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I protagonisti: Domenico “Meco” Agostini

VENTINOVESIMA puntata della rubrica di Cronache Picene "Ascoli e Sambenedettese, un secolo di rivalità". Storie di sport, ma non solo
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Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto. Oltre alla rivalità sportiva, talvolta becera, c’è di più. Ci sono realtà figlie di passati gloriosi, che ai due centri hanno conferito prestigio. Ci sono state persone, popoli, storie e culture diverse, di pari dignità, separate solo da una manciata di chilometri, da conoscere, raccontare e tramandare. Accomunate, tutte, da un “eroismo” straordinario, che nessun astio, fazioso e municipalistico, può e deve cancellare. Di cui andare, tutti insieme, indistintamente, orgogliosi. L’amore cieco e sordo per il proprio campanile, il fanatismo che, in ogni campo, tutto avvelena, rischiano di farci ignorare, sia sotto il Torrione che in Piazza del Popolo, il meglio che, su entrambe le sponde, nei più diversi campi, con valore, sacrificio e abnegazione, durante lo scorrere degli ultimi secoli le nostre genti sono riuscite a costruire. A puntate, su Cronache Picene, racconteremo senza presunzione la Storia dei due centri. Sportiva e non. Scritta dai grandi personaggi del passato, soprattutto quelli meno celebri, da tramandare ai più giovani, e ai posteri, spesso ignari. Attraverso le glorie e le infamie, i fasti e le tragedie. Le pagine più esaltanti e i giorni più neri. Senza partigianerie e autoincensamenti di sorta. Senza sconti, che la Storia non può concedere a nessuno. Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto. Non più cugine invidiose e malevoli. Ma sorelle unite. E regine, entrambe, del Piceno e delle Marche. Non solo sui campi di calcio.

 

Al “Del Duca” contro l’Inter: a marcarlo è Bergomi

PUNTATA n. 29

 

Uno dei giocatori che visse l’ultima stagione con Ascoli e Sambenedettese nello stesso campionato di serie B, quella 85/86, è Domenico “Meco” Agostini. Ascolano purosangue, e cresciuto nel ricco vivaio bianconero di fine anni Settanta e primi anni Ottanta. Anni d’oro per i colori bianconeri.

 

«Credo di essere stato uno dei pochi ascolani, insieme a Peppe Iachini, a giocare da ascolano un derby contro la Samb in epoca moderna. All’andata pareggiammo al “Riviera delle Palme”. Al ritorno rimasi fuori per un infortunio, ma ricordo bene quella gara a cui, purtroppo, ho dovuto assistere dalla tribuna. I rapporti fra I due presidenti, Rozzi e Zoboletti, erano ottimi, allo stadio quella domenica erano seduti fianco a fianco, ma Boskov quella partita la preparò come tutte le altre, perchè era uno che voleva vincere sempre, e non ci parlò mai di un accordo per pareggiare.

In casi come questo, quando un punto accontenta tutti, e succede spesso, in campo fra i giocatori di entrambe e squadre, sia per una sorta di etica professionale, una legge non scritta, sia che per conservare buoni rapporti fra colleghi, capita di “accomodarsi” nel reciproco interesse. La partita fu giocata senza il coltello fra i denti, è vero, senza una grande tensione agonistica, da entrambe le parti, perchè entrambe erano già predisposte psicologicamente alla divisione della posta e nessuna delle due aveva interesse a rischiare di fallire i rispettivi obiettivi.

Un eccesso di “cattiveria” avrebbe potuto, infiammando la gara, compromettere la salvezza della Samb da una parte, e la promozione dell’Ascoli in serie A dall’altra, in questo caso. Con un pari, invece, la festa sarebbe stata comune. Un occasione per riavvicinare le tifoserie, per spegnere definitivamente tutti i vecchi rancori. Capita spesso sui campi di calcio.

A me è successo altre volte. In un derby del sud, ad esempio, con il mio Taranto grazie ad un pareggio accettato su entrambi i fronti, salvammo il Messina. Ci sta. Invece quel giorno, nel dopo partita, i nostri tifosi ci contestarono duramente, e ci furono scontri con le forze dell’ordine che tentavano di evitare il contatto fra gli opposti schieramenti. Nel giorno più felice per tutti, una buona occasione di riappacificazione persa».

Eccolo nell’album della “Panini”

Va molto diversamente, invece, in situazione analoga, l’anno dopo. 17 maggio 1987. In Ascoli arriva il Napoli di Maradona, che ha conquistato il primo scudetto della sua storia la domenica precedente al “San Paolo”, ed è seguito in massa dai suoi tifosi ancora sotto la sbornia dei festeggiamenti.

All’Ascoli di Mazzone manca solo un punto invece per raggiungere matematicamente l’agognata salvezza. La festa può essere doppia, generale, comune. E pareggio è alla fine. 1-1 stavolta. Al gol del vantaggio di Carnevale dopo pochi minuti di gioco, risponde Barbuti in apertura di ripresa. Al suo gol esulta anche la curva napoletana che omaggia anche Costantino Rozzi con un mazzo di fiori. Immancabile, pacifica, festosa invasione finale dei tifosi di entrambe le curve gremite all’inverosimile, che, in campo, si abbracciano e fraternizzano con quelli avversari.

Meco oggi, 57 anni

«Ricordo che la curva napoletana iniziò subito dopo il gol di Carnevale a fare il tifo per noi, e anche i giocatori partenopei in campo ci incoraggiarono fino a quando non venne ristabilita la parità. E che gran festa collettiva alla fine! Davvero un bel giorno dopo tutte le battaglie che avevamo combattuto, noi e loro, per l’intera stagione».

Meco (a destra) al “Del Duca” insieme al padre Nazareno e al fratello più piccolo Massimo: è il 14 giugno 1972 e l’Ascoli festeggia la prima promozione in B affrontando il Milan in amichevole

Domenico “Meco” Agostini, sette anni, dal 1982 al 1989, con oltre cento presenze nella squadra della sua città, eroe della finale di Mitropa Cup vinta dall’Ascoli di Ilario Castagner nel 1986, vive il suo giorno di gloria il 22 novembre 1987. Nona di andata, scontro diretto in chiave salvezza contro il Pisa. Il suo gol del provvisorio vantaggio, è un autentico eurogol, in sforbiciata volante all’altezza del dischetto del rigore. La “Domenica Sportiva” lo ripropone più volte, anche al rallentatore, per permettere a tutto il pubblico calciofilo italiano di godere del suo sublime gesto tecnico. Un onore riservato a pochi campioni.

«Quella è stata la ciliegina sulla torta della mia carriera di ascolano in bianconero. Sono stato veramente fortunato a vivere quegli anni. Ma c’è da dire che, successivamente, ho fatto gol anche alla Sambenedettese, A Chieti con la maglia del Taranto in serie C segnai il gol del 3-1. Credo di essere stato uno dei pochi ascolani a riuscirci, ma penso sia ora di finirla con questo astio fra le due città. Va bene un pò di campanilismo, ma qui spesso si è esagerato. La tragedia di Strulli gettò altra benzina sul fuoco, ma la rivalità era esasperata, su entrambe le sponde, già da molto prima di quel bruttissimo giorno.

Un’estate, nel 1989 mi sembra, ero in vacanza in America dopo una delle tante salvezze conquistate con l’Ascoli in serie A. Mio padre mi telefonò ad un orario impossibile solo per annunciarmi che la Samb era retrocessa in serie C, ma a me, come del resto anche a tanti altri ascolani, non è che la cosa importasse molto».

L’ultimo derby 85-86 il giorno dopo su “Il Resto del Carlino”

 

(continua)

 




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