
Escursionisti sulle potenti bancate calcaree della Montagna dei Fiori (ph G. Vecchioni)
di Gabriele Vecchioni
Quando l’escursionista abbandona l’asfalto per raggiungere il suo obiettivo (in montagna, in collina o, sempre più spesso, in pianura) entra in un mondo “altro”, quello dei sentieri: il fondo diventa di terra o di pietra e ai lati dell’itinerario non trova più case ma erbe e arbusti. È difficile per noi, moderni cittadini, immedesimarci negli antichi fruitori (contadini, pastori, mercanti, pellegrini) di queste vie, ancora utilizzate fino a qualche decennio fa. Proviamo a farlo con questo articolo.
Il sentiero è un percorso a fondo naturale tracciato in luoghi montani (o campestri) dal passaggio di uomini o animali; è, sempre, il percorso più logico e conveniente. La parola deriva dal francese antico sentier, a sua volta proveniente dal tardo latino semitarium che il linguista Giacomo Devoto fa discendere da semitare, camminare appartato.
I luoghi dove si trovano queste vie di comunicazione sono i posti dove meno forte è la presenza umana, cioè le aree naturali non (o poco) modificate dall’azione antropica.
Per tutti i camminatori, il sentiero rappresenta il mezzo di comunicazione con la montagna; in realtà, possiamo allargare la definizione al territorio perché si può camminare anche in collina e in pianura.
Molti di quanti percorrono i sentieri (o, più semplicemente, “camminano in montagna”) mettono al primo posto la performance, il raggiungimento dell’obiettivo atletico ma sempre più si sta affermando la motivazione “culturale”, la percorrenza di antiche vie legate a usi arcaici e a eventi storici.
C’è da rimarcare, però, la proliferazione dei cosiddetti Cammini, non sempre aderenti alla realtà storica del territorio (ormai, manca solo un “Cammino dei camminatori”): spesso, la parola “cammino” è usata come artificio comunicativo, una sorta di parola magica per dare dignità comunicativa a percorsi forzati.
Va visto, però, anche l’aspetto positivo: è sempre bene parlare (e scrivere) di territorio.
La conoscenza porta amore per l’ambiente e crea un humus fecondo per azioni di protezione e rispetto.
Tutto quello che riguarda il territorio (e il paesaggio) è degno di essere raccontato («Il paesaggio costituisce un bene culturale, inteso come monumentum ovvero testimonianza del passato, espressione di un insieme di valori, idee, credenze molto variabili e diviene un importante fattore di processi economici, sociali, politici e di sviluppo del territorio, F. Mitrotti, 2006»).

Una mulattiera lastricata (ph G. Vecchioni)
Ma torniamo all’argomento dell’articolo, quello della motivazione della “nascita” dei sentieri e del paesaggio. Alfonso Alessandrini ha scritto che «Rapporti complessi saldano pietre, piante, animali, uomini, per costruire quel sistema che si chiama paesaggio…, 1994».
William Augustus Coolidge (più semplicemente “il reverendo Coolidge”) alpinista e scrittore delle Alpi, figura mitica operante a cavallo dei secoli XIX e XX, scrisse che «C’è una differenza radicale tra l’attraversamento dei colli e la scalata delle cime. Se una cima è opera della natura, un passo alpino [col dovuto rispetto, possiamo sostituire l’affermazione con “un sentiero”] è opera dell’uomo. La cima di una montagna è un fenomeno geologico, mentre un passaggio non può essere tale fino al giorno in cui l’uomo non vi sia passato attribuendogli una geografia e uno scopo. I motivi che spingono il montanaro ad affrontare l’attraversamento di un colle sono sempre di ordine pratico: commercio, contrabbando, matrimonio, pellegrinaggio, fuga. Invece per salire in vetta serve una motivazione scientifica o esplorativa».
A margine di questa citazione, in un recente articolo (2023), Enrico Camanni chiosava: «Valichi e passaggi [e sentieri] non li hanno “inventati” gli escursionisti ma i valligiani, i militari, gli ambulanti, i fuggiaschi e i pellegrini». E concludeva: «I popoli della montagna sono quasi sempre migranti perché camminano verso le pianure, e ritorno, per integrare il lavoro dei campi con altri redditi. Percorrono strade e vie che diventano percorsi rituali, in cui ogni valle individua i propri mestieri e destinazioni».

Sentiero pastorale al Vallone della Montagna dei Fiori (ph G. Vecchioni)
Trasportando nel nostro territorio i concetti espressi nelle citazioni, possiamo considerare i sentieri della nostra zona e anche qui, scopriamo, “comunità mobili” che si spostavano lungo i sentieri e sulle mulattiere (una per tutte, quella, storica, che sale da Porta Cartara fino alla Montagna dei Fiori).

Il sentiero dei mietitori attraversa il rimboschimento a Pie’ di Vettore (ph Arquata Potest)
Sui Monti Sibillini troviamo, ai piedi dell’alta parete del Monte Vettore, un “Sentiero dei mietitori” utilizzato dai lavoratori che, partendo dalle quote più basse, seguivano la maturazione del grano, offrendo i propri servigi (la raccolta delle messi) a chi ne aveva necessità.
E poi, diversi “sentieri dei carbonai”, che riconosciamo dalla presenza delle aie carbonili, dove veniva costruita la struttura cupuliforme che avrebbe permesso la produzione del carbone. Nella faggeta, ancora oggi (il mestiere è diventato quasi un’attività museale), è facile incontrare piccole aree pianeggianti, spesso sorrette da muretti a secco: sono le piazzole, le aie carbonili per la produzione del carbone, ormai abbandonate.
E poi, tanti altri itinerari, utilizzati dai pastori d’estate per la monticazione, per condurre le greggi al pascolo: nella vicina Montagna dei Fiori, quinta meridionale della città picena, i sentieri portavano ai pascoli d’altitudine, dallo spietramento dei quali venivano innalzate le caciare, imitando un archetipo arcaico.

Una capanna pastorale (caciara, ph G. Vecchioni)
Una breve digressione sul paesaggio che caratterizza la Montagna dei Fiori, quello dei già citati pascoli d’altitudine, spesso “cenosi di sostituzione”, dominate dalle graminacee e ricavate da aree occupate in origine dal bosco.

Escursionisti penetrano nel querceto grazie a un’ampia sterrata di collegamento (ph C. Ricci)
Altri sentieri interessanti, legati ad attività umane, sono quelli che attraversano i rimboschimenti storici della Montagna dei Fiori: sono riforestazioni a pino nero, un’essenza (vegetale) frugale, adatta alle aree calcaree. In particolare, il primo dei due storici impianti di resinose è il Bosco della Casermetta, dovuto al lavoro coatto dei prigionieri austriaci della Grande Guerra, impiegati per rimboschire il versante orientale della Montagna, denudato qualche decennio prima dagli incendi appiccati dai soldati piemontesi per snidare i briganti che aiutavano i resistenti borbonici della Fortezza di Civitella del Tronto; il secondo impianto è la Pineta (o Bosco) dell’Impero, sul versante settentrionale del rilievo, realizzato nel 1936 per scopi celebrativi (il nome, come quello di altri rimboschimenti analoghi, voleva ricordare l’ avvenuta conquista dell’Etiopia da parte delle truppe coloniali italiane e la conseguente proclamazione dell’Impero).
Vicino a Montegallo, alle falde dei Sibillini, un breve anello escursionistico prende il nome di “Sentiero dei mulini”, per ricordare queste antiche attività, legate alla ricchezza d’acqua dei torrenti di montagna.
Non mancano sentieri storici, come quello dedicato alla lotta partigiana, il “Sentiero della Memoria” che parte dal monumento situato sul Pianoro del Colle San Marco e arriva al cippo commemorativo a Colle San Giacomo, dopo un panoramico percorso.
Interessante ricordare anche la cosiddetta “Via Metella”, sui Monti della Laga, un percorso che ricalca, in parte, il presunto itinerario di Annibale (ma mancano prove documentali che ne confermino la sua reale storicità). Dopo la battaglia del Trasimeno, e prima di quella di Canne, il condottiero cartaginese avrebbe condotto (sec. III aC) le sue truppe proprio attraverso le “nostre” montagne per raggiungere il litorale adriatico.

Tra i calanchi dell’Ascensione (ph P. Tarli)

In vista dei calanchi (ph A. Mozzoni)
Infine, i sentieri geografici, come quello “dei calanchi” sull’altra “montagna di Ascoli”, l’Ascensione, dove c’è un sentiero di ispirazione religiosa, la “via della processione” che da Polesio accompagna il simulacro della Madonna omonima fino alla chiesetta sulla vetta del Monte. Sul territorio dell’Ascensione transita un tratto del recente Cammino dei Cappuccini, che arriva ad Ascoli partendo da Fabriano.

Nella Fessa fossilifera di Smerillo (ph C. Ricci)
Tra Smerillo e Montefalcone, nel vicino Fermano, lo splendido sentiero della Fessa, un tuffo tra antichi depositi marini, per apprezzare fossili e rarità botaniche (la faggeta “depressa”, cioè di bassa quota).

Tra i boschi di San Gerbone, nella Laga acquasantana (ph C. Ricci)
Possiamo chiudere il pezzo ricordando che l’incompleta lista di sentieristica dedicata della nostra zona si può ben riassumere in una frase scritta per la Montagna dei Fiori, sempre molto presente negli articoli di Cronache Picene: «Una moltitudine di persone ha frequentato i sentieri della Montagna dei Fiori, luogo storico per eccellenza [ma forse era meglio scrivere “le nostre montagne”]. Re e papi, monaci ed eremiti, soldati e briganti, carbonai e pastori, viandanti e partigiani, tutti hanno lasciato una traccia sulla sua “pelle”».
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