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Stop alle 18, i ristoratori
della Vallata del Tronto non ci stanno:
«Rischiamo di chiudere definitivamente»

EMERGENZA CORONAVIRUS - I gestori di bar e ristoranti della zona lanciano l’allarme sui provvedimenti previsti dall’ultimo Dpcm, finito ben presto nell’occhio del ciclone. Nonostante le rassicurazioni del presidente Conte, gli operatori locali temono il peggio, ma c’è anche chi, al netto delle difficoltà, dimostra di avere ancora fiducia nelle istituzioni

di Federico Ameli

Niente più cena fuori, addio birretta in notturna e tanti cari saluti anche al tanto amato aperitivo, a meno di trangugiarlo in fretta e furia entro le 18, quando per tutti i bar e ristoranti d’Italia sarà già ora di tirar giù le serrande.

E pazienza se gli irriducibili della vita sociale saranno costretti a fare mestamente ritorno a casa prima del tempo: ben presto se ne faranno una ragione. Difficile, invece, dire lo stesso dei gestori delle attività commerciali, che già nella giornata di oggi saranno costretti a fare i conti con le conseguenze, in alcuni casi drammatiche, della chiusura anticipata.

ristorante

Mentre in tutta Italia impazza la protesta più o meno pacifica degli operatori del settore della ristorazione, uno dei più colpiti dall’avvento dell’emergenza sanitaria, abbiamo deciso di farci un giro tra i locali della Vallata per capire realmente che aria tira da queste parti e scambiare quattro chiacchiere con i titolari.

L’umore, come prevedibile, non è esattamente dei migliori. «Chiudere in anticipo non ha alcun senso, dato che lavoriamo principalmente di sera» ci spiega il proprietario di un ristorante di Colli del Tronto che preferisce restare anonimo. «Oggi abbiamo servito solo venti clienti, domani chissà. Lo stesso smartworking ha contribuito a far calare l’affluenza nel turno del pranzo e, nonostante tutte le precauzioni adottate e i dati più che rassicuranti sui contagi avvenuti a ristorante ci ritroviamo a dover chiudere forzatamente».

Sebbene il nuovo decreto non imponga di fatto lo stop a tutte le attività portate avanti dagli esercizi commerciali in questione, sulla concreta possibilità di effettuare consegne a domicilio aleggia una buona dose di scetticismo. «Siamo pur sempre a Colli, non certo a Roma o a Milano. Quando si va a ristorante lo si fa per vivere un momento di cordialità in compagnia dei propri cari, non per un effettivo bisogno di mangiare fuori. È una sciocchezza bella e buona, stanno facendo in modo di farci chiudere una volta per tutte».

Preso atto delle parole dell’anonimo ristoratore ci spostiamo nella vicina Pagliare, dove troviamo riparo nella “Locanda degli Amici” di Raffaele Santori. «Sono più che felice di sacrificare la mia attività per il prossimo, per i nostri anziani e per il futuro dei nostri figli» esordisce Raffaele. «Lo faccio con piacere, ma devo constatare che qualcuno poteva e doveva impegnarsi un po’ di più per evitare tutto questo.

Durante l’estate era necessario intensificare i controlli, cosa che le istituzioni non hanno fatto, lanciando un segnale negativo a tutto il Paese. Ora tocca a noi chiudere i battenti per salvare il salvabile ma, come si dice dalle nostre parti, la vacca è già uscita dalla stalla. Con tutta probabilità ci sarà chi non riuscirà a riaprire».

In attesa di ulteriori chiarimenti sui “ristori” previsti dal governo per sostenere la categoria, c’è anche chi del bonifico dell’Agenzia delle Entrate è disposto a fare a meno, come Raffaele. «Non voglio soldi, mi basta che il governo blocchi immediatamente ogni tipo di pagamento, al resto ci penso io. Utenze, affitti, prestiti, leasing: lo Stato deve intervenire al più presto, senza che la burocrazia rallenti le operazioni».

Oggi come oggi, il futuro dei ristoratori italiani non appare poi così roseo. «Se le cose non cambieranno probabilmente saremo costretti a chiudere. La politica ha sbagliato, divisa come semre tra polemiche e voti mentre l’epidemia avanza e la gente muore di fame. Serve l’impegno di tutti, non di un solo settore. Mando un abbraccio virtuale a tutti i miei colleghi, ho visto gente davvero disperata».

Giuseppe Conte

 

Nel bene e nel male, non si può certo dire che l’ultimo Dpcm del presidente Conte – nell’aria già da qualche giorno – non abbia fatto parlare di sé. E dove parlarne – rigorosamente entro le 18 – se non al bar, con gli amici di sempre? Se quella dei ristoratori sembra essere la categoria più colpita, anche i gestori di bar e gelaterie, infatti, non se la passano poi troppo bene. Eppure, c’è chi preferisce non piangersi addosso e non fa troppi drammi, come Giulio Giorgi del bar Caprice di Castel di Lama.

«Se effettivamente servirà a contenere i contagi – sostiene Giorgi – la chiusura anticipata è un sacrificio che sono pronto a sostenere. Mi rendo conto che prendere decisioni non è facile e non mi sento di esprimere un giudizio sulle scelte di Conte. Lavorando in un bar se ne sentono di tutti i colori, ma non voglio credere che tutti i primi ministri d’Europa siano degli sprovveduti».

Non tutti, però, la pensano come Giulio. Armando Ciabattoni, titolare del bBar Sport di Castel di Lama, pone l’accento sulle difficoltà che lui e i suoi colleghi dovranno sostenere – almeno – fino al 24 novembre. «Abbiamo già fatto questo tipo di esperienza nel marzo scorso, prima del lockdown. Per due giorni siamo stati costretti a mandare via i clienti alle 18 e, dopo aver fatto un po’ di conti, abbiamo capito che sarebbe stato più conveniente chiudere del tutto il locale.

Abbiamo tre dipendenti e l’incasso di una giornata non basterebbe neppure per pagare la corrente. Per fortuna, come gelateria abbiamo lavorato bene in estate e ultimamente eravamo in ripresa anche dal punto di vista della caffetteria, ma queste nuove misure ci tagliano letteralmente le gambe. Oggi la situazione sembra migliore di quella di qualche mese fa, ma è solo il primo giorno: probabilmente saremo costretti a mettere in cassa integrazione a rotazione uno o due dipendenti, altrimenti non riusciremmo a sostenere i costi.

Ci siamo adeguati alle normative anti-contagio distanziando i tavoli e predisponendo tutto il necessario per garantire un ambiente sicuro. Credo che la maggior parte dei colleghi abbia rispettato le regole, ma alla fine tocca a noi pagare per tutti».

Anche in questo caso, difficile dire cosa riserverà il domani al bar Sport, che non ha comunque nessuna intenzione di arrendersi. «Se i nostri clienti saranno impossibilitati a uscire dovremo organizzarci per le consegne a domicilio di gelato.

Chiudere alle 18 è fortemente limitante per noi operatori del settore, si poteva pensare a un altro orario per permettere anche a ristorante e pizzerie di continuare a lavorare regolarmente o quasi. Faccio parte del direttivo della Confcommercio e in queste ore stiamo cercando di portare avanti una timida protesta per tutelare i nostri diritti, ma allo stato attuale non so bene cosa verrà fuori».

Il primo giorno è ormai agli sgoccioli e di strada da fare da qui al 24 novembre ce n’è molta. Quel che è certo è che per la tradizionale birra del dopo cena ci sarà ancora un po’ da attendere, nella speranza che le istituzioni riescano a trovare la ricetta per garantire il giusto equilibrio tra le doverose misure di prevenzione e il sostegno economico alle principali vittime di quest’ultima stretta.



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