
Andrea Pazienza, foto Maxxi on line
Il grande artista Andrea Pazienza, nato a San Benedetto esattamente settant’anni fa, viene ricordato anche a Roma con la mostra “Non sempre si muore” alla Galleria 5 del Maxxi di Roma, che propone una rilettura critica che va ben oltre la semplice ricorrenza.
Il progetto, curato da Giulia Ferracci e Oscar Glioti, rappresenta il secondo capitolo di un percorso iniziato al Maxxi dell’Aquila e mira a evidenziare quanto l’immaginario dell’artista sia ancora profondamente inserito nel tessuto culturale contemporaneo.
L’esposizione non si limita a esaltare il mito, ma cerca di smontare e rimontare il linguaggio di un autore che ha saputo mescolare la cronaca più cruda con una fantasia debordante. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso una sequenza di ambienti che seguono un ordine cronologico, permettendo al visitatore di osservare l’evoluzione stilistica di Pazienza, dai primi studi giovanili fino alle opere più mature e tormentate.
Uno dei punti di forza della rassegna è l’esposizione del murale realizzato nel 1987 alla Fiera del Fumetto di Napoli, un’opera che viene presentata non come un oggetto statico, ma come la testimonianza di un gesto performativo immediato e vitale. L’allestimento mette in luce la struttura stessa del fumetto, portando in primo piano bozzetti, annotazioni e materiali preparatori che svelano il processo creativo dietro ogni singola tavola.
Accanto ai disegni, la mostra integra un ricco archivio di documenti privati, lettere, poesie e materiali multimediali come video e registrazioni audio. Questo insieme di elementi permette di ricostruire non solo il profilo dell’uomo e dell’artista, ma anche il clima sociale e culturale in cui si è mosso. Attraverso le centinaia di tavole esposte, personaggi iconici come Zanardi, Pentothal e Pompeo smettono di essere semplici figure di carta per confermarsi come lenti d’ingrandimento necessarie a interpretare la realtà odierna: “Non sempre si muore“, diceva l’autore nel 1988, e la persistenza del suo segno grafico sembra confermare che il suo lavoro non ha ancora smesso di parlare al presente.
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