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La Sanità pubblica rischia la fuga all’estero di professionisti: l’allarme del Nursind

ASCOLI - Il 31 gennaio l'Ast picena ha preso atto delle dimissioni di 4 tecnici di Radiologia medica. Uno di loro andrà a lavorare in Germania e porterà la moglie, infermiera a tempo indeterminato. Pelosi, segretario territoriale del sindacato infermieri, parla con i mano dati preoccupanti: «In Italia pochi soldi e carichi di lavoro insostenibili»
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Maurizio Pelosi

 

Balza agli occhi, tra le determine di Ast Ascoli, che in un solo giorno (il 31 gennaio) si prende atto del recesso dal rapporto a tempo indeterminato di 4 tecnici di Radiologia Medica.

Una coincidenza forse. Qualcuno potrebbe aver trovato il modo di riavvicinarsi a casa, attraverso un bando mobilità. O per scelta professionale. Tanti medici, tecnici o infermieri vanno e vengono.

 

Ma uno dei quattro che di recente ha chiesto le dimissioni dalla Sanità pubblica picena, a partire dal primo aprile, andrà a lavorare all’estero. In Germania per l’esattezza. Ed entro l’anno porterà anche la moglie, infermiera a tempo indeterminato. 

 

«Il tema – commenta Maurizio Pelosi, segretario del Nursind di Ascoli – è noto e rischia di diventare un’emergenza. 

Sto ricevendo numerose telefonate riguardo alla procedura di dimissione volontaria per trasferirsi all’estero.

Ritengo che sia necessaria una seria riflessione nella nostra provincia e nelle Marche.

È tassativo che tute le istituzioni si impegnino per fermare questa fuga, altrimenti il Sistema Sanitario Nazionale rischia di deteriorarsi rapidamente, o addirittura di dover dipendere da professionisti sanitari provenienti dall’estero, come ad esempio dall’India».

 

Le parole di Pelosi sono supportate dai dati, forniti dall’Associazione medici di origine straniera in Italia (AMSI) e dall’Unione Medica Euro Mediterranea (UMEM), regione per regione.

 

La regione con più richieste di trasferimento all’estero è la Lombardia, con 630 casi nel 2023 (di cui 430 medici e 125 infermieri e professionisti della sanità).

Seguono il Veneto con 600 e il Piemonte con 550.

Non va meglio però per le altre regioni: nel Lazio se ne contano 515, in Campania 475, in Calabria e Emilia-Romagna 450, in Puglia e Sicilia 300, in Toscana 275, in Liguria 250, nelle Marche 225, in Sardegna 200, in Umbria 175, in Trentino-Alto Adige 150, in Abruzzo 105, in Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta 100, in Basilicata e Molise 75.

 

«I numeri da parte della Federazione Nazionale degli infermieri – aggiunge Pelosi – da questo punto di vista, fanno  da megafono al settore che da mesi chiede aiuto.

Secondo le stime, infatti, 127.000 sono i pensionamenti di infermieri al 2033».

 

Ma qual è il motivo di voler andare a lavorare all’estero, per un professionista della sanità pubblica italiana?

 

«Nei Paesi del Golfo Persico, tanto per fare un esempio – continua Pelosi, sempre sulla scorta di studi – gli stipendi vanno dai 3.000 ai 6.000 euro, ci sono agevolazioni fiscali, burocrazia snella, aiuti per l’inserimento scolastico dei figli.

Sono sirene allettanti alle orecchie di professionisti spesso sottoposti a carichi di lavoro enormi e con stipendi inadeguati.

 

Lo studio “Bene” (Benessere degli Infermieri e staffing sicuro negli ospedali) realizzato dall’Università di Genova con la Federazione nazionale degli infermieri (Fnopi) ha fatto un quadro del grado di stress dei professionisti e dei suoi principali motivi, rapportandolo con le possibili ricadute sull’assistenza.

Secondo lo studio – sono ancora le parole di Pelosi – il 59% degli infermieri in servizio negli ospedali italiani è molto stressato e il 36% sente di non avere il controllo sul proprio carico di lavoro.

Il 47,3% si percepisce “privo di energia” e nel 40,2% dei casi si ravvisa un esaurimento emotivo elevato.

Il 45,4% ritiene che l’impegno professionale non lasci abbastanza tempo per la propria vita personale e familiare.

 

Alla domanda sulla possibilità di lasciare entro il prossimo anno l’ospedale a causa dell’insoddisfazione lavorativa, quasi la metà degli infermieri ha risposto in modo affermativo (45.2%)». 

m.n.g.


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