Trump, Iran, Putin, Ucraina, Medio Oriente, Venezuela. Geopolitica. Ma soprattutto, guerra. Parole, nomi, zona del mondo che insistono nelle cronache internazionali, suscitando non poca preoccupazione per la situazione internazionale. Abbiamo cercate di allargare il quadro ricomprendendolo in un discorso generale, parlandone con Pierluigi Sabatini, ascolano classe 1991, collaboratore parlamentare dal 2018 e cultore della materia per la disciplina “Eu policies and global challenges” presso l’Università della Lumsa di Roma, oltre che presidente dell’associazione “Geocrazia”.

L’ex presidente eletto del Venezuela Urrutia con Sabatini
Come valuta l’attuale situazione in Medio Oriente?
«Credo che la situazione in Medio Oriente sia estremamente complessa. La rimozione di Khamenei rappresenta senza dubbio un’importante opportunità per il ripristino democratico all’interno dello Stato iraniano, che dal 1979 ha costituito uno dei principali punti di riferimento del fondamentalismo islamico. Nella regione mediorientale, infatti, l’instabilità è stata spesso alimentata da questo regime che, oltre a reprimere violentemente il dissenso interno e a provocare la morte di migliaia di donne innocenti, ha anche promosso significative azioni terroristiche nel mondo e la diffusione dell’antisemitismo. Per questo motivo, la caduta dell’Ayatollah rappresenta certamente un’opportunità per costruire un Medio Oriente più civile, più equilibrato e, auspicabilmente, anche più pacifico».
Qual è ora la sfida principale per l’Iran?
«Il problema principale oggi è agire rapidamente per individuare un leader capace di guidare l’Iran in una fase di transizione solida. È proprio qui che si colloca la questione più delicata e il rischio concreto di un conflitto. All’interno del Paese, ma anche all’estero, esistono diverse voci e correnti politiche. Se non si agirà con tempestività, potrebbe emergere una lotta per il potere. Sarà quindi fondamentale individuare quanto prima un leader che possa essere sostenuto dalla comunità internazionale, ma che allo stesso tempo goda di un riconoscimento interno tra gli iraniani».
Quali sono le principali figure o correnti in campo?

Sabatini con il Ministro indiano del Commercio e dell’Industria Piyush Goyal
«Attualmente esistono diverse fazioni. Una di queste è rappresentata dal figlio maggiore dello Scià, Reza Pahlavi, che si è dimostrato favorevole a una transizione democratica e ha promosso importanti aperture politiche, cercando di riportare l’Iran a un modello simile a quello precedente alla rivoluzione del 1979. Si tratta di una figura molto attenta ai diritti civili e alla valorizzazione delle donne. Recentemente si è svolto a Monaco un grande incontro promosso proprio dall’erede dello Scià, e questo dimostra che tale corrente gode di una certa credibilità a livello internazionale. Resta però da capire se riuscirà a ottenere anche un forte sostegno all’interno del Paese. Un’altra corrente importante è quella guidata da Maryam Rajavi. Anche questa figura è molto accreditata sul piano internazionale e mantiene alcuni legami interni in Iran, sebbene sia difficile valutarne la reale profondità. Rajavi ha una visione diversa rispetto alla corrente monarchica: rimane legata alla religione islamica, ma propone una rappresentazione più aperta e inclusiva. Il movimento legato a Rajavi promuove da anni relazioni interculturali e dialogo internazionale. La stessa Rajavi ha subito gravi perdite personali a causa dell’attuale regime, e anche il suo movimento ha costruito negli anni una rete significativa di relazioni con la comunità internazionale».
Esiste il rischio di una guerra civile?
«Sì, purtroppo è un rischio concreto. All’interno dell’Iran, più che fuori, esistono diverse fazioni, spesso molto diverse tra loro, che potrebbero richiedere una legittimazione generando una corsa per ottenere il potere. Occorrerebbe unire quanto più possibile tutte le voci che vogliono rovesciare il regime e tentare di creare un comitato di liberazione nazionale. In alternativa, il mio auspicio, è che la comunità internazionale, insieme al popolo iraniano, riescano a individuare una leadership capace di riportare l’Iran ad essere uno Stato pacifico e aperto, anche dal punto di vista dei diritti e dei valori civili che in passato aveva conosciuto».

A destra, il presidente argentino Javier Gerardo Milei
Dal punto di vista militare come sta evolvendo la situazione?
«Sul piano militare l’Iran sembra rispondere sempre meno. Anche nello stretto di Hormuz si è registrato un rallentamento delle pressioni. Potrebbe trattarsi di una scelta tattica, forse un tentativo di guadagnare tempo per aprire possibili negoziati. Ciò che è certo è che, di fronte a una presa di posizione forte e risolutiva da parte del presidente Trump, ancora una volta hanno parlato i fatti più delle parole. Chi accusa Trump di non aver rispettato il diritto internazionale probabilmente non ha ben chiaro cosa significhi davvero quel principio. Vorrei ricordare ciò che avvenne in Libia con l’applicazione del principio internazionale della “responsibility to protect”. L’intervento contro un dittatore sanguinario come l’Ayatollah può essere letto proprio all’interno di questa logica: non si può accettare che un dittatore uccida arbitrariamente, senza processo, giovani, donne e bambini solo perché chiedono libertà. E oggi molte persone che cantano “Bella Ciao” nelle piazze e criticano l’intervento occidentale possono farlo proprio perché, in passato, gli Stati Uniti intervennero per liberarci da regimi che negavano la libertà di espressione».
A proposito di Trump e diritto internazionale: come valuta quanto accaduto in Venezuela?
«Differentemente dalla questione iraniana il Venezuela aveva una opposizione univoca rafforzata anche dagli Stati confinanti imbottiti da numerosi esuli venezuelani che Maduro ha fatto uscire e che rappresentano la principale fonte di criminalità in Equador ed in Peru (non è un caso che in quest’ultimo Stato vi sia stata la vittoria di un presidente di destra molto vicino alle idee di Trump)».
Quali saranno le prossime sfide geopolitiche?
«Le sfide principali riguarderanno soprattutto il commercio internazionale. La crisi mediorientale non ha effetti soltanto sul prezzo dei carburanti, ma anche sulle principali rotte commerciali. Non c’è solo lo stretto di Hormuz: uno dei corridoi fondamentali per gli scambi tra Europa e India è il progetto Imec. Attualmente il commissario straordinario Francesco Talò sta svolgendo un lavoro molto importante su questo fronte. Tuttavia, il ruolo dei Paesi del Golfo resta decisivo per rendere il progetto realmente efficiente. Questo accordo è stato recentemente discusso anche in vari forum internazionali, ai quali ho avuto modo di partecipare. Si ritiene che il commercio indo-europeo possa diventare un potente motore di crescita economica».

Donald Trump
E sul fronte energetico?
«Un altro aspetto fondamentale riguarda gli effetti collaterali della crisi nei Paesi del Golfo, dove si registrano momenti di blocco nella produzione e distribuzione di carburante. Questo naturalmente impone anche una riflessione su altre aree di crisi, come l’Ucraina. La guerra tra Russia e Ucraina è ormai entrata in una fase di stallo: ci sono avanzate minime e alterne, ma nessuna svolta decisiva. La crisi iraniana ha inevitabilmente incrociato anche quella ucraina sul piano geopolitico. Il mio auspicio è che si possa arrivare a negoziati seri per porre fine alla guerra. Quando muoiono così tante persone, non esistono vincitori. Il vero sconfitto di ogni guerra è una generazione di giovani perduta. Per questo credo che sia fondamentale lavorare per far cessare il conflitto il prima possibile. L’Europa dovrebbe assumere un ruolo più deciso per favorire una soluzione negoziale e contribuire a mettere fine a questa guerra».
Guardando oltre il Medio Oriente, quali altre dinamiche geopolitiche ritiene rilevanti in questo momento?
«Dal punto di vista geopolitico vorrei sottolineare anche l’iniziativa promossa dal presidente Donald Trump la scorsa settimana per rafforzare i rapporti con i Paesi del continente americano. Si tratta di un’azione di straordinaria rilevanza strategica, perché dimostra come oggi gli Stati Uniti stiano comprendendo sempre più il valore dell’America Latina come partner per una crescita economica, commerciale ed energetica condivisa. Diversi Paesi dell’America Centrale e del Sud America possono rappresentare nuove opportunità di cooperazione. Penso, ad esempio, all’Argentina e agli ottimi rapporti tra il presidente Javier Milei e il presidente Trump. Questa relazione potrebbe contribuire a riconfigurare importanti rotte commerciali, anche sul piano energetico e degli idrocarburi. L’Argentina, infatti, possiede nel sito di Vaca Muerta una delle riserve di petrolio e gas più grandi e meno sfruttate al mondo. Molti degli stati coinvolti, fino a pochi anni fa erano considerati ostili, oggi rappresentano partner sempre più affidabili anche dal punto di vista della sicurezza e della cooperazione internazionale».

Pierluigi Sabatini
La percezione è quella che, soprattutto negli ultimi anni, il termine “pace” stia diventando una parola da ascrivere al libro dei sogni più che al vocabolario quotidiano: quanta responsabilità hanno i leader internazionali in tutto ciò?
«Il concetto di pace dovrebbe essere riportato ad un principio realista dove il caos internazionale oggi vede come principio ordinatore un rapporto di forza da parte degli Stati più forti. Nella ciclicità della storia questo è avvenuto quando determinate situazioni avevano rischiato di compromettere la sicurezza mondiale, tuttavia analizzando la dottrina Trump, ad essere a rischio dopo oltre sessant’anni era lo status quo internazionale. Trump doveva agire visto la politica estera fallimentare del proprio predecessore».
Un’ultima domanda “locale”: cosa pensa delle iniziative sulla geopolitica ad Ascoli?
«Per quanto riguarda le iniziative di geopolitica ad Ascoli, non conosco il programma anche perché non sono stato coinvolto. Da ascolano di origine posso solo augurarmi che si tratti di un evento che possa dare prestigio alla nostra città rafforzardone il profilo internazionale. Qualsiasi iniziativa che possa valorizzare il nostro territorio e fare crescere la nostra comunità locale attraverso la conoscenza di personaggi di rilievo nel dibattito internazionale è certamente positiva».
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