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Regionali, Corradetti (Dipende da Noi):
«Valorizzazione del Piceno
e feedback per uscire dalla crisi»

MARCHE 2020 - Il candidato lamense della lista che sostiene la candidatura di Roberto Mancini esprime le proprie posizioni sui temi caldi del dibattito politico. Gestione delle emergenza sismica e sanitaria da rivedere, mentre per il Piceno si prospetterebbe un nuovo piano turistico integrato in grado di attrarre visitatori nel nostro territorio
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di Federico Ameli

Francesco Corradetti, quarantunenne anestesista rianimatore residente a Castel di Lama, è uno dei volti principali della lista Dipende da Noi, che in vista delle ormai imminenti elezioni regionali si schiera a sostegno della candidatura di Roberto Mancini a presidente della Regione Marche. Da sempre amante della natura e dell’escursionismo, Corradetti coltiva la passione per l’homebrewing e, tra una camminata e una birra artigianale, il 20 e 21 settembre proverà a conquistare uno dei quattro seggi di Palazzo Raffaello destinati ai rappresentanti della provincia di Ascoli.

Francesco Corradetti

Corradetti, quali sono i suoi irrinunciabili valori etici e politici di riferimento?

«Il rispetto della integrità della persona e la tutela della sua dignità, elementi fondamentali per la vita comunitaria dell’uomo. Qualsiasi gruppo che anteponga un élite o un gruppo ad altri gruppi genera disuguaglianze e nel lungo termine ciò viene pagato da tutti in termini di stabilità sociale, sicurezza e qualità della vita. È essenziale che le regole siano uguali per tutti e che non ci siano eccezioni».

Quali sono i principali impegni programmatici per il Piceno sui quali intende concentrare la sua attività in Regione? Ha già in mente una specifica proposta di legge per migliorare la qualità della vita nella provincia di Ascoli? Che visione ha dell’Europa e del sempre delicato tema dell’immigrazione?

«Intendo adoperami per la valorizzazione integrata del patrimonio storico, architettonico e paesaggistico del Piceno, attraverso un progetto condiviso con i suoi abitanti che comunichi a livello nazionale ed internazionale le sue straordinarie unicità.

Limitarsi a indicare una città affascinante come Ascoli Piceno come “la patria delle olive all’ascolana’ in prossimità del casello autostradale sottolinea quanto sia limitata la prospettiva tradizionale. Mi piacerebbe avere una città che pulluli di turisti, in cui sia facile trovare guide e in cui gli spostamenti siano agevoli, soprattutto su rotaia.

Immaginate un lungo parco fluviale sul fiume Tronto, ora pieno di immondizia, che unisca il mare alla città. È necessario impegnarsi per rendere usufruibile a tutti i cittadini delle Marche la bellezza in cui viviamo, dalla Montagna dei Fiori alla costa adriatica. In poche parole, rendere accessibili a tutti e pubblicizzare le belle alternative naturali ai centri commerciali nei fine settimana.

Si tratta, inoltre, di creare le condizioni e promuovere gli incentivi per un reale coordinamento delle realtà produttive picene, fornendo loro servizi a supporto dell’innovazione di prodotti e dei processi produttivi allo scopo di rilanciare, anche nei settori manifatturieri, un’occupazione qualificata.

Riguardo l’Europa, premesso che le due guerre mondiali hanno avuto origine proprio nel nostro continente, credo fermamente nei processi diplomatici e di integrazione che hanno come obiettivo un’Europa unita. Ciò premesso, si tratta però di rivedere radicalmente i trattati europei che hanno trasformato l’Europa in una sovrastruttura incardinata sulla finanza anziché sui diritti delle popolazioni.

Le migrazioni sono fenomeni inarrestabili sin dalla comparsa dell’uomo sulla terra. Esse sono attualmente accentuate dagli squilibri socioeconomici. Pensare di governarle con la costruzione di muri o finanziando le famigerate bande libiche, oltre che essere illusorio, è assolutamente disumano. L’Europa deve lavorare per favorire il miglioramento delle condizioni economiche dei Paesi africani e nel contempo lavorare in maniera integrata a percorsi di accoglienza ispirati alla civiltà e al rispetto dei diritti umani».

Secondo lei quali sono stati i principali aspetti positivi e negativi dell’operato della Giunta di centrosinistra uscente, soprattutto in relazione al nostro territorio?

«Francamente, faccio fatica a mettere a fuoco aspetti particolarmente positivi, mentre per quelli negativi, da medico, li vedo focalizzati soprattutto in ambito sanitario. Sono stati compiuti tagli trasversali senza tener conto delle esigenze delle popolazioni, dei risultati raggiunti e del merito.

È molto difficile in sanità trovare degli indicatori efficaci di performance e soprattutto averli in tempi brevi: se ho la possibilità di avere un feedback a due anni del mio operato, devo sfruttarla per sapere come sono andate le cose, ma non per modificare il mio comportamento.

Stendo un velo pietoso sulla gestione del post-sisma, in quanto gran parte delle macerie è ancora nei luoghi colpiti dal terremoto e la popolazione sta perdendo ogni speranza. Se è vero che molte competenze sono in capo della Protezione Civile e del Governo, è altrettanto vero che i vertici della Regione hanno accettato l’imposizione di norme e commissari esterni senza mai farsi valere».

Quali sono state le motivazioni che l’hanno convinto ad aderire alla lista a sostegno di Roberto Mancini?

«In primo luogo, la statura e l’integrità del candidato presidente. Molte delle persone con le quali ho parlato in questi giorni di campagna elettorale confessavano la loro decisione di non votare o il loro completo disinteresse dicendo “tanto sono tutti uguali”. La mia convinzione, invece, è che Roberto Mancini e il movimento “Dipende da Noi” non siano uguali a chi va alla ricerca del potere fine a sé stesso.

Roberto Mancini

La sua proposta di un cambio sostanziale dei metodi della politica – la partecipazione e il prendersi cura delle persone anziché l’autoreferenzialità e le logiche di potere e di carriera – mi appare l’unica strada per uscire dall’attuale degrado della politica e delle istituzioni».

In questa tornata elettorale ci sono stati vari cambi di casacca. Come giudica in generale chi passa da una squadra all’altra? Per lei si tratta di una questione di evoluzione del pensiero o di semplice opportunismo?

«Personalmente credo che sia importante mettersi in discussione e se necessario cambiare idea, ma la rapidità con cui questi “ripensamenti” si traducono poi in candidature elettorali mi induce a pensare che alla base non ci siano profonde riflessioni, quanto piuttosto la classica corsa alle poltrone».

Ritiene che la provincia di Ascoli sia stata realmente penalizzata rispetto ad altri territori delle Marche? Cosa promette in particolare al suo territorio?

«Credo che l’oggettiva penalizzazione del sud delle Marche, più che di un interesse in particolare, sia frutto dei limiti di una classe dirigente incapace di focalizzare le priorità su cui intervenire e avvezza a strumentalizzare i problemi piuttosto che affrontarli in una prospettiva che superi il loro mandato.

Una zona industriale non più “trainante”, due ospedali che funzionano a metà e la generale mancanza di posti di lavoro sono problemi importanti per cui intendo spendermi, coinvolgendo le forze sane e dinamiche del territorio».

Da addetto ai lavori, qual è la sua ricetta per la sanità picena e più in generale marchigiana?

«La mia ricetta per la sanità picena e marchigiana prevede come primo ingrediente la misurazione costante di indicatori di efficienza e un feedback di breve periodo che serva per attuare delle modifiche. Chi lavora con maggiore qualità deve avere più risorse, mentre chi ottiene cattivi risultati deve essere sottoposto a revisione e ricevere delle manovre correttive.

L’obiettivo è quello di ridurre gli sprechi e valorizzare il merito. Da clinico, ho spesso notato un forte distacco tra chi amministra – direttori generali e sanitari – e chi lavora sul campo. Si fa poca attenzione alla costruzione di una squadra affiatata che condivida la direzione verso la quale impegnarsi al massimo e che garantisca cure di qualità, indipendentemente dal nome del medico in turno.

In alcuni ospedali ci si reca per la patologia e non per il professionista, in altri perché dopo aver pagato la visita dal professionista si crea la necessità di un lungo di ricovero: i primi sono quelli che si avvicinano al mio modello.

La cosa grave è che spesso prevalgono logiche clientelari e favoritismi legati alle tessere di partito nella gestione del personale e nelle carriere piuttosto che sulle reali competenze. In alcuni casi si è approfittato persino dell’emergenza sanitaria per “sistemare” posizioni particolari».

Qual è la sua opinione sulla gestione da parte del presidente uscente Luca Ceriscioli della recente emergenza sanitaria?

«Il Fiera Hospital di Civitanova, costato ingenti risorse, non è servito e probabilmente non servirà. Certamente, una pandemia da virus respiratorio non è frequente e di conseguenza non può essere semplice da gestire e richiede il supporto di esperti, ma a differenza di quanto fatto dal presidente uscente personalmente avrei chiesto consiglio alle ONG.

Luca Ceriscioli

Realtà come “Medici senza frontiere” ed “Emergency”, sono le uniche che hanno gestito in tempi moderni le epidemie di morbillo ed ebola nei paesi in via di sviluppo, di conseguenza hanno le conoscenze tecniche e una maggiore competenza per gestire situazioni rare nei paesi sviluppati. Persino la Lombardia aveva accettato l’aiuto delle ONG dopo venti giorni dalla loro offerta. Eravamo nella posizione di poter “copiare”, avendo venti giorni di ritardo sul propagarsi della pandemia, e invece abbiamo scelto di riproporre il Fiera Hospital lasciando irrisolto il problema di chi ci dovesse lavorare».

Cosa cambierebbe nella politica economica e culturale della Regione?

«Agirei per una minore presenza di multinazionali, per una migliore la valorizzazione dei prodotti e delle competenze artigianali regionali e per un vero coordinamento del sistema produttivo.

Non credo si possa parlare di cultura senza parlare di università: per crescere deve esserci confronto costruttivo e volontà di non essere autoreferenziali. Ben vengano le collaborazioni con altre università italiane e straniere.

Di certo la cultura non può essere considerata, come invece spesso è avvenuto, come un insieme di eventi calati dall’alto, bensì dev’essere intesa come azione locale, che promuovendo l’impegno dell’associazionismo e dei sistemi educativi sia generatrice di processi di crescita dei livelli di conoscenza e consapevolezza delle popolazioni».

Cosa si aspetta da queste elezioni regionali?

«Non amo fare pronostici. Avendo basato la mia adesione alla lista di Dipende da Noi sulla condivisione di principi e programmi anziché su calcoli di convenienza, trovo persino incongruente cimentarmi in calcoli e simulazioni».



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