quaglia è istantaneo e avviene per i motivi più beceri. Nel caso nostro, un conto è che un portavoce prenda circa 40.00 0€ l’anno, un conto che ne prenda 150.000 €, e qui la tentazione fa l’uomo ladro. Diverso invece è il caso del portavoce locale che non percepisce uno stipendio vero, e lì molto spesso entrano in gioco l’invidia e l’odio verso chi rappresenta il partito o verso chi magari ha qualche tipo di incarico. Quindi, c’è molto opportunismo e sono in pochi quelli davvero in grado di capire il significato di evoluzione politica, che c’è sempre stata da Atene in poi».

Ritiene che la provincia di Ascoli sia stata realmente penalizzata rispetto ad altri territori delle Marche? Cosa promette in particolare al suo territorio?

«Da troppo tempo il Piceno ha pessimi e stantii rappresentanti che sono stati relegati nella propria riserva senza poterne varcare i confini, assecondando prima i voleri politici degli anconetani e poi dei pesaresi. Più che una provincia, la malapolitica ci ha ricondotti ad un feudo. Vassalli, valvassori e valvassini che sono stati da sempre agli ordini dei governanti di turno e che hanno potuto però fare il bello e il cattivo tempo, bruciando e distruggendo tutto quel poco di buono che ci era rimasto: i recenti fallimenti di Asteria e del Polo Energetico Piceno sono solo un esempio. Ci hanno provato pure con il centro agroalimentare, ma questa volta i lupi e le volpi hanno trovato sul loro percorso i leoni… e gli è andata male».

Qual è la sua ricetta per la sanità picena e più in generale marchigiana?

«La ricetta è semplice, come per gli altri settori: quando hai tolto dalla sanità la mangiatoia pubblica hai fatto il 50% del lavoro. Detto questo, però, credo che la sanità debba essere gestita da persone competenti in materia e non da funzionari di partito. Si deve eliminare dai vertici di comando chi fa parte di associazioni segrete o della massoneria e ridarla a chi non ha conflitti di interessi.

Credo che debbano essere mantenuti tutti gli ospedali pubblici nelle zone più urbanizzate, valutando magari l’integrazione dei reparti con altre strutture vicine. È impensabile che San Benedetto non abbia un proprio ospedale, così come è impensabile toglierlo ad Ascoli. Se Pesaro ha un’azienda ospedaliera fuori dai canoni del regolamento 70 credo che si possa fare anche qui da noi, ma occorrono rappresentanti con gli attributi che non si vendano al potere del nord.

Il sottoscritto continuerà fino alla fine a combattere chi ha visto nell’ospedale nuovo una preda da spolpare. Il mio ricorso al TAR – presentato da un’associazione – sulla delibera della giunta è solo il primo atto di una battaglia all’ultimo sangue».

Luca Ceriscioli

Qual è la sua opinione sulla gestione da parte del presidente uscente Luca Ceriscioli della recente emergenza sanitaria?

«Sinceramente, devo dire che il Presidente si è preso molte responsabilità, che poi ha dimostrato di non saper come portare avanti: per incapacità o per impossibilità, questo non lo so e non importa. Credo però che, nel dubbio, un governatore debba fare poco, ma quel poco fatto molto bene. Lui ha cercato di arrivare dappertutto e l’ha fatto male, altrimenti sarebbe stato ricandidato».

Nelle ultime settimane ha fatto molto discutere la scelta del Movimento 5 Stelle di candidarsi in solitaria alle prossime Regionali, rinunciando all’alleanza con il Pd di Mangialardi. Abbiamo già avuto modo di parlarne (leggi l’articolo), tuttavia, alla luce dei recenti risultati emersi sulla piattaforma Rousseau, ha per caso cambiato idea o comunque ritiene possibile un accordo last minute con il centrosinistra?

«Ero abbastanza in sintonia con alcuni della sinistra nel lavorare a un accordo di programma a determinate condizioni. Mesi fa ne abbiamo parlato per ore con il segretario regionale del Pd, ma ho visto che il cambiamento e la discontinuità per chi ha la preda in bocca è molto difficile da dire e ancor più da fare. Noi non facciamo i gregari, i nostri valori non possono essere paragonati al modo di fare politica del Pd.

Infatti, politicamente parlando, loro non sanno nemmeno dove stanno di casa l’onestà, la lealtà, l’equità, l’onore e la giustizia sociale; naturalmente con noi avrebbero ottenuto una trasfusione programmata che avrebbe giovato a loro per primi – come sta succedendo a Roma – e finalmente avrebbero ripreso quel cammino che un partito di sinistra dovrebbe e deve intraprendere per forza di cose.

Beppe Grillo e Gian Mario Mercorelli

Se fossero stati corretti, e non lo sono stati per tanti motivi, non avrebbero presentato una modifica alla legge per far fuori Mercorelli, atto naturalmente premeditato, ma avrebbero dovuto portare in consiglio la proposta presentata da noi sul doppio turno. In verità, dopo mesi di colloqui ho capito che loro sono malati cronici e hanno le metastasi del potere fini ai capelli. Non l’hanno fatto perché speravano di poter incastrare dei leoni, ma come tutti sanno ciò è impossibile. Ecco il motivo per cui, se lupi e volpi vogliono fare branco con i leoni, sono loro che devono abbassare la coda».

Con quanti punti di vantaggio vincerà la sua coalizione? Secondo lei, per il candidato presidente del centrodestra Francesco Acquaroli può essere un handicap la partecipazione alla famosa cena fascista di Acquasanta? Faccia un pronostico per la suddivisione dei quattro posti a disposizione nel Piceno.

«Cercheremo di portare in Regione quattro rappresentanti a difesa dei cittadini dei territori e della gente che ne ha bisogno. La cena di Acquasanta rappresenta perfettamente il pensiero di questa destra che ha ancora nel DNA dei geni fascisti e che nessuno potrà mai togliere, inutile nasconderlo. Solo gli sciocchi o chi ha interessi in comune con loro può bypassare questo concetto. Naturalmente non è un qualcosa paragonabile al fascismo e al nazismo del secolo scorso, ma l’idea di potere che quelle suggestioni emanano è molto superiore a quella della sinistra. Poi vedremo come si comporteranno, ma il trasformismo politico non è solo un confronto tra maggioranza e opposizione, è anche un modo di fare cercando di essere ciò che in realtà non si è.

Il mio pronostico? Sarebbe auspicabile che quel 50% dei cittadini che non vanno a votare ci dessero la possibilità di governare una regione e dimostrare, come stiamo facendo al governo, che onestà giustizia, equità e solidarietà non sono solo parole ma “prospettive”. Questo non avverrà? Bene, allora credo che i cittadini della regione Marche passeranno sicuramente dalla padella alla brace, e si pentiranno ancora una volta del loro madornale errore elettorale.

Detto questo, per me la destra avrà un range tra il 38% e il 44%, la sinistra tra il 32% e il 38% e il Movimento 5 Stelle tra il 12% e il 18%. Se avrò avuto ragione, per la regione Marche dobbiamo aspettarci lacrime e sangue, ancor più che in questi ultimi dieci anni».



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