
Area del Gran Sasso. Pizzo Cefalone. In secondo piano, i Monti Gemelli e, più lontana, l’Ascensione (ph C. Ricci)
di Gabriele Vecchioni
Il patrimonio naturalistico del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga mostra una notevole biodiversità, grazie all’estensione del territorio e alla varietà degli ecosistemi presenti; nel territorio del Parco esistono circa 2700 specie di piante (2678, per l’esattezza) e numerosi grandi mammiferi. Il Gran Sasso si caratterizza per la notevole estensione dei pascoli (con magnifiche fioriture) mentre i Monti della Laga sono in gran parte ricoperti da boschi, quindi con una grande ricchezza del patrimonio arboreo. A questo proposito, circa la metà del territorio del Parco Nazionale è coperto da boschi, per la maggior parte dell’area teramana e dei Monti della Laga.

Tra i boschi della Laga (Valle delle Cento fonti, ph C. Ricci)
Per quanto riguarda la flora ricordiamo le fioriture di peonie, fritillarie, narcisi e una grande varietà di orchidee spontanee con circa 85 specie: il rilievo più elevato dei Monti Gemelli è la Montagna dei Fiori (nomina sunt omina). Una piccola digressione tra le scienze e la matematica: la flora d’Italia comprende circa 10 000 specie (9897, per la precisione), il Parco Nazionale Gran Sasso-Laga circa 2300 (2364), quindi poco meno di un quinto dell’intera flora del Paese.
Per la vegetazione, gli estesi boschi: alle quote più basse si incontrano querceti e castagneti mentre la faggeta domina le altitudini comprese tra i 1000 e i 1800 m di quota. Si incontrano anche il più raro abete bianco (nella Laga acquasantana) e la betulla. Sono presenti anche diversi, importanti rimboschimenti di resinose e misti, con cedri e ciliegi, dalle magnifiche fioriture primaverili; gli alberi da frutto nei rimboschimenti servivano per l’avifauna.

Una mulattiera aperta nel bosco (ph G. Vecchioni)
Il patrimonio faunistico. La specie più interessante è il camoscio d’Abruzzo (definito «il camoscio più bello del mondo», un ungulato caratteristico della montagna appenninica, presente qui con oltre 1000 esemplari. Il camoscio è stato reintrodotto, nel 2008, nel Parco Nazionale dei Sibillini; c’è una colonia stabile di circa 300 esemplari sui versanti rocciosi del Monte Bove.
Notevole anche la presenza di coppie di aquile nidificanti. Il lupo, leggendario predatore appenninico, è presente nel Parco con una popolazione di poco meno di 150 esemplari e sta «tornando a cacciare la sua prede principale, il cinghiale». Sui più vicini Monti Gemelli, il ricco patrimonio faunistico (in particolare l’avifauna) è legato, oltre che alla straordinaria varietà di ambienti che possono offrire, alla posizione geografica di interposizione della piccola dorsale tra le catene montuose dell’Appennino Centrale e le colline del Teramano.

Incontri. Manutenzione di una mulattiera nell’area della Laga (ph G. Vecchioni)
Nella lista (brevissima) mancano animali che è più difficile incontrare ma presenti sul territorio del Parco, quali l’orso (rarissimo l’incontro, peraltro solo visivo e non-ravvicinato), il gatto selvatico (elusivo mammifero che evita accuratamente l’incontro con il “pericoloso” umano) e il maestoso cervo, con una popolazione di circa 500 esemplari e del quale, a volte, si possono rinvenire i palchi (corna) abbandonati.
L’uomo e il territorio.
Il Parco Nazionale, oltre ad essere un’area importante per la ricchezza della biodiversità, lo è anche dal punto di vista storico. I beni culturali sono una ricchezza diffusa in tutta l’area del Parco. Ne sono testimoni i borghi medievali, le aree archeologiche, i luoghi della spiritualità (gli eremi, le chiese), i castelli, l’architettura pastorale minore (le capanne di pietra a secco, gli stazzi); c’è da considerare il patrimonio immateriale costituito dalle tradizioni e dalla cultura della gente e anche la cosiddetta “restanza”, la volontà tenace di rimanere fedele alla propria storia antica (ora va di moda definirla “le proprie radici”).

Cervo (ph Parco Naz. Gran Sasso-Laga)
All’aspetto culturale possiamo aggiungere anche quello paesaggistico (veramente straordinario) dato che il paesaggio nasce dallo stretto rapporto tra l’uomo e la natura: la plurisecolare azione antropica ha modellato il paesaggio con una quantità di costruzioni e di infrastrutture che punteggiano il territorio e creano un unicum affascinante. Vediamo, nel prosieguo dell’articolo, quali sono le attività umane tradizionali che, più di altre, hanno caratterizzato il territorio che stiamo considerando.
L’economia del bosco era la risorsa principale dei borghi montani. Spesso i boschi erano di proprietà collettiva (le cosiddette Università abruzzesi e le Comunanze marchigiane) e, per la produzione di legname, erano governati a ceduo, lasciando le cosiddette “matricine” per il rinnovamento. Oltre al legname, il bosco produce funghi e altri prodotti eduli, come le castagne e una successiva lavorazione permette la fattura di carbone, come vedremo più avanti. L’esbosco, ora effettuato con mezzi meccanici in maniera spesso distruttiva (realizzando strade e piazzole di manovra, molte volte devastando il sottobosco e modificando l’ambiente) avveniva con l’utilizzo dei muli, fedeli compagni dei boscaioli. Nell’area del parco, l’asporto di legname è, comunque, codificato e controllato.

Carbonaia pronta per l’accensione (ph C. Ricci)
Le carbonaie.
Le cronache celebrano spesso una figura ormai “fuori dal tempo”, quella dei carbonai, maestri di un’arte antica tipica del territorio appenninico. La trasformazione della legna in carbone, un’attività lavorativa complementare un tempo fiorente è riproposta nel corso di manifestazioni culturali. Ai “maestri del fuoco” Cronache picene ha dedicato un articolo (leggilo qui), pertanto non ci dilunghiamo su questa pur affascinante “arte”: bisognava avere una grande sapienza lavorativa per sistemare la legna nella carbonaia e gestirne poi la lenta combustione.

Scena pastorale nell’area della Monti Gemelli (ph G. Vecchioni)
La pastorizia.
È l’attività economica tradizionale degli Appennini. «I pascoli (quasi tutti biocenòsi di sostituzione, per l’abbassamento del limite superiore dei boschi per il disboscamento) delle nostre montagne (e dell’Appennino in generale) sono poco erbosi e non permettono lo sfalcio: non sono adatti ai bovini ma vanno bene per gli ovini». La natura del territorio ha imposto condizioni seminomadi di lavoro: i conduttori delle greggi avevano la casa di abitazione nei borghi alle pendici della montagna e, durante la bella stagione, sfruttavano ricoveri temporanei alle quote più elevate (capanne in pietra a secco o stazzi o jacci). Dal Gran Sasso (ma anche dalle montagne e dai centri più vicini)) partivano numeri enormi di pecore per la migrazione temporanea della transumanza, alla quale Cronache picene ha già dedicato articoli, ai quali si rimanda (leggili qui).

Sentiero nel bosco (ph D. Cornacchia)
Conclusioni.
Chiudiamo questo breve (anzi brevissimo) articolo sul Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga con la menzione di un’altra delle caratteristiche dell’area protetta, meritevole di ben altro spazio: la qualità (e la varietà) dei prodotti enogastronomici. Lo facciamo con un elenco (tra l’altro, parziale): le virtù e i timballi teramani, le lenticchie di Santo Stefano in Sessanio, le olive all’ascolana, lo zafferano dell’Aquila, le mortadelle di Campotosto, il guanciale di Amatrice, gli ovini di Campo Imperatore, il formaggio pecorino di Farindola e il canestrato di Castel del Monte, i marroni della Laga e, poi, funghi, tartufi, ecc…

Paesi in abbandono. La porta azzurra (ph G. Vecchioni)

Triplo abbandono (calesse, casa e paese, ph G. Vecchioni)

La gastronomia del Parco

Formaggi prodotti nell’area stessa di pascolo (ph G. Lattanzi)
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