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Le storie di Walter, i mestieri scomparsi: Gino Cappelli il biciclettaio

ASCOLI - Il meccanico ciclista, o biciclettaio che sia, non esiste quasi più. Fra le categorie lavorative a rischio estinzione figura anche quella di Gino Cappelli, a riposo ormai da qualche anno, con la sua piccola officina in Via della Fortezza ad Ascoli. Una attività storica, fra le più longeve nel settore, che con i suoi quasi sessant’anni di vita, ha segnato un’epoca per la città, e l’amore, immenso, per la bicicletta e il ciclismo
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Gino Cappelli oggi davanti al suo vecchio banco da lavoro

 

di Walter Luzi

 

Gino Cappelli e la bicicletta. Un amore lungo sessant’anni. Per quasi mezzo secolo la sua piccola officina è stato un punto di riferimento per tutti i tantissimi ciclisti ascolani e del circondario. Quando la bici non era lo strumento sofisticato di un piacevole hobby domenicale, per fare un pò di moto, ma il mezzo di trasporto più diffuso. Ed economico. Anche più green diremmo oggi. Una virtù che sfuggiva allora, in un mondo che green lo era tutto intero. Ancora per poco, purtroppo. Gino Cappelli, oggi settantaseienne, è (quasi) a riposo ormai da qualche anno a causa soprattutto dei suoi problemi fisici. Ma parla volentieri del suo passato, lavorativo e non, dei campioni del pedale più amati, e di lei. L’amore più grande della sua vita. La bicicletta.

 

Gigi Ferretti

FRA I TIFOSI DEL CAMPIONISSIMO GIGI FERRETTI

 

Quando Sirio Cappelli, il fratello maggiore di Gino, comincia ad aggiustare biciclette nella sua piccola officina di Corso Mazzini nel centro di Ascoli, la Costituzione della Repubblica Italiana ha un anno di vita. E’ il 1949. Sirio è il primo di sette figli nella numerosa famiglia Cappelli di Vallesenzana. Dopo di lui sono arrivati Antonio, Ada, Pietrina, Mafalda e Maria e infine lui, Gino, utimo nato. Contadini. Che coltivano a mezzadria i terreni della famiglia Cavucci. Ma Sirio ha altri progetti per la sua vita, anche se i bravi meccanici ciclisti in città non mancano di certo. Come Megnitt’ fra gli altri, in centro, che si è fatto già un nome, e poi c’è Italo Pieranunzi in Corso Vittorio. Un vero fenomeno, abruzzese di Ancarano quest’ultimo, che costruisce da solo, pezzo per pezzo, la bicicletta da corsa su misura per il suo grande amico Luigi “Gigi” Ferretti.

 

La bici e la maglia di campione italiano di Gigi Ferretti conservata in casa come una reliquia dai figli e dai nipoti

Il campione dei poveri. Che nella sua lunga carriera arriverà a vincere più di cento corse, e a cui solo la Guerra assassina ha precluso una ben più luminosa carriera. Gigi Ferretti aveva vinto infatti, a soli diciannove anni, il 19 settembre 1939, sul circuito romano di Rocca di Papa, il titolo italiano Dilettanti. Lo aveva accompagnato nella capitale il suo grande amico Achille Egidi, un altro valente meccanico ciclista, nonchè dirigente della S.S. Ascoli e giudice di gara regionale, che gli aveva anche costruito per l’occasione un gioiellino di bicicletta. Centottantasei corridori al via quel giorno. Sotto una specie di diluvio avevano concluso la corsa solo in novantuno. Gigi Ferretti aveva vinto di forza, come quasi sempre nella sua carriera, da uomo solo al comando, a braccia levate, con quasi tre minuti di vantaggio sul secondo classificato.

 

Gigi con la maglia di campione italiano che la Federciclismo gli ha consegnato dopo 75 anni: quel giorno del 1939 non era disponibile e lo premiarono solo con diploma e medaglia

Un certo Fausto Coppi era arrivato, quel giorno, trentaduesimo. Con le cinquecento lire del premio in denaro incassato il grande Gigi ci aveva comprato due cappotti per i suoi genitori, e buona parte del corredo nuziale per le sorelle. Ora però le grandi squadre, come la Viscontea e la Frejus, se ne contendevano l’ingaggio, come giovane più promettente del panorama ciclistico nazionale. Invece no. Nel febbraio del 1940 gli arriva la chiamata alle armi, con lo spettro di una guerra incombente. La Patria lo spedisce dopo poche settimane sul fronte africano.

 

Catturato dagli inglesi, era sopravvissuto alla lunga e dura prigionia in Sudafrica, ed era tornato finalmente a casa, nella sua Fontefina di Folignano, dopo sei anni. A causa della stupida e tragica follìa di ogni guerra, aveva perso lo smalto degli anni migliori, vitali soprattutto per un ciclista, ma non la classe e la passione di sempre. Aveva continuato a correre, e a vincere, preceduto dalla sua leggenda. In qualche occasione anche Sirio partecipa alle stesse corse e Gino, ancora bambino, figura fra i suoi tanti tifosi, che, a frotte, lo seguono sugli improvvisati circuiti marchigiani e abruzzesi.

 

Gigi Ferretti (al centro) dopo una corsa con arrivo in Corso Vittorio Emanuele ad Ascoli

«Mio fratello – racconta Gino – mi portava con sè sulla canna della sua bicicletta verso le località dove si correva. All’andata e al ritorno, con, nel mezzo, la corsa. La bici ovviamente era la stessa con cui avrebbe dovuto gareggiare. Per anni insieme al grande Gigi Ferretti. Che tempi! C’era sempre tanta folla assiepata ai bordi delle strade, spesso brecciate, durante le corse. Per le trasferte più lontane a volte gli appassionati affittavano anche dei pullman. Erano gli anni della grande rivalità fra Fausto Coppi e Gino Bartali, che divideva anche l’Italia sportiva. Il ciclismo era, di gran lunga, lo sport più amato, prima di essere fagocitato, negli decenni successivi, dal calcio. Un grosso peccato davvero che al nostro Gigi Ferretti la guerra abbia impedito di misurarsi con i due più celebrati campioni. Gigi, soprattutto in salita, era troppo forte. Secondo me non era da meno, e, anzi, avrebbe potuto dare loro parecchio filo da torcere…».

 

Gino al lavoro nella sua officina di Via della Fortezza

L’OFFICINA DI VIA DELLA FORTEZZA

 

Negli anni Cinquanta la famiglia di Gino, detta d’ Mrica, si trasferisce a coltivare i terreni dalle parti di Fosso Riccione e Sirio sposta, nel 1954, l’officina al civico 3 di via della Fortezza. Dove vi resterà per cinquantaquattro anni. Gino è poco più di un bambino ma, sotto la guida del fratello, si è fatta già una discreta esperienza in materia di bici. Di lì a poco, nel 1965, rileverà lui l’attività, perchè Sirio si dedicherà completamente alla guida dei camion. «I pezzi di ricambio allora – racconta Gino – ce li costruivamo da soli, in casa. Con forgia, martello e lima si riusciva a fare di tutto. Poi, con il progresso, arrivarono i pezzi di ricambio, e tutto divenne più facile. Le pezze alle camere d’aria, o i rattoppi ai copertoni, in quantità, tutti i giorni».

 

La piccola officina di Gino, per di più, all’occorrenza, per i suoi clienti più affezionati, non conosce giorno di chiusura. Sempre aperto, se c’è necessità della sua opera. Senza problemi in ogni giorno dell’anno, o fuori orario. Basta avvisarlo dell’emergenza. E spesso fa bastare un grazie, o una sbicchierata insieme, per sdebitarsi. A lui, il suo lavoro, non pesa. Anzi, meglio. Piace. E per lui, scapolo per vocazione, la bicicletta rappresenta l’amore più grande della sua vita. Ogni mattina tira fuori le bici da riparare, o in attesa di ritiro da parte dei clienti, dalla sua piccola officina. Le ammucchia appoggiate al muro. E ogni sera, o anche a mezzogiorno, se va a pranzo a casa, le rientra. Un rito liturgico quotidiano. Per una vita intera. Qualche automobilista di passaggio ogni tanto si lamenta, perchè via della Fortezza è già stretta di suo. Ma lo spazio è quello che è. E a Gino il lavoro da fare non mancherà mai.

 

Il gagliardetto della S.C. Picena

Nel 1968 Gino è fra i co-fondatori della Società Ciclistica Picena che sarà impegnata a lungo nell’attività agonistica giovanile e cicloamatoriale. La Vicini è la prestigiosa marca di bici che ha sempre venduto ai suoi clienti. Roba buona. Fabbricazione italiana. Un dolce e lontano ricordo oggi, nell’epoca dell’economia globalizzata, della cineseria dilagante, e della scelta obbligata dai mercati tiranni della nostra epoca. La sua officina sarà sempre ritrovo abituale di appassionati dello sport del pedale di ogni età. Le pareti si riempiono di poster dei campioni e articoli di giornale ritagliati e appesi alla buona. «Io tenevo per Fausto Coppi – confessa Gino – poi il mio idolo è diventato Felice Gimondi, fino a quando sulla scena non si è affacciato Marco Pantani. Le brutte e controverse storie di doping, e la tragica e misteriosa fine del “pirata”, hanno un pò rovinato l’immagine e il fascino di questo sport così tanto amato. Il ciclismo, e il mondo, nel frattempo, erano entrambi molto cambiati rispetto a quando Sirio e Gigi Ferretti mi portavano alle corse seduto sulla canna delle loro bici…».

 

SI CHIUDE UN’EPOCA

 

A fine 2008 la sofferta chiusura della storica officina di via della Fortezza. Si preoccupa di rintracciare, uno ad uno, attraverso comuni conoscenti, i proprietari delle tante biciclette in giacenza. Riparate, ma che non sono state mai ritirate dai clienti. Dispiacere a parte per il disprezzo dimostrato dai legittimi proprietari verso le loro biciclette, che Gino ha sempre così tanto amato, non vorrebbe passarci ora anche qualche guaio giudiziario, vendendo. o anche solo regalando, beni non suoi. Sposta l’officina sotto casa sua, lungo la Salaria, vicino al punto dove il fosso Riccione va a confluire nel Tronto. Mette anche una bella insegna a indicare che chi cerca Gino, il ciclista, ora può trovarlo lì. Casa e bottega. Fino al 31 dicembre 2017.

 

Quando il progressivo deteriorarsi delle sue condizioni fisiche riescono infine a vincere l’amore per il suo lavoro. E’ costretto a dire basta. E’ l’addio definitivo alle sue bici. «Con i problemi della mia zoppìa congenita – confessa Gino – ho dovuto convivere per tutta la vita, nonostante quattro interventi chirurgici, e relative convalescenze, in verità molto ridotte. Perchè quando hai una attività autonoma, se non lavori non mangi». Destino infame di tutte le partite Iva. Ora vive insieme a Maria, una delle sue sorelle. Nel 1993 i lettori di riviste specializzate del settore hanno votato l’officina di Gino Cappelli campione regionale dell’anno. Perchè opera, recita la motivazione, con rigore ed onestà. Gino conserva ancora quell’attestato incorniciato, insieme al gagliardetto della S.C. Picena, appeso alla parete del suo garage, come gli attrezzi e le chiavi inglesi, sempre ben ordinate. Non ha voluto privarsene. Non ancora. Potrebbero sempre servire. Anche adesso. E poi, più che utensili molto usati, rappresentano dei cimeli. Con un’anima anche loro, forse.

 

Lì sotto Gino ha posizionato anche il suo vecchio banco da lavoro. E’ sempre lo stesso, su cui ha lavorato per una vita nelle officine di corso Mazzini e di via della Fortezza. E’ datato 1949. Chissà quante migliaia di bici sono passate sopra quel bancone consunto. Un pezzo da museo, un oggetto di antiquariato oramai. Legno consumato, e nobilitato però dalle fatiche e dalle soddisfazioni di una vita lavorativa intera. Onesta. E appassionata.

 

 

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