Guido Castelli

 

A dieci anni dal terremoto del 2016, parlare dell’Appennino centrale significa innanzitutto riconoscere ciò che questi territori hanno perduto. Il sisma ha colpito comunità che già prima delle scosse dovevano confrontarsi con invecchiamento, denatalità, riduzione della popolazione e progressivo indebolimento dei servizi. Negli anni immediatamente successivi, le difficoltà del rientro e i tempi della ricostruzione hanno reso ancora più fragile questo equilibrio.

 

Lo spopolamento, dunque, esiste, come esiste negli altri territori delle aree interne a livello nazionale, e resta probabilmente la questione più difficile che la ricostruzione deve affrontare. Sarebbe sbagliato negarlo, così come sarebbe semplicistico pensare che basti ricostruire gli edifici per riportare automaticamente le persone nei paesi. Ma sarebbe altrettanto incompleto non guardare a ciò che è accaduto negli ultimi anni.

 

Perché, dopo una fase iniziale molto difficile, alcuni indicatori stanno mostrando un cambiamento. Non ancora un’inversione definitiva, né la soluzione di problemi che hanno radici profonde, ma un rallentamento del declino e alcuni segnali concreti di recupero. Lo spopolamento continua, ma rallenta.

Il dato più delicato è quello demografico e va letto senza forzature. Tra il 2019 e il 2022 la popolazione del cratere diminuiva mediamente dello 0,8% ogni anno. Dal 2023 il calo medio annuo è sceso allo 0,3%, con miglioramenti particolarmente significativi nelle aree di Ascoli, Macerata, Teramo e Fermo. Anche il saldo migratorio offre un segnale interessante: era negativo per 107 unità nel 2019 ed è diventato positivo per 167 unità nel 2025.

 

Sono segnali che non autorizzano a considerare risolto il problema, ma dicono qualcosa di importante: il ritmo con cui questi territori perdevano popolazione si sta riducendo e il saldo migratorio ha cambiato segno.

 

Le proiezioni demografiche aiutano a comprenderne il possibile significato nel lungo periodo.

Nello scenario più negativo successivo al sisma, il Cratere 2016 sarebbe sceso a circa 423 mila residenti nel 2044. Incorporando le dinamiche più recenti e gli effetti della ricostruzione, la proiezione arriva a circa 468 mila: quasi 44 mila residenti in più rispetto allo scenario più critico. È uno scenario prospettico, ma indica che la traiettoria può essere modificata.

 

Un cantiere della ricostruzione

Questo cambiamento coincide con una fase di forte accelerazione della ricostruzione. Una ricostruzione che negli ultimi tre anni ha cambiato passo. Al 31 maggio 2026, per la ricostruzione privata risultano concessi 12,59 miliardi di euro e liquidati oltre 8 miliardi; il 69% delle liquidazioni è avvenuto dal 2023, mentre quasi 2 miliardi sono stati liquidati nell’ultimo anno.

Nella ricostruzione pubblica sono programmati 3.667 interventi per oltre 4,85 miliardi, avviati al 97,5%. Anche qui i numeri non possono cancellare i ritardi accumulati nei primi anni, dicono però che negli ultimi tre anni la ricostruzione è entrata in una fase diversa, nella quale un numero crescente di interventi si trasforma concretamente in cantieri, lavori conclusi e famiglie che possono rientrare.

Nell’ultimo anno sono rientrate oltre 1.300 famiglie, circa 2.800 persone; nel triennio i nuclei rientrati sono stati 5.500. I cantieri privati conclusi sono 14.968 su 23.361, mentre 8.393 sono in corso.

Dietro questi numeri non ci sono soltanto edifici. Ci sono persone che tornano ad abitare una casa e comunità che recuperano pezzi della propria vita quotidiana.

 

Una casa ricostruita, tuttavia, non è sufficiente se intorno mancano lavoro e prospettive, il lavoro è una delle condizioni per restare. Per questo uno dei dati da osservare con maggiore attenzione riguarda il mercato del lavoro.
Nel 2025, nei 138 Comuni del cratere, sono stati registrati 106.116 contratti attivati, il valore più alto dell’intera serie storica e il terzo record consecutivo. Il saldo tra attivazioni e cessazioni è positivo da tre anni e nel triennio si registrano quasi 16 mila rapporti in più. Nei Comuni maggiormente colpiti le attivazioni sono cresciute del 14,2% in due anni.

Naturalmente un contratto attivato non equivale automaticamente a un nuovo posto di lavoro stabile e non tutti questi risultati possono essere attribuiti alla ricostruzione. È però un indicatore amministrativo reale del dinamismo del mercato del lavoro locale. Ed è importante osservare anche dove nasce questo lavoro.

 

 

La partenza dei lavori a Tufo di Arquata del Tronto

Le costruzioni rappresentano il 13,7% delle assunzioni e sono il quarto settore per numero di attivazioni. Oltre otto contratti su dieci vengono quindi attivati al di fuori dei cantieri, nei servizi alla persona, nella ristorazione, nella sanità e negli altri settori dell’economia locale.

 

Questo è forse uno dei segnali più interessanti: la ricostruzione può produrre un effetto che va oltre il tempo necessariamente limitato dei cantieri, se riesce ad accompagnare la nascita e il rafforzamento di un’economia capace di durare.

 

Sappiamo bene che la sfida decisiva sono i giovani. Il futuro di questi territori si misurerà soprattutto sulla possibilità per un giovane di scegliere liberamente di restare o di tornare. Nel 2025 il 41,5% delle assunzioni nei Comuni del cratere ha riguardato under 35. Nei Comuni maggiormente colpiti la quota raggiunge il 44,5%. È un dato significativo, soprattutto in territori nei quali l’invecchiamento della popolazione rappresenta uno dei problemi strutturali.

 

Ma anche questo numero va interpretato correttamente. Avere un’opportunità di lavoro non significa automaticamente poter costruire qui la propria vita. Per trattenere un giovane servono una casa accessibile, mobilità, formazione, connessioni digitali, scuole, servizi sanitari e sociali e occasioni di crescita professionale. È su questo terreno che l’esperienza della ricostruzione può contribuire a tracciare una direzione per le politiche di sviluppo: trasformare le opportunità che stanno emergendo in condizioni concrete per restare, tornare e costruire qui il proprio futuro.

 

Crescono anche i redditi. Accanto al lavoro si registra un miglioramento della capacità economica.
Il valore aggiunto dei 138 Comuni del cratere è stimato in 15.959 milioni di euro nel 2025, con una crescita superiore al 21% rispetto al 2022, contro il 12,3% nazionale. Il reddito medio per contribuente raggiunge circa 22.500 euro e tra il 2021 e il 2023 è aumentato del 19,0%, rispetto al 16,9% italiano. Nei Comuni del Cratere Ristretto l’aumento raggiunge il 22,2%.

Sono indicatori che non raccontano da soli la qualità della vita e non significano che tutte le famiglie stiano meglio. Ma indicano che, insieme alla ricostruzione materiale, nell’area si sta producendo una dinamica economica che merita di essere osservata e consolidata.

Il welfare è una dimensione meno visibile dei cantieri, ma altrettanto importante della ricostruzione: non soltanto servizi che consentono di continuare a vivere nei paesi, ma una leva capace di attivare lavoro, impresa ed economia di prossimità, generando nuovi processi di sviluppo. In territori nei quali la popolazione è anziana e spesso distribuita in piccoli centri e frazioni, poter restare dipende dalla possibilità di trovare assistenza sanitaria e sociale vicino a dove si vive.

Il dato sul lavoro mostra che la prima professione per numero di datori che assumono nell’area è quella degli addetti all’assistenza personale, con 2.340 datori attivatori.

 

Next Appennino ha inoltre destinato risorse specifiche alle imprese sociali, al terzo settore e alle cooperative di comunità: 48 progetti finanziati per 16,79 milioni di euro, ai quali si aggiungono 6,02 milioni di apporto privato. I servizi alle persone rappresentano il 56% dei progetti e quasi il 65% delle risorse. Venti iniziative, per complessivi 8,6 milioni, riguardano direttamente attività sociosanitarie e socioassistenziali. Sono investimenti che attivano servizi e lavoro: assistenza domiciliare, servizi per anziani e persone fragili, centri per la disabilità, trasporto sociale, servizi per l’infanzia.

 

Perché ricostruire un paese significa anche rendere possibile invecchiare stando bene, crescere un figlio, assistere una persona fragile senza essere costretti ad andarsene.

A dieci anni dal terremoto sarebbe sbagliato raccontare un Appennino nel quale tutti i problemi sono stati risolti. Non è così. Non è un traguardo, ma un cambio di direzione. Ci sono ancora case da ricostruire, famiglie che aspettano, servizi da rafforzare e soprattutto una tendenza demografica di lungo periodo che va monitorata. Ma i dati consentono anche di evitare la conclusione opposta: che nulla sia cambiato.

 

Negli ultimi tre anni la ricostruzione ha accelerato. La perdita di popolazione ha rallentato. Il saldo migratorio è tornato positivo. Il mercato del lavoro mostra una crescita delle attivazioni. Una quota rilevante delle nuove opportunità riguarda i giovani. Redditi e attività economica crescono e una parte degli investimenti è destinata ai servizi alla persona.

 

E forse è proprio questa la misura più corretta con cui guardare oggi l’Appennino centrale: un territorio che continua a lavorare per recuperare il tempo perso nella ricostruzione post sisma, ma nel quale dopo molti anni alcuni indicatori hanno finalmente cominciato a muoversi nella direzione giusta.

La ricostruzione non può promettere che nessuno partirà più. Può però innestare le condizioni perché partire non sia l’unica possibilità. E perché, per un giovane che vuole restare, per una famiglia che vuole tornare o per qualcuno che sceglie di trasferirsi qui, vivere nell’Appennino possa tornare ad essere una scelta possibile.

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